UDINE — Adesso «ci chiudono la curva. E pensi che ero proprio lì, e non ho sentito neanche un coro razzista, niente!». Beh, bastavano “scimmia” e “ne... di me...” (gridato 12 volte)… «Però è assurdo che un portiere faccia fermare una partita perché uno lo ha insultato. Uno solo, eh. Non possiamo passare tutti per razzisti» per colpa di quell’unico — forse — che sabato sera ha offeso a gran voce il portiere del Milan, Mike Maignan. Ma il signor Tondon, che è presidente del gruppo Udinese club autonomi (9 club, mille tifosi), non accetta punizioni generalizzate, e poi queste cose «capitano in tutti gli stadi ogni domenica», e poi «pensi se io andassi a San Siro, e mi urlassero terrone. Cosa dovrei fare? Far sospendere la partita?». Beh, non sarebbe contento. Lei è “terrone”? «No. Ma tutta Milano verrebbe additata come razzista?». E solo di questo si parla ormai a Udine, nei bar e al mercato, e in piazza Libertà, adesso che la polizia ha scovato quell’uomo. Per ora ha rimediato un Daspo …
UDINE — Adesso «ci chiudono la curva. E pensi che ero proprio lì, e non ho sentito neanche un coro razzista, niente!». Beh, bastavano “scimmia” e “ne... di me...” (gridato 12 volte)… «Però è assurdo che un portiere faccia fermare una partita perché uno lo ha insultato. Uno solo, eh. Non possiamo passare tutti per razzisti» per colpa di quell’unico — forse — che sabato sera ha offeso a gran voce il portiere del Milan, Mike Maignan. Ma il signor Tondon, che è presidente del gruppo Udinese club autonomi (9 club, mille tifosi), non accetta punizioni generalizzate, e poi queste cose «capitano in tutti gli stadi ogni domenica», e poi «pensi se io andassi a San Siro, e mi urlassero terrone. Cosa dovrei fare? Far sospendere la partita?». Beh, non sarebbe contento. Lei è “terrone”? «No. Ma tutta Milano verrebbe additata come razzista?». E solo di questo si parla ormai a Udine, nei bar e al mercato, e in piazza Libertà, adesso che la polizia ha scovato quell’uomo. Per ora ha rimediato un Daspo di 5 anni firmato dal questore, una denuncia, e il bando “a tempo indeterminato” dallo stadio da parte dell’Udinese Calcio. Poi si vedrà, come minimo rischia anche un paio di ceffoni, così per sport.
‘Fatti da condannare”
Una città che respinge l’accusa di essere razzista, e non lo è, per storia e tradizioni del civile convivere, e “per colpa di una mela marcia” — ma forse sono più mele — si ritrova a doversi difendere. E chi è stato? Chi è quel “46enne della provincia di Udine, già noto alle forze dell’ordine”? Gli ultrà tacciono, perché lo sanno benissimo. Il Tondon fa i suoi distinguo (un conto è un coro della curva, un conto è il singolo). Giuseppe Marcon invece, dall’alto della sua carica di presidente dell’Udinese Club (che raggruppa 60 club, e 6mila persone) parla di «affronto. Peggio di cento sconfitte. Sono fatti da condannare» senza se e senza ma, così come ha già fatto la società. La Curva Nord è in subbuglio, nelle sue varie declinazioni, dai moderati ai più estremisti. La città pure, «il popolo friulano non merita questo, e Udine è un posto tranquillo. Un Eden!», dice Marcon. Ma anche lui, sul possibile castigo “della curva completa…”, non ci sta mica. «E a Roma, la sponda laziale? E Verona!». Dopodiché, «quando verranno individuati i responsabili, non dovranno mai più poter entrare in uno stadio» (e qui parla al plurale).
Ma Udine non è razzista
All’uscita dalle scuole dell’Eden, intorno al mezzogiorno, truppe di ragazzi bianchi e neri tornano a casa chiacchierando per lo più in dialetto (volano i “mona!”, ma senza offesa). Le scuole dell’obbligo hanno il 20 per cento di studenti di origine straniera, perché Udine ha ormai il 14 per cento di residenti di origine straniera, che lavorano nelle grandi aziende della siderurgia, o hanno negozi, ristoranti, piccole e medie imprese. Le comunità più forti, la ghanese, quelle albanese e rumena. E mai che ci sia stato un episodio di razzismo conclamato, «grazie al nostro imprinting, che è fatto di cultura contadina, in un’area cattolica, non stravolta dal capitalismo turbo. E con una fortissima componente di associazionismo». Il sindaco Alberto Felice De Toni, già rettore, eletto 8 mesi fa con il centrosinistra, aveva lo slogan “happy sindic” — metà inglese metà friulano — e con quello (anche con quello) ha battuto il leghista Fontanini. Ma da domenica non è più tanto happy. Prontamente, ha offerto al francese Maignan la cittadinanza onoraria. Così, come primo atto di riparazione a nome di tutti. Ma che tegola e danno di immagine su Udine, appena incoronata città al top per qualità della vita, nella classifica del Sole 24 Ore. Il posto dove tutti vorrebbero vivere, la quieta provincia elegante e pulita, e tasso di criminalità bassissimo.
Una pecora nera?
E però «sì, ci sono frange di razzismo. Poi, siamo onesti: meglio gli inni al calcio che alla lotta armata, come sa chi come me ha frequentato l’università di Padova in quegli anni. Io credo che ci siano grandi tensioni sociali, che trovano nello sport un punto di sfogo». Fuori, all’ora dello spritz, le strade sono già semivuote, si corre a casa nel freddo, italiani e non, e ci si racconta che Dino Zoff ha condannato quegli insulti («io che ero portiere ho visto arrivare di tutto dagli spalti. Ma non c’entra il Friuli, certe cose le ho sentite ovunque»).
I grandi nomi del calcio si sono sgolati, a spiegare che Udine non è razzista, «non bisogna avere l’idea che sia la curva, i tifosi o la città ad essere razzista, perché è multietnica», diceva ieri Valon Behrami, ex centrocampista dell’Udinese, e kosovaro. Behrami ci vive ancora, e benissimo, con tutta la sua famiglia, e la squadra «era di pochissimi italiani, e tanti stranieri. Tutti quanti ci sentivamo a casa». Lo è ancora, assai multietnica, lo ha rivendicato un curioso comunicato a firma “Curva Nord” (cioè tutta) in cui si dice che «numerosi giocatori dell’Udinese sono di colore e nessuno si è mai lamentato di aver subito comportamenti razzisti allo stadio o nella vita di tutti i giorni da parte del popolo friulano». E «noi accogliamo persone di tutte le età, di tutte le classi sociali e di tutte le nazioni. L’unico colore che conta veramente è il bianco-nero». Quindi, giù le mani dalle tifoserie, semmai è stata una sola pecora nera, già sulla strada del castigo.
Una diseducazione strutturale
Ma «per essere proprio onesti fino in fondo», dice il sindaco, “bisogna riconoscere che nello sport c’è una diseducazione strutturale». E non solo nel calcio, visto che all’ultima partita Udine-Trieste — serie A2 di basket — «ne ho sentite di tutti i colori, tra insulti alle squadre e tra tifoserie avversarie». E quindi hai voglia a lavorare nelle scuole e con le associazioni, e mettere avanti il valore del multiculturale, e fare progetti con le varie comunità religiose. Persino qui, bastano un paio di “mele marce”, o “pecore nere” (non bianconere), e finisce alla gogna tutta una città.