Nell’eremo dei preti che sfidano Bergoglio: “Salveremo la Chiesa dall’eresia modernista”
dal nostro inviato Iacopo ScaramuzziVITERBO – La guerra civile nella Chiesa cattolica ha la voce soffice della benedizione. “Pace e bene”, rispondono al citofono dell’eremo. Non si può entrare, spiega gentile il sacerdote, la vita della piccola comunità è protetta da un muro di cinta che corre tutto attorno a questo monastero che sorge alle pendici del monte Palanzana, un’altura alle porte di Viterbo. Fuori il paesaggio bucolico della Tuscia, punteggiato di oliveti e antiche ville nobiliari, cede il passo a un boschetto di querce roverelle. Dentro si lavora alacremente allo scisma da papa Francesco.
Le “purghe bergogliane”
L’obiettivo è costruire una cittadella tradizionalista. Il Collegium Traditionis – questo il nome – sarà “una struttura di vita clericale in comune da destinare a chierici e religiosi fatti oggetto delle epurazioni bergogliane”. La convinzione è che oggi chi segue la messa in latino e la Tradizione con la “t” maiuscola “viene ostracizza…
VITERBO – La guerra civile nella Chiesa cattolica ha la voce soffice della benedizione. “Pace e bene”, rispondono al citofono dell’eremo. Non si può entrare, spiega gentile il sacerdote, la vita della piccola comunità è protetta da un muro di cinta che corre tutto attorno a questo monastero che sorge alle pendici del monte Palanzana, un’altura alle porte di Viterbo. Fuori il paesaggio bucolico della Tuscia, punteggiato di oliveti e antiche ville nobiliari, cede il passo a un boschetto di querce roverelle. Dentro si lavora alacremente allo scisma da papa Francesco.
Le “purghe bergogliane”
L’obiettivo è costruire una cittadella tradizionalista. Il Collegium Traditionis – questo il nome – sarà “una struttura di vita clericale in comune da destinare a chierici e religiosi fatti oggetto delle epurazioni bergogliane”. La convinzione è che oggi chi segue la messa in latino e la Tradizione con la “t” maiuscola “viene ostracizzato, deriso, diffamato, perseguitato e soprattutto privato del Ministero, di una dimora e dei mezzi di sostentamento”.
Gli va dunque dato rifugio come in passato si è data “ospitalità al monaco ricercato dai soldati di Elisabetta I, un pasto caldo alla suora senza più convento nella Francia rivoluzionaria, un nascondiglio al sacerdote messicano inseguito dai soldati del governo massone”. Gli abitanti del luogo non ne sanno nulla. “Attorno a questo luogo”, alza le spalle un locale che passeggia nel bosco, “c’è un po’ di mistero”.
Il ritorno di Viganò
Il fondatore è monsignor Carlo Maria Viganò. Il personaggio, 83 anni, è noto. Dopo aver scalato i gradini della carriera vaticana, questo ex nunzio apostolico negli Stati Uniti si è messo a cannoneggiare papa Francesco con posizioni via via più radicali. Dapprima lo ha accusato di avere insabbiato le denunce di abusi sessuali contro il cardinale Theodore McCarrick (in realtà Bergoglio lo ha prima espulso dal collegio cardinalizio e poi “spretato”), poi ha allargato il campo delle critiche. Trumpiano entusiasta, simpatizzante putiniano, convinto no-vax, Viganò, alla macchia da anni, si scaglia ormai contro il Concilio vaticano II, il Sinodo, il “Great Reset”, i complotti globalisti della finanza internazionale, la Nato e l’Oms, George Soros e Bill Gates.
Quando Bergoglio ha deciso di benedire le coppie gay l’arcivescovo si è scatenato contro “i servi di Satana ad iniziare dall'usurpatore che siede sul soglio di Pietro”. Da ultimo – lo ha rivelato il sito della Nuova Bussola quotidiana – Viganò si è fatto riconsacrare da monsignor Richard Williamson. Si tratta del vescovo scismatico inglese che qualche anno fa, quando era lefebvriano (poi ha rotto anche con questo gruppo reazionario), dichiarò che le camere a gas dei lager nazisti erano un’invenzione.
Longform Viganò
Riforme e scismi
Viganò, insomma, ha da tempo imboccato la strada dello scisma di destra. E ora fonda un rifugio per i sacerdoti e i religiosi perseguitati da “Cardinali, Vescovi e Prelati della setta conciliare, infiltrati in Vaticano e ben determinati a cancellare ogni traccia della “vecchia religione” e della “vecchia Messa” che hanno sostituito con la religione dell’ecologia, dell’accoglienza, dell’inclusività, del Nuovo Ordine Mondiale”. Il nemico numero uno, ovviamente, è il Papa, il boss della “gerarchia modernista”.
Ha fondato l’associazione Exsurge Domine, dal titolo della bolla con la quale papa Leone X nel Millecinquecento ingiunse a Martin Lutero di ritrattare le tesi protestanti. La sede legale è presso uno studio commercialista nel quartiere romano di Prati (all’ingresso, ironia della sorte, una foto sorridente di papa Francesco), ma il cuore pulsante del suo progetto è l’eremo nel viterbese.
I precedenti di Trisulti e Pienza
Non è il primo caso del genere. Col calo delle vocazioni i monasteri e i conventi sparsi in tutta Europa si svuotano, la manutenzione costa, si affacciano i privati, cambia la destinazione d’uso. Anni fa la Certosa di Trisulti, in Ciociaria, finì ad una fondazione di Steve Bannon, il forastico consigliere di Donald Trump che, insieme al cardinale ultraconservatore Raymond Leo Burke, voleva installarci una scuola internazionale di formazione sovranista.
La popolazione locale insorse, Sinistra italiana fece un’interpellanza parlamentare, venne fuori che l’assegnazione aveva delle irregolarità e la certosa tornò al ministero dei Beni culturali. Nei mesi scorsi lo stesso Viganò ha messo l’occhio su un’altra realtà, il monastero Maria Tempio dello Spirito Santo, un convento affacciato sulla splendida via panoramica di Pienza, in Val d’Orcia. Ha blandito per mesi le suore benedettine, di tendenza tradizionalista, sperando che il focolaio di rivolta si infiammasse. Ma così non è stato, e Viganò, alla fine, avrebbe abbandonate le religiose al loro destino... almeno che, come dice qualcuno, non voglia ospitarle nella Tuscia.
Se i monaci vanno via
L’eremo di Sant’Antonio alla Palanzana era dal 1500 un monastero di cappuccini. “Avevano l’orto, le api, poi sono diminuiti…”, ricordano a Viterbo. Il complesso – un ampio terreno di quattro ettari, un edificio centrale e alcune dépendance, una chiesa e dei laboratori – fu acquistata negli anni Sessanta da Tommasina Alfieri, una consacrata laica morta nel 2000. Ai residenti dell’epoca nel 2012 subentrarono cinque sacerdoti accolti dalla popolazione locale, raccontò la stampa locale, “da insulti, parole forti, rosari recitati ad alta voce e applausi irriverenti”. Contattato da Repubblica, don Riccardo Petroni, il responsabile della comunità conferma di risiedervi tuttora, senza però essere incardinato nella diocesi di Viterbo. I sacerdoti appartengono infatti alla fraternità sacerdotale Familia Christi che nel 2019 è stata sciolta, per eccesso di tradizionalismo, dalla Santa Sede. E ora, con il sostegno della fondazione Vittorio e Tommasina Alfieri, è arrivato monsignor Viganò.
Un’impresa da 1,5 milioni
“Ci è stato offerto un terreno ed un immobile che necessita di importanti lavori di ristrutturazione e adeguamento”, spiega l’arcivescovo dal suo sito internet. Costo stimato, 1,5 milioni di euro. “Può sembrare una somma importante, ma se ognuno fa la sua parte, non sarà impossibile farvi fronte”, assicura Viganò. Ad agosto e settembre è stato un gran via vai di camion da un ingresso laterale, ora tutto tace. La ristrutturazione, però, sarebbe di là dall’essere conclusa e il fundraising continua. Non sarà facile portare l’acqua lassù, tanto più se ormai scarseggiano le piogge. Un abitante del luogo si lamenta che i mezzi pesanti hanno danneggiato i cavi che passano sotto terra. Prima di lanciare la sfida al Papa, prima di accogliere sedevacantisti e criptolefebvriani, prima di difendere le sempiterne tradizioni celesti, i ribelli di Viganò dovranno affrontare problemi ben più terra terra.