Beniamino Zuncheddu: “Trentatré anni da incubo”, assolto il pastore sardo finito all’ergastolo per errore
di Francesca Zoccheddu e Corrado Zunino«Trent’anni di menzogne», ha detto il procuratore generale Francesco Piantoni in Corte d’assise di Roma. I giudici, dopo trent’anni di costruzioni investigative sghembe, hanno accolto la sua tesi e mandato assolto il pastore oggi di 59 anni Beniamino Zuncheddu, condannato all’ergastolo l’8 novembre 1991 che era poco più che un ragazzo. Condannato innocente.
«Il carcere non lo voglio più vedere, è la fine di un incubo», ha detto l’uomo, secco, ossuto, negli ultimi tre anni dipendente in un bar-ristorante di Cagliari. Ne ha trascorsi trenta di fila a Uta, casa circondariale di massima sicurezza a nord di Cagliari. Per altri tre è uscito il mattino per tornare in prigione la sera. Non ha mai smesso di dirsi innocente, Zuncheddu, rifiutando le scorciatoie alla sua detenzione che l’ammissione di colpa gli avrebbe consentito. Ieri ha atteso la libertà definitiva con il borsello a tracolla, lo sguardo paziente. A fianco l’avvocato Mauro Trogu e la sorella Augusta, alla sentenza in lacrime.
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«Trent’anni di menzogne», ha detto il procuratore generale Francesco Piantoni in Corte d’assise di Roma. I giudici, dopo trent’anni di costruzioni investigative sghembe, hanno accolto la sua tesi e mandato assolto il pastore oggi di 59 anni Beniamino Zuncheddu, condannato all’ergastolo l’8 novembre 1991 che era poco più che un ragazzo. Condannato innocente.
«Il carcere non lo voglio più vedere, è la fine di un incubo», ha detto l’uomo, secco, ossuto, negli ultimi tre anni dipendente in un bar-ristorante di Cagliari. Ne ha trascorsi trenta di fila a Uta, casa circondariale di massima sicurezza a nord di Cagliari. Per altri tre è uscito il mattino per tornare in prigione la sera. Non ha mai smesso di dirsi innocente, Zuncheddu, rifiutando le scorciatoie alla sua detenzione che l’ammissione di colpa gli avrebbe consentito. Ieri ha atteso la libertà definitiva con il borsello a tracolla, lo sguardo paziente. A fianco l’avvocato Mauro Trogu e la sorella Augusta, alla sentenza in lacrime.
Era stato accusato, e senza dubbio condannato, della strage dell’ovile di Cuili is Coccus, tra le montagne di Sinnai e Burcei, entroterra cagliaritano: l’8 gennaio 1991 furono uccisi lì tre pastori, una quarta persona rimase ferita. Le vittime erano Gesuino e Giuseppe Fadda, padre e figlio, proprietari dell’ovile, era il loro dipendente Ignazio Pusceddu.
La prima, e unica, pista investigativa intrapresa dalla polizia era stata quella dello scontro tra mandriani. Questioni di confini non rispettati tra vicini, le ritorsioni: pugni in faccia e cani impiccati. Quindi, ultima vendetta, le vacche di Zuncheddu ammazzate nel suo ovile a Masone Scusa. «Se facessero a voi quello che avete fatto alle mie bestie», avrebbe detto il pastore di Burcei alla famiglia Fadda nel corso dell’escalation di ripicche. E questa frase sarebbe stato il primo tassello su cui si sarebbe costruito il castello di bugie.
Zuncheddu, secondo l’accusa, alle otto di sera dell’8 gennaio avrebbe raggiunto l’ovile di Cuili is Coccus da solo, a bordo di una Vespa, il fucile carico. Aveva una spalla fuori uso fin dalla nascita, era esile. E aveva solo 27 anni. Avrebbe aperto il fuoco contro il capofamiglia lungo la stradina di accesso alla proprietà, sarebbe salito verso lo stazzo e avrebbe fatto fuori il figlio. Sarebbe quindi entrato nell’edificio sulla destra e fulminato il servo pastore, che si era nascosto in una stanza. Infine, avrebbe sparato contro il giovane genero del titolare, Luigi Pinna, accucciato nella stessa camera.
Pinna, però, non era morto. Sembrava, diranno molto più avanti i giudici della revisione, un’operazione da commando. Il giovane pastore era partito dalla sua casa di Burcei e rientrato in un’ora e un quarto, un tempo davvero ristretto. Gli investigatori e poi un filare di magistrati non hanno mai avuto tentennamenti: l’autore era stato Zuncheddu.
Tre mesi prima della strage nella zona, precisamente a Dolianova, era stato rapito l’imprenditore Gianni Murgia. Sarebbe stato liberato tre giorni dopo il triplice omicidio, dietro un riscatto di 600 milioni di lire.
Nessuno, tuttavia, ha voluto mettere in relazione le due storie. Né approfondire il ruolo di un bandito, condannato a trent’anni per il sequestro Murgia, morto nel 2009. Né ricordare che i Fadda erano stati coinvolti in almeno tre rapimenti, in quegli Anni Novanta che rappresentarono l’ultima striscia dei 177 sequestri compiuti in Sardegna.
Luigi Pinna, il sopravvissuto, è diventato il testimone chiave. Per un mese, ascoltato dalla Squadra mobile di Cagliari, ha alternato versioni: «Era a volto scoperto, una calza da donna lo copriva, non l’ho riconosciuto». Poi, alla vigilia del riconoscimento tra 16 sospettati, ha indicato Beniamino Zuncheddu: «È stato lui». Nel processo di revisione, all’udienza del 14 novembre scorso, il testimone chiave si è liberato: «Sono stato indotto a calunniare Zunccheddu dall’agente di polizia che conduceva le indagini. Mi mostrò la foto di Beniamino, mi disse che il colpevole della strage era lui. Ho memorizzato quel volto, ho ripetuto quella versione».
Il poliziotto suggeritore era Mario Uda, uomo dell’Interpol. Tutt’oggi nega: «Non ho fatto vedere nessuna foto». Adesso è indagato per falso, insieme a Daniela Fadda, moglie e figlia degli uccisi del ’91, e Paolo Melis, l’altro testimone, quello che ha attribuito a Zuncheddu le frasi minacciose. Il contorno di questo depistaggio lungo una vita sarebbe proprio quello dei sequestri e della necessità di alcuni procuratori sotto pressione tra cui, su tutti, Luigi Lombardini, di crearsi una rete di informatori, spesso sequestratori loro stessi. Uno dei sequestratori di Murgia, confidente proprio del pm Lombardini, aveva preso possesso dell’ovile subito dopo gli omicidi. «Non so cosa farò adesso», scuote la testa Beniamino Zuncheddu.