Anoressia, parla il papà di Emanuela Perinetti: “Vi racconto il nostro calvario per salvarla dal tunnel della malattia”
di Marco Juric«Sono sconcertato. Spero che questo provvedimento non sia il colpo di grazia ai nostri tentativi di contrastare un fenomeno in espansione». Lo dice con un filo di voce Giorgio Perinetti, padre di Emanuela, la manager milanese di 33 anni morta di anoressia nel novembre scorso, dopo una lunga lotta contro la malattia. Parla dopo la decisione del governo di tagliare i fondi ai centri per l’anoressia.
Qual è stato il suo primo pensiero alla notizia?
«Sono sinceramente sconcertato. I disturbi dell’alimentazione, purtroppo, mi paiono talmente in espansione, che è davvero grave non pensare a contenere e prevenire questo problema. Spero che il taglio non sia un colpo di grazia, ma certamente è un provvedimento che rischia di disperdere quel poco che si stava facendo fino ad oggi. Così perde efficacia il lavoro di prevenzione e si tolgono gli strumenti a chi combatte queste malattie».
Qual è il rischio?
«Quello che i malati siano abbandonati a sé stessi. Ci sono ombre che creano un disagio ta…
«Sono sconcertato. Spero che questo provvedimento non sia il colpo di grazia ai nostri tentativi di contrastare un fenomeno in espansione». Lo dice con un filo di voce Giorgio Perinetti, padre di Emanuela, la manager milanese di 33 anni morta di anoressia nel novembre scorso, dopo una lunga lotta contro la malattia. Parla dopo la decisione del governo di tagliare i fondi ai centri per l’anoressia.
Qual è stato il suo primo pensiero alla notizia?
«Sono sinceramente sconcertato. I disturbi dell’alimentazione, purtroppo, mi paiono talmente in espansione, che è davvero grave non pensare a contenere e prevenire questo problema. Spero che il taglio non sia un colpo di grazia, ma certamente è un provvedimento che rischia di disperdere quel poco che si stava facendo fino ad oggi. Così perde efficacia il lavoro di prevenzione e si tolgono gli strumenti a chi combatte queste malattie».
Qual è il rischio?
«Quello che i malati siano abbandonati a sé stessi. Ci sono ombre che creano un disagio talmente grande che è difficile, da soli, contrastarlo».
Accettare la malattia è la cosa più difficile?
«Per noi è stato uno strazio. Avevamo individuato il problema da qualche tempo, ma non abbiamo ottenuto la collaborazione di Emanuela. E non potevamo imporle le cure. Lei inizialmente viveva la sua anoressia come un disagio, non come una condizione di salute preoccupante».
Pensa ci sia un problema di normative sui disturbi alimentari?
«Alcune sono piene d’ipocrisia. Perché, nella maggior parte dei casi, il malato non si rende conto delle sue condizioni di salute. Rifiuta le cure e qualsiasi tipo di riabilitazione nutrizionale. In più, se è maggiorenne, la cura non può essergli imposta. Se non tramite misure coercitive e procedure lentissime, che fanno solo perdere tempo prezioso».
C’è un appello che vuole fare?
«Quando si è in queste condizioni, trovare un aiuto da soli non è facile. Credo servano più strumenti perché gli altri, anche familiari e amici, possano intervenire in tempo. E dovrebbe esserci un riconoscimento della malattia a un livello diverso dove, in determinati casi molto gravi, si può imporre al malato la necessità di curarsi».
Non crede sia eccessivo?
«Oggi ci si affida solo alla volontà del malato. Ma se lui stesso non riconosce il suo stato come fa a chiedere di essere curato?».
È stato così per sua figlia?
«All’inizio sì. Era stato predisposto un ricovero urgente. Emanuela, però, si è rifiutata e noi familiari non avevamo i mezzi per costringerla».
Poi il crollo.
«È accaduto tutto molto in fretta. È stata costretta ad andare in ospedale per altri motivi, dopo una caduta in casa».
Solo allora è arrivata la piena consapevolezza del problema.
«Quando ha capito, si è attaccata alla vita con tutte le sue forze. Solo allora ha iniziato a chiedere cibo. Ad accettare un aiuto. Ma aveva chiesto troppo al suo corpo, era allo stremo delle forze. Gli stessi medici mi avevano detto che le possibilità di ripresa erano minime».
Lei e l’altra sua figlia Chiara da mesi vi state spendendo per accendere i riflettori sul problema.
«Per noi è stata una tragedia. Ma adesso credo sia giusto parlarne e condividere la nostra storia con tutte le famiglie che vivono o hanno vissuto questo problema».