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Nella masseria all’asta dell’allevatore suicida: “Volevano cacciarci tutti, per papà una vergogna”

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Il figlio Arcangelo: “Non mi fanno paura le istituzioni, il governo, i tribunali: sotto al braccio me li metto. Devo andare avanti e fare giustizia per papà”
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LATERZA (TARANTO) — Le mucche non volevano tornare in stalla, l’altra sera, nella masseria di Michele Verdi. «Anche loro sentono che non c’è più», dice Arcangelo a Mara. Sono i figli — lei, in attesa di un bambino — dell’allevatore di Laterza, in Puglia. Si è impiccato il giorno in cui gli avvocati inviati dal tribunale sono andati a vedere com’era messa la sua proprietà. Casa, capannone e masseria: una vita di lavoro pignorata per coprire un debito di quarantamila euro. «Hanno suonato insistentemente, non riuscivano a parlare con lui — ricorda la moglie, Tiziana Minei — Con arroganza dicevano: “Il 16 siete fuori”. Poi l’ho chiamato io: non rispondeva neanche a me».

LATERZA (TARANTO) — Le mucche non volevano tornare in stalla, l’altra sera, nella masseria di Michele Verdi. «Anche loro sentono che non c’è più», dice Arcangelo a Mara. Sono i figli — lei, in attesa di un bambino — dell’allevatore di Laterza, in Puglia. Si è impiccato il giorno in cui gli avvocati inviati dal tribunale sono andati a vedere com’era messa la sua proprietà. Casa, capannone e masseria: una vita di lavoro pignorata per coprire un debito di quarantamila euro. «Hanno suonato insistentemente, non riuscivano a parlare con lui — ricorda la moglie, Tiziana Minei — Con arroganza dicevano: “Il 16 siete fuori”. Poi l’ho chiamato io: non rispondeva neanche a me».

Fino ad allora la donna non sapeva niente. Né delle esposizioni né del sopralluogo. Né della vendita all’asta dell’azienda zootecnica — a 24mila euro, da un valore iniziale di 330mila — fissata per martedì prossimo e adesso sospesa.

E dopo averlo cercato, quando ha aperto la porta del capannone, è stata catapultata direttamente nell’epilogo del dramma. La nipotina, di pochi anni, ha assistito allo strazio. E i professionisti, con l’acquirente, sono fuggiti via.

«Non mi fanno paura le istituzioni, il governo, i tribunali: sotto al braccio me li metto. Devo andare avanti e fare giustizia per papà», sibila Arcangelo, bracciante di 27 anni. «Legalmente», precisa. Qui non è un’affermazione scontata: proprio a Laterza, nel 2010, un artigiano reagì con una fucilata in faccia al costruttore che gli aveva comprato la casa all’asta. «Qui c’è il sangue e la sua pelle», avverte però Arcangelo nel suo soggiorno. Quale giustizia cerchi, prova a spiegarlo parlando di persone «in giacca e cravatta» che non capiscono cosa vive chi spala il letame, di mazzette, di politici che si assicurano i vitalizi e mandano in rovina chi si spezza la schiena.

«La gente deve capire qual è il problema. L’agricoltura va aiutata, è quella che ci fa mangiare: se non c’è grano, dov’è il pane, dov’è la pasta da mettere a tavola?». E non ci sono nemmeno le mozzarelle, le stracciatelle, le burrate: qui siamo nel territorio della Dop di Gioia del Colle, un marchio conquistato da poco ma già da decenni simbolo della gastronomia pugliese che muove centinaia di Tir refrigerati al giorno in tutto il mondo. Però basta un “bidone”, un caseificio che non paga, com’è successo un paio di volte a Verdi una dozzina di anni fa, e si entra nel girone dei debiti. Uno chiama l’altro: il mutuo agrario da pagare per l’acquisto delle macchine, le banche, le rate, le bollette, equitalia. Poi arriva il Covid. «Michele faceva vendita diretta: cacioricotta e pecorino — racconta Paolo Giannico, cugino della vittima e come lui allevatore — fino a quando la pandemia non lo ha fatto chiudere».

Era stato proprio Paolo a convincere il cugino a farsi aiutare — raccomandandosi al silenzio con la famiglia — dall’associazione “Legalità”, che assiste persone con problemi economici e che oggi dirà, in una conferenza stampa a Laterza, che è l’ora di organizzare una protesta. «Come in Francia e in Germania», cita la presidente Rachele Ciardi, che nelle sue chat raccoglie messaggi rabbiosi e solidali con la famiglia dell’allevatore. L’imprenditrice calabrese, la ragazza foggiana che chiama dall’Inghilterra, «piangendo come una bambina» per dare una mano.

L’anziano papà di Verdi ancora non lo sa, cos’è successo al figlio. Aveva cominciato lui, fino ad arrivare a trecento pecore e una sessantina di mucche. «Della vecchia generazione di allevatori — spiega Roberto Barberio, che ha una masseria didattica e fa agricoltura sociale — sono rimasti in pochi: prima le quote latte, poi la concorrenza straniera, alla fine la maggior parte ha ceduto le aziende o si è dato alla produzione di carne per la macellazione».

Il latte viene acquistato tra i 54 e i 60 centesimi al litro, che nei supermercati diventano 2 euro. Ma i costi di produzione — dal gasolio al foraggio, fino all’urea agricola, il concime che è raddoppiato — sono ora proibitivi: «Io nel 2023, per il mio piccolo caseificio, ho speso trentamila euro in più rispetto all’anno scorso», calcola Paolo. E poi c’è la concorrenza dalla Germania, dalla Polonia, dalla Lituania. «Un tir di pasta congelata che arriva da quelle parti — continua l’allevatore — è l’equivalente di sei autoarticolati di latte nostro. Tutt’altra qualità, ma la gente ora va al risparmio». E con gli allevatori, dice, le banche ora si relazionano diversamente: «Prima ci venivano incontro, ora quando ci vedono arrivare agli sportelli se ne scappano». Verdi, ci stava provando, a non farsi strangolare: «Aveva già pagato venti rate», racconta l’avvocata, Antonella Semeraro. Sul tavolo del tinello, stringe le mani alla vedova, ingoiando le lacrime mentre spiega come tenere a bada i creditori, che la morte del marito non ha fatto sparire: «Non la lasceremo sola, glielo giuro».

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