Il prete torturatore in Argentina. Nordio nega l’estradizione a don Reverberi: “È malato”
di Elena BassoUn rastrellamento dei militari a Buenos Aires durante il golpe in Argentina del 24 marzo 1976
A sorpresa il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha rifiutato l’estradizione di don Franco Reverberi, il prete italo argentino accusato di tortura, sequestro e omicidio che vive e officia messa dal 2011 a Sorbolo, un piccolo Comune in provincia di Parma.
Reverberi è accusato di aver fatto parte della macchina repressiva che, durante la dittatura argentina guidata da Jorge Rafael Videla, ha fatto sparire almeno 30.000 persone con i cosiddetti “voli della morte” e si è rifugiato in Italia quando la giustizia argentina ha aperto un processo contro di lui.
La decisione del ministro Nordio arriva dopo la sentenza dello scorso 10 luglio, firmata dai giudici della Corte di Appello di Bologna con cui si decideva di estradare Reverberi in Argentina perché potesse, finalmente, affrontare il processo che lo vede imputato.
Le vittime che da oltre 40 anni attendono giustizia, oggi da San Rafael si dichiarano «incredule e profondamente amareggiate per la decisione presa dal ministro».
Il pr…
A sorpresa il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha rifiutato l’estradizione di don Franco Reverberi, il prete italo argentino accusato di tortura, sequestro e omicidio che vive e officia messa dal 2011 a Sorbolo, un piccolo Comune in provincia di Parma.
Reverberi è accusato di aver fatto parte della macchina repressiva che, durante la dittatura argentina guidata da Jorge Rafael Videla, ha fatto sparire almeno 30.000 persone con i cosiddetti “voli della morte” e si è rifugiato in Italia quando la giustizia argentina ha aperto un processo contro di lui.
La decisione del ministro Nordio arriva dopo la sentenza dello scorso 10 luglio, firmata dai giudici della Corte di Appello di Bologna con cui si decideva di estradare Reverberi in Argentina perché potesse, finalmente, affrontare il processo che lo vede imputato.
Le vittime che da oltre 40 anni attendono giustizia, oggi da San Rafael si dichiarano «incredule e profondamente amareggiate per la decisione presa dal ministro».
Il prete, che ha 86 anni, è accusato di tortura e anche di essere implicato nella sparizione e uccisione di José Guillermo Berón, un cittadino argentino fatto scomparire nel 1976, quando aveva solo 20 anni.
Data la gravità dei fatti e le prove portate a sostegno dai procuratori argentini, i giudici della Corte di Appello di Bologna avevano concluso che fosse necessario estradare Reverberi nonostante l’età avanzata e alcuni problemi di salute. Il ministro Nordio invece ha deciso di rifiutare l’estradizione del prete proprio per via dell’età e dei suoi problemi cardiologici.
Don Franco Reverberi
«La perizia medico-legale — scrive il Guardasigilli — disposta dalla Corte di Appello di Bologna ha concluso che “le attuali condizioni di salute di Reverberi sono compatibili con il trasferimento in Argentina”, limitando l’accertamento alle condizioni di salute compatibili con la possibilità di effettuare un viaggio aereo intercontinentale. Omettendo, tuttavia, di valutare l’esistenza di gravi rischi che potrebbero scaturire dalla procedura di estradizione globalmente intesa».
Il sacerdote in questi anni si è sempre dichiarato innocente e ha sostenuto di aver viaggiato in Italia non per sfuggire al processo ma per un semplice viaggio, e di non aver potuto far ritorno in Argentina per via di complicazioni legate alla sua salute, sorte una volta arrivato in Italia.
Durante la dittatura argentina sono stati molti i preti che hanno aiutato i familiari dei desaparecidos, ma molti altri hanno deciso di collaborare con i militari. C’erano preti che denunciavano i familiari che ricercavano gli scomparsi, chi minacciava i detenuti sottoposti a tortura “in nome di Dio” e chi confessava i soldati di ritorno dai “voli delle morte”, con cui buttavano i detenuti — ancora vivi — in mare per farli scomparire per sempre.
Don Franco Reverberi durante gli anni della dittatura operava come prete della comunità di San Rafael, Comune in provincia di Mendoza. Nel 2010 si apre a San Rafael il primo processo per i crimini commessi durante la dittatura e don Reverberi viene chiamato a testimoniare come persona informata dei fatti. Ma, con grande stupore dei giudici, quattro testimoni accusano il prete di aver presenziato alle loro torture nel centro di sterminio della città.
Reverberi, chiamato a testimoniare, si dice totalmente estraneo ai fatti ma le dichiarazioni rilasciate da Mario Bracamonte, Sergio Chaqui, Roberto Flores Tobio ed Enzo Bello — tutti e quattro sequestrati e torturati nel centro di sterminio di San Rafael — lasciano pochi dubbi e i giudici decidono di aprire un processo contro il parroco. Ed è proprio allora che Reverberi decide di fare ritorno a Sorbolo, il piccolo Comune italiano che aveva lasciato con la propria famiglia a 11 anni per trasferirsi in Argentina.
«La decisione del ministro Nordio è gravissima, dato che secondo la giustizia argentina Franco Reverberi ha svolto un ruolo attivo nei crimini compiuti durante la dittatura», afferma Angelo Bonelli, co-portavoce nazionale di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra. Mentre la Onlus 24Marzo che si occupa in Italia dei processi sui desaparecidos, ricorda: «Reverberi è anche accusato di aver assistito a numerose torture alle quali erano sottoposti i prigionieri prima di essere uccisi e fatti scomparire».
Una tra le testimonianze più dure contro Reverberi è quella di Mario Bracamonte, che viene sequestrato dai militari nel 1976 a 28 anni. Bracamonte viene «torturato nei modi più crudeli per giorni», ma il momento peggiore lo vive «dopo una notte intera di sevizie», mentre giace inerme sul pavimento della cella ricoperto del proprio sangue e che i suoi aguzzini pretendono ripulisca con i propri vestiti. È solo a quel punto — racconta — che nota don Franco Reverberi, il parroco della propria città, ad assistere alle sue torture.
«Quando l’ho visto non ci potevo credere — dice —. Ma a me non interessa nemmeno che vada in carcere, io voglio solo che risponda alle domande dei familiari delle vittime e ci dica dove sono i corpi dei nostri compagni scomparsi durante la feroce dittatura dei militari».