Maurizio Corbetta, neuroscienziato da record: “L’intelligenza artificiale svuota il nostro cervello”
di Elena Dusi
Voleva fare il filosofo. E infatti studia il cervello. Spiega che quest’organo non riposa mai. Che i nostri quozienti intellettivi individuali si sono abbassati dai tempi in cui cacciavamo nella savana. Che da qualche parte in testa abbiamo probabilmente già sviluppato un’area dedicata al cellulare. Il nostro supposto libero arbitrio forse non esiste, o è comunque più malleabile di quanto crediamo. Una delle risorse più preziose che dobbiamo preservare, infine, è l’attenzione, affatturata e sbocconcellata da mille pixel scintillanti.
Maurizio Corbetta, 63 anni, ha abbandonato i sogni di diventare prima ferroviere e calciatore, poi appunto filosofo, per arrivare a dirigere la clinica di Neurologia dell’università di Padova, dal 2016, dopo 28 anni negli Stati Uniti. Tra aule, letti d’ospedale ed esperimenti in laboratorio, oggi è membro dell’Accademia dei Lincei e ai vertici dei ricercatori italiani più citati nella letteratura scientifica secondo la classifica Clarivate del 2023.
Cosa …
Voleva fare il filosofo. E infatti studia il cervello. Spiega che quest’organo non riposa mai. Che i nostri quozienti intellettivi individuali si sono abbassati dai tempi in cui cacciavamo nella savana. Che da qualche parte in testa abbiamo probabilmente già sviluppato un’area dedicata al cellulare. Il nostro supposto libero arbitrio forse non esiste, o è comunque più malleabile di quanto crediamo. Una delle risorse più preziose che dobbiamo preservare, infine, è l’attenzione, affatturata e sbocconcellata da mille pixel scintillanti.
Maurizio Corbetta, 63 anni, ha abbandonato i sogni di diventare prima ferroviere e calciatore, poi appunto filosofo, per arrivare a dirigere la clinica di Neurologia dell’università di Padova, dal 2016, dopo 28 anni negli Stati Uniti. Tra aule, letti d’ospedale ed esperimenti in laboratorio, oggi è membro dell’Accademia dei Lincei e ai vertici dei ricercatori italiani più citati nella letteratura scientifica secondo la classifica Clarivate del 2023.
Cosa vuol dire essere fra gli scienziati più citati?
“Un articolo scientifico in biologia viene citato in media da 5 articoli successivi. Un nostro lavoro del 2002 è arrivato a 15mila. Ma non darei a questo indice troppa importanza. Vuol dire che il tema interessa, ma ci sono lavori di premi Nobel citati pochissimo”.
Quell’articolo di che parlava?
“Di uno dei beni più preziosi che abbiamo: l’attenzione. Spiegava che le aree del cervello legate ai movimenti dell’occhio selezionano gli stimoli cui prestare attenzione, trascurando gli altri. La conclusione è che non siamo fatti per il multitasking e dobbiamo curare di più la nostra capacità di concentrazione. Come il tempo e l’energia, è sempre più scarsa”.
Lei come si regola?
“Sono vittima anch’io della dipendenza da cellulare. Ma se devo studiare o scrivere lo sposto lontano dagli occhi. I telefoni sono una fucina di stimoli distraenti e ci fanno una piccola doccia di dopamina ogni volta che leggiamo un messaggio, inducendo piacere e dipendenza. Il fatto che li teniamo sempre in mano suggerisce che sono diventati un’estensione del nostro corpo. Ci sembra di aver perso un arto, se per caso lo dimentichiamo a casa. Si sa ormai da molti esperimenti che se una scimmia o un uomo utilizzano a lungo un attrezzo, i neuroni iniziano a incorporarlo e considerarlo come un prolungamento della mano. Probabilmente da qualche parte nell’area parietale del cervello abbiamo già sviluppato i neuroni dedicati al cellulare”.
Un altro dei suoi studi sfata il mito che usiamo solo il 10% del cervello.
“Le aree del cervello impegnate quando vaghiamo con la mente sono le stesse che usiamo mentre svolgiamo un compito. Il cervello non riposa mai. Se teniamo gli occhi chiusi senza pensare, lui ripassa quel che ha imparato in precedenza, richiama alla memoria episodi della vita, assembla le informazioni che ha e prova a prevedere il futuro”.
Una macchina straordinaria.
“Del tutto inadeguata all’oggi”.
In che senso?
“E’ un cervello costruito per mangiare, sopravvivere e procreare. Invece è chiamato a prendere decisioni molto complesse. Ci siamo evoluti nella savana cercando di arrivare all’indomani. Vogliamo ricompense nel giro di minuti, ore, al massimo pochi giorni. E invece siamo chiamati a fare scelte valide per i prossimi decenni, a collaborare con persone all’altro capo del mondo, ad affrontare problemi di lungo termine come il cambiamento climatico. Siamo chiaramente inadatti per questo. Forse un giorno ci impianteremo un chip nella testa per migliorare”.
Intanto abbiamo inventato l’intelligenza artificiale.
“C’è chi sostiene che ci libererà dal male del lavoro lasciandoci tempo per la creatività. Ma come si alimenterà, questa creatività? Abbiamo affidato la capacità di orientarci nello spazio al navigatore, la memoria allo zio Google, ora cederemo a ChatGpt anche la capacità di scrivere un testo o risolvere un problema. Cosa ci resterà da pensare? Per ragionare il cervello ha bisogno di elementi che trova dentro di sé. I mandarini cinesi imparavano una caterva di nozioni prima di iniziare a governare. Noi abbiamo finito con l’accontentarci di un apprendimento superficiale. Essere creativi in queste condizioni sarebbe come dipingere un quadro senza sporcarsi le mani con i colori”.
Non ci ha spiegato come mai ha rinunciato alla filosofia.
“All’ultimo anno di liceo, era il 1979, lessi un articolo su Scientific American. Riportava una delle prime immagini del cervello. Erano ancora rudimentali, ma mi colpirono tantissimo. E poi sentivo il bisogno di essere utile agli altri. Scelsi medicina”.
C’è una massima filosofica che le è rimasta dentro?
“Aristotele: la saggezza è fatta di buone abitudini. Non sono le idee brillanti a portarci lontano, ma l’esperienza. Siamo fatti di abitudini, non di decisioni coscienti”.
E un paziente che ricorda più degli altri?
“Direi Superman. Lo visitammo alla Washington University di St. Louis. L’attore Christopher Reeve era bello, ricco, una star di Hollywood. Poi cadendo da cavallo si fratturò il collo. Da un giorno all’altro si ritrovò paralizzato dalla testa in giù e dedicò tutto sé stesso a promuovere la ricerca sulle lesioni del midollo. Cinque anni dopo l’incidente, a sorpresa, riuscì a muovere un dito. Lo sottoponemmo a test ed esperimenti. Non si stancava mai. Era immobile nella risonanza magnetica e chiedeva: cos’altro posso fare, c’è qualcosa in più che vorreste capire da me?”
Qual è il suo esperimento preferito oggi?
“Un progetto con il collega di Milano Marcello Massimini e due ricercatori di Barcellona, Gustavo Deco, un fisico, e Mavi Sanchez, una neurobiologa. Riguarda l’ictus. Abbiamo scoperto che anche lesioni piccole hanno ampie ripercussioni funzionali su altre aree del cervello che pure appaiono normali a Tac o risonanza. E’ come se un treno fermo in uno snodo importante abbia ripercussioni tali da ritardare anche quelli distanti. Abbiamo scoperto che queste aree sono “addormentate”. Tenteremo di risvegliarle con tecniche di stimolazione elettrica o magnetica. Purtroppo, ogni ictus è individuale e non è facile capire dove è meglio rivolgere lo stimolo. Per questo ricreiamo sul computer una copia del cervello del paziente fedele al 90%, riproduciamo gli effetti della lesione e poi proviamo varie stimolazioni virtuali, prima di quelle reali. Lo chiamiamo il cervello gemello”.
Lei ha creato il suo cervello gemello?
“No, avrei paura di scoprire i segni dell’Alzheimer”.
Sostiene che anche oziando il cervello dia il meglio di sé. Ma lei non lavora tantissimo?
“Cerco di rimediare facendo sport, meditazione, yoga e immersioni in apnea. La mia famiglia mi aiuta tantissimo nel mantenere un equilibrio ed espandere la coscienza. Penso che bisognerebbe spiegare anche ai bambini a scuola come prendersi cura del cervello e della capacità di attenzione. D’estate vado in Puglia, dove ho una casa e una masseria in cui torno per riscoprire le radici della famiglia. Qui ospitiamo uno dei pochi fantasmi certificati della regione: una giovane donna fuggita con il suo cavaliere, poi bruciata dai fratelli. In molti l’hanno vista, un fattore di mio nonno di ritorno dalla guerra le tirò una bomba a mano, facendo un buco nel muro di cinta”.
Lei l’ha mai incontrata?
“No, ma vorrei tanto vederla anch’io, un giorno”.