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Odio online, hashtag, parole d’ordine e la caccia ai più deboli. Così gli hater dilagano nel web

Ecco l’identikit degli odiatori dei social: “Si nascondo nell’anonimato, si dissociano dalla realtà e dalle vittime che attaccano sul web”
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Irridono. Offendono. Diffamano. Minacciano. Ma soprattutto odiano. Sono gli haters, d’accordo, ma è sbagliato - nonostante possa tornarci consolatorio – considerarli una categoria antropologica a parte: quelli che chiamiamo “haters” sono infatti normalissimi esseri umani che possono trasformarsi in una sorta di Mr. Hyde telematico per noia, conformismo, ricerca di visibilità oppure, ma in misura assai minore, per fervore ideologico. Per poi ritornare come se nulla fosse alle loro vite, magari proprio mentre il bersaglio dei veleni scaricati online rimane stritolato da quei micidiali moltiplicatori d’odio che sanno essere gli algoritmi dei social media.

Un fenomeno in crescita

Gli esperti lanciano un allarme…

Irridono. Offendono. Diffamano. Minacciano. Ma soprattutto odiano. Sono gli haters, d’accordo, ma è sbagliato - nonostante possa tornarci consolatorio – considerarli una categoria antropologica a parte: quelli che chiamiamo “haters” sono infatti normalissimi esseri umani che possono trasformarsi in una sorta di Mr. Hyde telematico per noia, conformismo, ricerca di visibilità oppure, ma in misura assai minore, per fervore ideologico. Per poi ritornare come se nulla fosse alle loro vite, magari proprio mentre il bersaglio dei veleni scaricati online rimane stritolato da quei micidiali moltiplicatori d’odio che sanno essere gli algoritmi dei social media.

Un fenomeno in crescita

Gli esperti lanciano un allarme preciso e suffragato dai dati: l’odio online sta crescendo. «Di anno in anno la situazione peggiora per semplici ragioni numeriche: perché aumentano i contatti, le transazioni, le relazioni online e quindi la produzione di contenuti e l’esposizione ai contenuti» spiega Giovanni Ziccardi, professore di informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano e autore di L’odio online (Raffaello Cortina, 2016) e di Dati avvelenati (in uscita a febbraio per lo stesso editore). «Sono confluiti diversi elementi in questo fenomeno: dalla pandemia è aumentato il numero di ore che passiamo online, anche per lo smart working, e a ciò si aggiungono gli strumenti di intelligenza artificiali, utili anche per produrre contenuti, e l’abbassamento nell’età della consegna del primo smartphone: ormai la fascia d’età di chi può scrivere in Rete va dagli 8 ai 75 anni. Insomma la massa dei contenuti online è in continua crescita, e una parte di questa massa sono i contenuti d’odio, che fatalmente crescono anch’essi». Quest’anno, per giunta, possiamo aspettarci una doppia impennata internazionale nell’accesa semina dell’odio: «Le elezioni europee e la campagna presidenziale americana sono momenti storici in cui si verificano picchi nei contenuti d’odio, che non sono solo tipicamente i più evidenti e commentati, ma anche quelli più riportati dai mezzi d’informazione: sarà molto difficile tenersi al riparo da un avvelenamento del discorso online» osserva Ziccardi. «La viralità dei messaggi degli hater è di molto superiore a quella dei contenuti più pacati e meditati, e quindi l’odio ha una visibilità intrinseca, soprattutto in un momento storico in cui la polemica è considerata un valore che è anche economico, per il traffico online che procura. Possiamo definire l’odio come la valuta dei social network».

Gli odiatori anonimi e quelli che ci mettono la faccia

Degli odiatori sono stati tracciati parecchi profili psicologici. Tra i più discussi c’è quello delineato in uno studio dello psicologo polacco Piotr Sorokowski, dove si è trovato che il maggior predittore dei comportamenti d’odio è il tratto psicopatico, e più precisamente una confluenza di egocentrismo, immoralità e mancanza d’empatia. Lo studio trovava inoltre un certo grado di invidia associato al comportamento degli hater, anche se non in maniera significativa, e – cosa forse più importante di tutte – non riscontrava un ruolo determinante né nell’età né nel sesso. A conferma del fatto che, seppure c’è chi è più predisposto, tutti e tutte, in qualsiasi circostanza della vita, possono diventare hater. Tanto più che con l’affermazione planetaria dei social media l’hater oggi ha una doppia faccia, sia segreta che palese.

«Ci sono gli odiatori che traggono alimento nel loro agire online dal poter essere anonimi, fattore che rimuove il filtro inibitorio che ci frena quando abbiamo a che fare con gli altri: è il classico caso di chi online tiene dei comportamenti che non si sognerebbe di tenere di persona» spiega Ziccardi. «Ma poi ci sono anche gli odiatori che ci mettono la faccia, e, molto più nei social media che nei forum online o nei commenti nei blog o siti di informazione, si presentano col loro vero nome e cognome. Questo secondo tipo di odiatori non vuole l’anonimato, ma vuole anzi guadagnarsi un seguito personale, una popolarità. Perché sono ben consci che l’odio, soprattutto quando è canalizzato verso un personaggio pubblico, come attori, cantanti o politici, attira visualizzazioni e condivisioni». Sono queste le persone che, quando vengono messe di fronte al soggetto che hanno aggredito, dichiarano “Ma io questa persona non la odio mica. L’ho offesa solo perché so che questo tipo di contenuto mi attira visualizzazioni e mi porta in alto nei trend dei social”.

Una distinzione terminologica utile è quella proposta da Joseph Reagle, docente di comunicazione alla Northeastern University e autore del saggio Reading the comments: likers, haters and manipulators at the bottom of the Web (MIT Press): «In quel libro distinguo tra “brave persone che si comportano male” e “cattive persone che esprimono sé stesse”» spiega Reagle a Repubblica. «È vero che ci sono individui che godono nel procurare nocumento agli altri attraverso Internet, persone che mostrano una correlazione significativa con la “triade oscura” dei disordini di personalità, ovvero sadismo, psicopatia e machiavellismo. Ma molti dei comportamenti deteriori che vediamo online vengono da persone comuni, che agiscono in quel modo perché l’essere online li spinge all’offesa impulsiva senza il pensiero delle conseguenze».

L’odio online può fare più male di quello reale

La sovrapposizione tra i due tipi diversi di attacco può risultare frastornante per le vittime. «Chi viene bersagliato, come nel caso tragico della ristoratrice Giovanna Pedretti, si trova ad affrontare uno spettro composito di offese e critiche» spiega Reagle. «Da un lato ci sono gli hater anonimi che scrivono cose orribili come “meriteresti di morire” e dall’altro influencer piccoli e grandi (e i follower che li imitano) che l’accusano di essere falsa. Tutto questo diventa un fuoco incrociato che confonde e spaventa chi ne è bersagliato». L’hater 2.0, quello che non nasconde il nome e cognome sui social, è quello che oggi è diventato più frequente: tra le ragioni che lo spingono c’è sia un malinteso senso di impunità – derivante, nella maggior parte dei casi, da non aver mai subito conseguenze per questi atti antisociali – sia l’idea, anche qui erronea, che l’odio espresso sulla Rete sia meno grave di quello espresso di persona nella vita offline. «In realtà l’odio online può fare molto più male, perché può scatenare un effetto valanga e gogna che è del tutto assente nelle discussioni anche aspre che si possono avere in strada o al bar» sottolinea Ziccardi. «Oggi ormai, paradossalmente, si dice ai ragazzi che si offendono online: “Ma se proprio dovete litigare, perché non lo fate di persona?”. In quel modo dopo due urla, e al massimo due spintoni, tutto finisce. Invece chi viene bullizzato online rimane esposto e vulnerabile 24 ore su 24 per giorni, settimane e mesi, e i contenuti che lo scherniscono vengono condivisi al di fuori di ogni possibilità di controllo personale, in una situazione estremamente ansiogena».

Una lotta su tre fronti

Da tutto questo si sarà capito che il problema dell’odio online non ha facili soluzioni. «Nel saggio Dati avvelenati scrivo che non c’è un solo toccasana: per disciplinare l’odio online bisogna agire su tre fronti. Il primo è il diritto, ovvero trovare un modo appropriato di regolamentare i social. Il secondo fronte è l’educazione all’uso delle tecnologie: moltissime delle persone che odiano in Rete non hanno, ancora oggi, idea dell’impatto che possono avere i contenuti online e di come funziona la viralità. Gli ultimi report dell’Unione Europea indicano che, anche in Italia, il 48% delle persone tra 14 e 70 anni sono prive delle competenze tecnologiche sul funzionamento dell’Internet: l’obiettivo dell’EU è arrivare ad avere un 85% di alfabetizzati informatici entro il 2030» commenta Ziccardi. «E il terzo fronte nella lotta all’odio online è poi la tecnologia stessa, in particolare l’uso di strumenti di intelligenza artificiale adatti ad analizzare i testi che vengono pubblicati sulle piattaforme. È agendo su tutti questi tre fronti in modo intelligente e armonico che si può contrastare l’odio salvaguardando la libertà d’espressione». Dovremmo quindi evolvere non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche da quello dell’autoconsapevolezza dei nostri comportamenti. Chiosa Reagle: «C’è una vecchia e iconica battuta di Walt Kelly, il grande fumettista autore di Pogo, che, seppure pensata prima di Internet, si adatta a riassumere tutta la questione dell’odio online, così come si presenta oggi: abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi».

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