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La parabola di Smemoranda, diario cult per generazioni che rischia di sparire da scuola

Dopo il fallimento, la prima asta per vendere il marchio è andata deserta. E a settembre la storica agenda potrebbe non esserci più
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Per parlare dell’agenda più famosa d’Italia, messa in ginocchio come tante altre realtà dalla crisi pandemica e da investimenti meno proficui di quanto auspicato e oggi brand all’asta, bisogna prima sgombrare il campo da un equivoco: tutte le “Smemo” che in questi anni abbiamo visto in cartoleria non sono vere Smemorande. E non perché ci sia stata una clamorosa sostituzione in quello che — alla faccia di Apple — è sempre stato, nel cuore degli italiani, o perlomeno di chi è giovane dentro (e fuori), “il logo con la mela”. Ma perché quelle intonse e perfette che vedevamo sugli scaffali erano vuote. Come si sa, una Smemoranda diventava “vera” solo a qualche settimana dall’acquisto, quando si iniziava a raddoppiarne o triplicarne il volume a forza di foglietti clandestini, biglietti, poesie, foto: insomma, fette d’anima. L’aveva concepita così, come un cartaceo e irriverente involucro di vita, già dalla prima edizione del 1979, il nucleo dei fondatori, che comprendeva, tra gli altri, i n…

Per parlare dell’agenda più famosa d’Italia, messa in ginocchio come tante altre realtà dalla crisi pandemica e da investimenti meno proficui di quanto auspicato e oggi brand all’asta, bisogna prima sgombrare il campo da un equivoco: tutte le “Smemo” che in questi anni abbiamo visto in cartoleria non sono vere Smemorande. E non perché ci sia stata una clamorosa sostituzione in quello che — alla faccia di Apple — è sempre stato, nel cuore degli italiani, o perlomeno di chi è giovane dentro (e fuori), “il logo con la mela”. Ma perché quelle intonse e perfette che vedevamo sugli scaffali erano vuote. Come si sa, una Smemoranda diventava “vera” solo a qualche settimana dall’acquisto, quando si iniziava a raddoppiarne o triplicarne il volume a forza di foglietti clandestini, biglietti, poesie, foto: insomma, fette d’anima. L’aveva concepita così, come un cartaceo e irriverente involucro di vita, già dalla prima edizione del 1979, il nucleo dei fondatori, che comprendeva, tra gli altri, i numi artistici Gino e Michele e l’instancabile motore organizzativo Nico Colonna, al tempo metalmeccanico. La missione iniziale del progetto: raccogliere fondi per Democrazia proletaria.

La parabola

Da allora la Smemo — diventata da subito un’antenna generazionale come forse fu solo il Bob Dylan di The Times They Are a-Changin’ — cresce rapidamente e diventa una strana, felice, valanga creativa. Rotolando controcorrente — in salita in una società italiana che, berlusconizzandosi, andava premiando sempre di più la superficialità e il disimpegno — la smemovalanga coinvolge e innamora i nomi più seguiti del ricco orizzonte culturale della sinistra italiana, a cavallo tra arte, cabaret, musica, cinema, satira e giornalismo. In alcuni casi, la fusione tra artista e Smemoranda diventa così istintiva e naturale che oggi è impossibile pensare a Pelù, Jovanotti, Ligabue, Claudio Bisio, Antonio Albanese o alla Gialappa — solo per citare pochi nomi, tacendone tanti altri non meno importanti — senza che venga in mente la Smemo. O citare la Smemo senza che vengano in mente loro e tante altre firme apparse in quello zibaldone e scartafaccio di sogni agrodolci per giovani in cerca di sé, e dell’amore.

Un successo culturale ed economico

«A sorprendermi ogni volta era l’estrema disponibilità di chi scriveva per noi», racconta oggi Caterina Balducci, curatrice editoriale di Smemoranda dal 2007. «Ricordo non solo Zerocalcare che, non ancora famoso come è oggi, nel 2012 ci chiedeva se i suoi i disegni andassero bene. Ma anche diversi personaggi già molto famosi che si dicevano prontissimi a cambiare i loro pezzi, se non ci fossero sembrati “da Smemo”».

Il successo dell’agenda non è solo culturale, è anche economico: nel periodo d’oro, metà anni Novanta, le copie vendute superano il milione e duecentomila. Smemoranda diventa una corazzata. Le cartolerie, pur di non scontentare i ragazzi e ragazze che a settembre esigono la loro “sedicimesi”, accettano imposizioni come il rifiuto dei resi, anche perché è difficile che la Smemo resti invenduta (vincolo comunque rimosso negli ultimi anni, con il calo del peso di Smemoranda su un mercato in crisi per tutti).

A proposito di calo: forse ancor più dell’antica rivalità con Comix e della crisi delle cartolerie, dove la “Smemo” era regina, a favore della grande distribuzione (dove è solo uno tra tanti prodotti che si contendono l’attenzione distratta di gente frettolosa) ha influito, negli anni scorsi, un convitato di pietra: l’algido e noioso diario d’istituto (sui siti delle scuole è facile leggere: “L’utilizzo del diario d’istituto è obbligatorio, per cui si raccomanda di non comprare altri diari scolastici”).

Il colpo di grazia del Covid

A rendere più inclinato il piano verso il crac dell’ultimo anno (è di marzo 2023 la dichiarazione del fallimento del gruppo finanziario Smemoranda Group, esito che si è tentato di scongiurare con lunghe trattative con fornitori, creditori e dipendenti) hanno contribuito l’umana tentazione dello sbarco in Borsa, pianificato nel 2019 ma che non è poi diventato realtà, e l’impegno per sorreggere il canale Zelig Tv (chiuso nel 2022 dopo la vendita del marchio a Mediaset). Ma il vero colpo di grazia è stato il Covid: la didattica a distanza ha messo in ginocchio le cartolerie e asciugato i ricavi del gruppo Smemoranda per zaini, astucci e altro materiale scolastico del brand. Dopo un interregno di Giochi Preziosi, che ha preso in affitto il marchio Smemo per un anno, sostenendo le spese di produzione e distribuzione pur di assicurare la presenza delle agende, l’asta per i diritti sul marchio che si è tenuta giorni fa è andata deserta. Se ne terrà un’altra, oltre a quella dei sentimenti che frullano nei cuori di chi, in questi 45 anni, ha comprato almeno una delle smemorate e randagie agende con la mela. Perché alla fine la Smemo più vera di tutte non è né quella ancora bianca in vetrina. Né quella piena di scritte, graffette e lacerti di anni ribelli: la vera Smemo, e di poche altre cose oggi si può dirlo, siamo tutti noi.

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