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Ultima fermata Trieste

Viaggio nel Silos, il girone dei richiedenti asilo arrivati lungo la rotta balcanica. Sono centinaia, in completo stato di abbandono, e ogni giorno aumentano. Le storie e le accuse: “Li tengono lì ammassati per dare il senso dell’invasione”
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Tende coperte da teli di plastica piantate fra pozze d’acqua che di notte a volte gelano. Qualche straccio di metallina che rotola.

Rifiuti, vecchie sedie, bracieri negli angoli, dove a gruppi si cerca un po’ di calore davanti al fuoco. La bava di sole che entra dai finestroni orfani di finestre e dal tetto bucato non scalda. Pakistani, afghani, nepalesi, iraniani, kashmiri, bengalesi: a Trieste sono attualmente circa 220 le persone costrette a vivere così. Sono tutti richiedenti asilo, per legge avrebbero diritto ad assistenza e accoglienza nell’attesa che le loro domande vengano evase, ma per loro non c’è posto, né supporto.

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Capita spesso che siano molti di più. Trecento, quattrocento. Impossibile tenere il conto, chi può cerca alternative altrove o magari prosegue il viaggio. Periodicamente la prefettura dispone maxi-trasferimenti in centri di altre province o regioni che riescono ad abbattere il numero di chi avrebbe diritto ad accoglienza, assistenza, tetto ed …

Tende coperte da teli di plastica piantate fra pozze d’acqua che di notte a volte gelano. Qualche straccio di metallina che rotola.

Rifiuti, vecchie sedie, bracieri negli angoli, dove a gruppi si cerca un po’ di calore davanti al fuoco. La bava di sole che entra dai finestroni orfani di finestre e dal tetto bucato non scalda. Pakistani, afghani, nepalesi, iraniani, kashmiri, bengalesi: a Trieste sono attualmente circa 220 le persone costrette a vivere così. Sono tutti richiedenti asilo, per legge avrebbero diritto ad assistenza e accoglienza nell’attesa che le loro domande vengano evase, ma per loro non c’è posto, né supporto.

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Capita spesso che siano molti di più. Trecento, quattrocento. Impossibile tenere il conto, chi può cerca alternative altrove o magari prosegue il viaggio. Periodicamente la prefettura dispone maxi-trasferimenti in centri di altre province o regioni che riescono ad abbattere il numero di chi avrebbe diritto ad accoglienza, assistenza, tetto ed è costretto ad arrangiarsi. Ma mai del tutto.

Trieste, la vita impossibile dei richiedenti asilo

“La situazione di abbandono di centinaia di persone - dice Gianfranco Schiavone, giurista di Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e presidente dell’associazione Ics – non è conseguenza di un alto numero di arrivi che lo Stato fatica a gestire; le domande di asilo presentate da chi arriva dalla rotta balcanica sono in media cinque al giorno, un numero basso, anzi persino ridicolo. I richiedenti vengono abbandonati per mesi in modo che il numero cresca tra un trasferimento e l’altro. È la prova che l’emergenza è voluta”. E nel laboratorio storico dell’accoglienza diffusa è un inedito. “Le ragioni - spiega Schiavone - sono due: spingere i richiedenti asilo ad andare verso altri Paesi europei e far percepire alla popolazione distratta un’invasione che non esiste”

“Qui un tempo ci stipavano le merci adesso si immagazzinano le persone”, dice Ismail, mediatore, mentre scavalca muretti, aggira cumuli di rifiuti, entra nello gigantesco stabile dismesso in cui chi attende di entrare nel sistema di accoglienza continua a vivere. O quantomeno a provarci. È un vecchio magazzino tirato su ai tempi dell’Impero austro-ungarico, quando il porto vero era in città e Trieste meta di scambi. Nel dopoguerra è stato rifugio per chi arrivava dall’Istria diventata Jugoslavia. In città è tema che apre ancora discussioni accese e potenzialmente infinite, dei nuovi sfollati o esuli in pochi parlano. Ufficialmente non esistono.

Troppo grande per essere preda di speculazioni edilizie o progetti di ristrutturazione, sufficientemente solido da offrire ancora riparo, in città lo conoscono come il Silos, chi ci è costretto a vivere lo chiama Kandwala, la rovina. È a dieci minuti da piazza dell’Unità, i caffè storici, il molo Audace. A sette dalle vie dello shopping, i locali, le Rive. Meno di tre dalla stazione. Invisibile solo a chi non vuol vedere.

Fa freddo a Trieste. E sembra quasi pleonastico dirlo. Ma quella bora, che è vento autoctono ed è croce di cui in città si va quasi orgogliosi, al Silos non è elemento di semplice disturbo. Una folata arriva e fa sbattere i teli di plastica che coprono alla meno peggio le tende nel tentativo, o forse meglio nella speranza, di isolarle dalla pioggia che cade inevitabilmente dentro dal tetto semidistrutto. Sembrano le vele di una nave. Amaro paradosso per chi ha scelto la rotta a piedi per evitare il mare. “Troppo pericoloso, ho paura, non so nuotare - dice Dulal - Poi bisogna passare per la Libia”. L’eco delle violenze, dell’orrore dei lager è passaparola fra chi cerca un futuro lontano da casa, come il silenzio che segue molte traversate che non si concludono se non sul fondo del Mediterraneo. Ma a Trieste si finisce per essere naufraghi in terra dopo aver cercato di non esserlo in mare. Ugualmente senza orizzonte in vista.

Voci dal Silos

“Ogni mattina ci dicono che dovremo aspettare ancora un po’. Io sono qui da cinquantadue giorni, ma dall’Afghanistan sono partito due anni fa”, racconta Muhammad Fida. Per lui, andare via non è stata una scelta, ma un modo di salvarsi la vita. “La mia famiglia ha sempre lavorato con l’esercito e le forze internazionali, quando i talebani sono tornati al potere siamo diventati tutti dei bersagli”. E tutti hanno cercato futuro altrove. Alcuni in Pakistan, altri in Turchia, molti si sono messi in viaggio verso l’Europa. “È dura, sai? Io ho attraversato sette frontiere”. In Croazia, racconta, è stato picchiato. “Ci hanno pestato con bastoni e altro. Mi proteggevo la testa e loro infierivano sulla schiena. Mi fa ancora male”. Poi ancora confini, ancora chilometri a piedi, fra i boschi. L’arrivo in Italia, spiega Muhammad, era sogno, obiettivo, unica ragione per non mollare.

“Pensavo: ‘Lì finalmente potrò respirare, stare tranquillo, gli italiani sanno cosa succede in Afghanistan, ci sono stati tanto tempo’. E invece sono qua”. A dormire per terra, che diventa fango che non si asciuga mai anche se dall’ultimo temporale sono passati giorni. A difendersi dai topi che rosicchiano zaini, coperte, tende, mordono orecchie, guance, mani. A lottare contro la scabbia, che in un ambiente decoroso è patologia cutanea facile da mandar via, ma senza possibilità di lavarsi con regolarità, con l’unica acqua che è quella di una tanica riempita alla fontanella della stazione, diventa calvario.

Al Silos non esistono né docce, né bagni chimici, non c’è corrente, non ci sono vetri che impediscano al vento o alla pioggia di entrare dalle finestre.

Ci si ripara sotto coperte che non smettono mai di essere umide, davanti a fuochi alimentati con vecchi pallet, smontati pezzo per pezzo. È legno povero, brucia in fretta, non scalda mai. “Non posso che sperare che vada tutto bene, di avere un tetto la possibilità di ricostruirmi una vita, studiare l’italiano, magari fare dei corsi di formazione. So fare tante cose, sono un meccanico esperto, ma ho lavorato anche come sarto”, dice Muhammad. “In realtà io non ho altra opzione che stare qui, un Paese in cui tornare non ce l’ho più”.

Anche Igbar Sawgin alle spalle ha solo una porta chiusa. “Lavoravo per alcune ong e mio padre era un politico dell’opposizione, anche io stavo seguendo le sue orme. Per aver partecipato a una protesta è finito in carcere, lì ho capito che in Pakistan non ci sarebbe stato più posto per me”. Per questo ha deciso di partire. Con i familiari ne ha discusso, tutti erano a conoscenza dei pericoli del viaggio, molti hanno cercato di dissuaderlo. “A minacciarmi erano le stesse autorità a cui avrei dovuto chiedere un visto. Non me lo avrebbero concesso mai. E io temevo per la mia vita”. Allora è partito come tanti e anche per lui il viaggio è durato anni. “Quasi tre”. Frontiera dopo frontiera, “game” dopo “game”. Il momento pericolosissimo in cui si attraversano fra chi fugge si chiama così. “Quella con la Bulgaria è stata sicuramente la più pericolosa. Ho avuto paura di non sopravvivere. Un gruppo di uomini ci ha dato letteralmente la caccia, ci ha aizzato contro i cani. Non so chi fossero, forse la polizia, ma non avevano divise. Alcuni di noi sono stati picchiati, altri fermati. Noi fortunatamente siamo riusciti a scappare”. E a continuare a camminare. “Spesso lungo i sentieri vedevamo le tracce di chi era passato prima di noi. Probabilmente qui non si capisce che chi parte non ha altra opzione”. Allora ci si gioca la vita lungo una rotta che parte da Grecia o Turchia poi si dirama, si biforca, si sdoppia, cambia a seconda del meteo e dei controlli, mai si esaurisce.

Per Dishrif, ventiquattrenne partito due anni e mezzo fa dal Bangladesh, uno dei Paesi che il cambiamento climatico sta divorando insieme a campi e risaie che fino a qualche anno fa davano da mangiare a migliaia di persone e oggi sono invase dal mare, partire ha significato sperare di far sopravvivere tutta la sua famiglia. Hanno scommesso tutti su di lui. “Io non posso tornare indietro, i miei hanno fatto un grosso debito per pagare il mio viaggio, devo iniziare a lavorare in fretta per poterlo ripagare e per aiutarli”. Magro, sottile, denti e viso che raccontano anni di cibo che mai basta a saziare la fame, oggi Dishrif cammina a fatica. In Bosnia gli si sono rotte le scarpe, ha provato a sistemarle, ma dopo un po’ la suola si è completamente scollata. Di tanto in tanto, uno dei suoi due compagni di viaggio gli prestava le sue per attraversare i tratti più duri, ma a Trieste ci è arrivato con i piedi aperti da piaghe profonde. “Quando ho attraversato la Croazia, più volte ho avuto paura di non farcela. Non abbiamo mangiato e bevuto per giorni, abbiamo attraversato i boschi per evitare le pattuglie. Ad un certo punto qualcuno ci ha sparato contro, ma fortunatamente i proiettili ci hanno mancato". Quando ha visto il golfo di Trieste allargarsi davanti ai suoi occhi, confessa, ha pianto. Anche lui adesso vive al Silos. “Sono qui da 35 giorni. E inizia a fare molto, troppo freddo. Non sono abituato, da me in Bangladesh le temperature non sono mai inferiori ai 15 gradi”. Mentre Dishrif parla fuori ce ne sono tre o quattro e la bora soffia. A gennaio per una settimana ha flagellato Trieste con raffiche che hanno superato i cento chilometri orari, quando ha concesso una tregua sono arrivate un paio di ore di nevischio. “Per quanto qui possa essere difficile – mormora - per me tornare indietro non è un’opzione”.

La rete dell’accoglienza

E allora resiste ancora un giorno e un giorno dopo al Silos. Come lui tanti, troppi. Di giorno, molti cercano supporto, informazioni o semplicemente un posto riscaldato al centro diurno. Per tutti è Chaikhana, la casa del thè. Di fatto è uno stanzone neanche troppo grande che la Comunità San Martino al campo, realtà che in curriculum ha quasi mezzo secolo di assistenza agli ultimi, ha avuto dalla Fondazione Crt di Trieste e adesso gestisce insieme a Ics e con la collaborazione di una rete di associazioni: Linea d’Ombra, la Diaconia valdese – Csd, Donk Humanitarian Medicine e International rescue comitee Italia, da alcuni mesi anche i volontari di Resq.

Nel 2009 quando ha aperto con il proposito di essere approdo e punto di riferimento per chi viva in strada, di mezzo c’era anche il Comune. Adesso dell’amministrazione è rimasto solo il logo scrostato sulla targa esterna. Dal pubblico non arriva un euro. Eppure le attività ci sono e sono tante. E per centinaia di persone, richiedenti asilo per lo più, sono fondamentali. Soprattutto per chi vive al Silos. All’interno ci sono due bagni e due docce, la fila spesso è lunga, ma ordinata. In fondo, un ambulatorio gestito dai medici di Donk humanitarian medicine, fornisce assistenza a coloro che dallo Stato non ne hanno.

A metà mattina il centro di via Udine sembra un alveare. Strapieno. In un angolo dello stanzone, la lezione di italiano è in corso. Il front office distribuisce thè e biscotti, informazioni, vestiti asciutti, coperte, scarpe. A operatori, volontari, mediatori ci si rivolge per aggiornamenti sulle pratiche in corso, piccoli e grandi problemi, nella speranza di un posto finalmente libero in accoglienza. Per chi spera di trovare a Trieste spazio per iniziare a ricostruire la propria vita è un punto di riferimento imprescindibile anche solo per stare per un po’ al caldo e all’asciutto, tutti i giorni, nessuno escluso. Ma nel tardo pomeriggio il centro chiude e per molti degli utenti è ora di tornare verso il Silos.

“È necessario ripristinare un sistema ordinario di trasferimenti anche con numeri bassi ma costanti, come avveniva prima della fine estate 22, quando è iniziata l’attuale emergenza artificiale”, dice Schiavone, che con l’Ics la storia dell’accoglienza diffusa a Trieste ha iniziato di fatto a scriverla.

“Gestiamo circa 150 appartamenti, per un totale di 700 persone”. Fatta eccezione per casa Malala e l’ostello scout di Campo Sacro , due centri affidati alla Caritas che ospitano un centinaio di persone ciascuno e che sono stati pensati solo con funzioni di primissima accoglienza in attesa del trasferimento, chi viene accolto in città non finisce in casermoni nascosti nelle campagne o gigantesche strutture isolate dalla comunità. Il principio di base è costruire ponti fin dall’arrivo di chi chiede asilo e protezione, dando agli utenti tutti gli strumenti e le opportunità necessarie – assistenza legale, psicologica qualora necessaria, corsi di formazione – per rendersi rapidamente autonomi. Si è sperimentato quando dai Balcani smembrati e rotti da mille conflitti alla fine degli anni Novanta hanno iniziato ad arrivare profughi, dopo è diventato modello che ha fatto scuola anche in altre regioni. In Friuli Venezia Giulia però proseliti non ne ha fatti mai. “Nelle altre province – spiega Schiavone – le esperienze sono limitate”. E il proposito a quanto pare sembra essere quello di farlo ulteriormente, incluso a Trieste.

Operazione smantellamento

"L'accoglienza diffusa dei migranti è un grandissimo fallimento", ha iniziato a ribadire ad ogni occasione utile il governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga da quando nel luglio scorso il governo ha avviato le manovre per la costruzione di nuovi cpr e hotspot. “Servono dei centri controllati, con numeri sostenibili. È la direzione che, quando ho dialogato con il ministro Piantedosi, si condivideva anche per il nostro territorio – affermava l’estate scorsa a margine di un incontro in Regione - L'accoglienza diffusa impedisce qualsiasi controllo". Agli annunci non è seguito - al momento - nulla di concreto. Ma assolutamente inesistente è anche il contributo della Regione nell’assistenza di chi arriva per restare o semplicemente per rifiatare prima di continuare il viaggio.

A metà dicembre il Consiglio regionale ha bocciato l’emendamento presentato dai consiglieri Giulia Massolino e Massimo Moretuzzo che proponeva di impegnare fondi regionali per l’accoglienza. I soldi c’erano. Con la soppressione del progetto d’acquisto di un poligono di tiro virtuale per il Comune di Trieste, sul piatto si potevano mettere addirittura 450mila euro. Il “No” è stato rotondo. "Non possiamo ignorare la tragedia umanitaria che si sta consumando al Silos di Trieste, a pochi passi dal palazzo del Consiglio regionale”, ha protestato con una nota la consigliera Massolino. “È la vergogna della città di Trieste e di questa regione. Le parole grossolane e inumane del sindaco di Trieste sono per noi un marchio indelebile che ci resterà addosso".

Lui si chiama Roberto Di Piazza, Trieste la governa per la terza volta, ma alle ultime elezioni alle urne si è presentato poco più del 40 per cento della popolazione. L’ha spuntata al ballottaggio per meno di sei punti, in termini assoluti in una città di quasi 200mila persone lo hanno scelto poco più di 38.600 votanti. Della “tragedia di umanità” in corso al Silos – così l’ha definito il vescovo Enrico Trevisi che il 31 ottobre ha visitato la struttura per poi chiedere inascoltato una soluzione prima dell’arrivo del freddo - pubblicamente se n’è lavato le mani. “Assistiamo già 400 minori non accompagnati, ma non posso farmi carico anche dei migranti adulti del Silos e non ho alcuna intenzione di farlo”, ha detto Di Piazza alla stampa locale. “Nella Venezia Giulia non c’è spazio per un centro di accoglienza”, anche perché “se ne metto su uno per 400 poi diventano 6000”.

È la teoria del “pull factor” forgiata sulle navi ong, per questo costrette a insensati viaggi verso porti lontani anche quattro o cinque giorni di navigazione e applicata all’accoglienza a terra. Ugualmente sbugiardata dai fatti. Perché numeri da emergenza a Trieste non ci sono, forse non ci sono mai stati. Anzi, stando all’ultimo rapporto Frontex, nel 2023 i transiti lungo la rotta balcanica anno hanno segnato un -28 per cento rispetto all’anno precedente. E Trieste, che in Italia è la prima tappa obbligata della rotta, per molti è solo punto di passaggio.

Da gennaio a novembre, spiega Giulio Zeriali della Diaconia valdese ad una sala piena di gente nonostante sia un sabato pomeriggio a una manciata di giorni dal Natale, “da Trieste sono passate 14.792 persone, di cui il 24,7 per cento, quasi uno su quattro, minori. Quelli non accompagnati sono il 19 per cento”. Per lo più si tratta di giovani uomini afghani, pakistani, bengalesi, sono anche interi nuclei familiari a mettersi in viaggio. Sulla strada dall’Asia all’Europa camminano spalla a spalla diverse generazioni.

Da gennaio a settembre 2023 – si legge nell’ultimo report Vite abbandonate – sono arrivate 202 famiglie, per un totale di 1161 persone, fra cui 607 minori. Il 70 per cento delle famiglie viene dal Kurdistan turco, seguito da Afghanistan (19 per cento) e Iran. Il 94 per cento di loro è diretto verso altri Paesi europei. Anche fra i giovani uomini che da Trieste passano sono pochissimi a fermarsi. “Almeno il 70 per cento delle persone – continua Zeriali - decidono di proseguire il proprio viaggio”. Destinazione, per quasi tutti la Germania e il Nord Europa. In città li chiamano “i transitanti”. Si fermano solo qualche ora, o magari un giorno per rifiatare e riposare, prima di proseguire la rotta attraverso Milano, Ventimiglia, nuove frontiere ancora.

C’è chi prova a cercare calore e conforto in stazione, ma alle 2 di notte chiude le porte e anche il sottopasso che una volta forniva riparo adesso viene sprangato. Alcuni trovano un posto nelle cosiddette “strutture a bassa soglia”, dormitori in cui senza fissa dimora e ultimi possono trovare un posto per la notte, una doccia, magari un pasto caldo. Ma i posti formalmente disponibili sono solo cinquantacinque, spesso di letti disponibili per chi da Trieste semplicemente passa non ce n’è neanche uno. Stando alle stime delle associazioni ogni notte ad aver bisogno di assistenza umanitaria sono circa 32 adulti, una donna sola con figli, 8 minori non accompagnati, un nucleo familiare. Meno di 50 persone, spesso molte meno. Il più delle volte rimangono al freddo.

“Sarebbe potuto capitare a me di nascere in Afghanistan o in Pakistan, ho la libertà di assumermi la responsabilità di prendermi cura di queste persone. E non è delegabile. È necessario un sussulto di dignità”, è stato l’appello pubblico lanciato di recente dal vescovo Trevisi. E a differenza del suo predecessore, raccontano gli attivisti triestini, a fare qualcosa di concreto ci sta provando. Anche la Caritas, affidata a novembre a padre Giovanni La Manna, gesuita con in curriculum dieci anni da direttore del centro Astalli, sembra aver cambiato atteggiamento e segno. La sua nomina, ha spiegato il vescovo nella lettera con cui lo ha chiamato a Trieste, risponde a criteri e a una missione molto precisa: "Siamo sulla rotta balcanica - scrive Trevisi - ci misuriamo continuamente con tanti migranti che transitano da Trieste e per i quali ci sentiamo incapaci di dare risposte dignitose". In città La Manna ci era già stato da parroco: “torno e nulla è cambiato. Questo è deprimente per me”, ha detto il sacerdote. “L’Italia ha nella sua Costituzione l’accoglienza, è firmataria della Convenzione di Ginevra – ha affermato - Ma si continua a offendere la dignità di queste persone in nome di cosa? Chi di noi sceglierebbe di lasciare la propria cultura, il proprio Paese, i propri affetti se avesse un’alternativa?”.

Interrogativi che chiamano in causa direttamente le istituzioni, ma che cadono nel vuoto. All’ultima pubblica tavola rotonda durante la quale sono stati per l’ennesima volta ribaditi, il prefetto Pietro Signoriello ha “ritenuto opportuno” – così ha scritto in una letterina – non partecipare perché il suo ruolo, ha spiegato, è solo “soggetto istituzionalmente preposto, per le parti di propria competenza, all’attuazione dell’impianto normativamente previsto e del connesso indirizzo politico che fa capo al governo nazionale”. Traduzione, un mero esecutore. Efficace, a suo dire, perché “questa provincia accoglie 1270 migranti e dall’inizio dell’anno sono stati trasferiti ad altri centri di accoglienza siti in altre regioni d’Italia circa 1.500 richiedenti asilo”. In realtà, i dati ufficiali del ministero rivelano che i trasferiti sono molti più, 2.462. Sulle persone abbandonate al Silos, come su coloro che si limitano a transitare attraverso la provincia, nella letterina, neanche una parola.

Il confine ritornato e la piazza del mondo

Che si fermino o no, per tutti la principale porta d’accesso è la Val Rosandra, attraversando il Carso dove basta scollinare per passare il confine orientale e ritrovarsi in Slovenia, attraversare una valle per passarlo ancora e tornare in Italia. A fine ottobre l’Unione europea ha deciso di seppellire uno dei propri pilastri sospendendo Schengen, ufficialmente – ha affermato all’epoca il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi – “per contrastare l’aumento del rischio di infiltrazioni di jihadisti provenienti dalla rotta balcanica”. Un pericolo, tutto ancora da verificare, in teoria legato al conflitto in corso a Gaza e alla crescente instabilità in tutto il Medio Oriente. Ai valichi principali sono tornate le camionette, i controlli, le file.

Ma il “confine ritornato” nei fatti non esiste, sui passaggi secondari non c’è nessuno. E si continua agevolmente ad “andare in Jugo” – a dispetto di una dissoluzione che ormai conta più di trenta compleanni, a Trieste si dice ancora così – per sigarette, benzina a basso costo, un pranzo. Succede oggi, succedeva quando la Jugoslavia esisteva e si passava la frontiera per comprare i jeans. “Il più grande e rinomato passeur – spiega una volontaria di Linea d’ombra – si chiama ‘passaparola’. Il Carso è una groviera, lo è sempre stato”.

Rimane la sospensione di Schengen e di quei confini eliminati che erano stati promessa e fondamento dell’Ue, seppellita senza lutti, né grossi patemi quando si è deciso che persone in fuga e in cerca di protezione possano essere considerate “minaccia” o “problema di pubblica sicurezza”. Un paradosso che ha trovato formalizzazione nei regolamenti finiti in pancia al Patto migrazione e asilo approvato in Ue, che fra le potenziali cause di “crisi” meritevoli di procedura di frontiera accelerate, diritti sospesi, detenzioni e trattenimenti anche per i minori annovera anche la cosiddetta “strumentalizzazione”, cioè lo scenario in cui “un Paese terzo o un attore non statale ostile incoraggia o facilita il movimento di cittadini di Paesi terzi e di apolidi” verso le frontiere esterne Ue “con l’obiettivo di destabilizzare l’Unione o uno Stato membro”, mettendone “a rischio le funzioni essenziali”. Per legge, le vittime di conflitti e miserie sono state relegate al rango di armi improprie.

A vederli intirizziti sulle panchine di piazza Libertà a Trieste appare quasi grottesco. Ogni sera dalle 18 in poi si ritrovano lì. È un punto di riferimento per chi aspetta un posto in accoglienza o per chi passa, di certo l’unico in cui la sera sia possibile avere un pasto caldo, vestiti asciutti, una tenda e coperte per resistere nei giorni di freddo. Ad animarla c’è una rete di volontari di diverse organizzazioni – i medici di Donk, Ics, la Diaconia valdese, a volte gli scout, persino gli “equipaggi di terra” di Mediterranea Saving Humans” - che gravita attorno a Linea d’ombra, associazione che dal 2019 supplisce con sforzi personali alle latenze istituzionali.

“Ci accusano di essere il pull factor, di essere causa di degrado, in realtà siamo il risultato di quello che non viene fatto. Dire che questa piazza è piena di gente perché ci sono i volontari, è una follia o una stupidità”, spiega Marianna Buttignon, una delle “storiche”. E che mai forse si sarebbe immaginata di passare giornate a cucinare pentoloni di minestra o pollo, coordinare raccolte di aiuti, rispondere alle richieste di centinaia di ragazzini che arrivano e hanno bisogno di tutto. Alcuni in situazioni d’emergenza se li è anche portati a casa. “Io vengo dal partito radicale, ho decenni di attivismo nell’associazione Luca Coscioni, chi se lo sarebbe mai aspettato di trovarsi qui a fare questo?”, dice e sorride, mentre allunga uno zaino a un ragazzo, ad un altro che arriva in infradito promette le scarpe, sul telefono mostra i volti di chi è passato e ce l’ha fatta. La rotta, spiega, se l’è trovata di fatto davanti alla porta di casa. “E come si fa a lasciare decine di ragazzi spauriti, al freddo, che hanno bisogno semplicemente di tutto?”.

Alcuni la chiamano ‘Mama’. E di fatto anche solo per pochi giorni, settimane o mesi per molti lo è stata, a distanza continua ad esserlo. L’orsacchiotto di famiglia ha viaggiato fino in Olanda per finire in braccio a una bimba irachena che dopo anni in attesa in un campo profughi in Grecia è riuscita a raggiungere il padre che da solo ha fatto tutta la rotta balcanica ed è passato da Trieste. “Come sono arrivata qui in piazza? Avevo iniziato ad occuparmi dei richiedenti asilo che cercavano rifugio in un parco vicino casa mia. Un giorno mio figlio mi ha detto ‘ma lo sai che c’è una che fa la stessa cosa dall’altra parte della città?"'.

Si chiama Lorena Fornasir e in “piazza del Mondo”, così è stata ribattezzata da chi la frequenta, è stata la prima ad arrivare. La “tragedia umanitaria” dei campi di detenzione nei Balcani l’aveva vista con i propri occhi prima che cocci e persone rotolassero fino a Trieste. Anche all’epoca, la città era per lo più tappa di un cammino ancora lungo. Per molti la meta è sempre stata solo la stazione, alla ricerca di un treno - all'alba o a tarda sera, quando ancora viaggiano i regionali – per superare un altro tratto. E nella piazza lì davanti cinque anni fa hanno iniziato a trovare Lorena e il marito Gianandrea Franchi - psicologa clinica lei, professore di filosofia lui - che portavano calze, scarpe, vestiti asciutti, beni di prima necessità, parole di conforto, informazioni.

La rivoluzione della cura

Nel giro di poco alla coppia si sono aggiunti altri volontari, a Trieste la cosa a molti non è piaciuta. Qualche anno fa Lorena e Gianandrea sono finiti pure sotto inchiesta. L’accusa? Aver ospitato una famiglia di kurdi siriani con due bambini piccoli. Per la Digos e la procura di Trieste, la prova che la coppia facesse parte di un’organizzazione di passeur. Quando l’indagine è passata per competenza a Bologna – per anni Fornasir è stata giudice onorario per le adozioni del tribunale della città, dunque da giudicare in altro distretto – è stata subito archiviata su richiesta del pubblico ministero. Non c’era uno straccio di elemento. Nel frattempo, loro non hanno mai mollato.

Oggi a Lorena basta guardare che scarpe un ragazzo porti per capire da quanto è in viaggio. Sempre che le abbia ancora. Lei cura piedi, ferite e anime. Il suo “ambulatorio” è una panchina coperta da una metallina, una delle sottili, sgargianti coperte termiche d’emergenza. Medica piedi distrutti dalle camminate infinite, aperti da tagli, deformati dai geloni. Disinfetta e chiude piccole ferite, distribuisce pasticche e spray per il mal di gola a quintali. Soprattutto ascolta. “Questa – dice - è la rivoluzione della cura”. E non si tratta semplicemente della piccola assistenza medica, ma di un più generale interesse per esseri umani che in alternativa sarebbero fantasmi. E invece trovano in una piazza di frontiera una Mama, che non fa semplice volontariato, “questa – ci tiene a ribadire lei - è un’azione politica contro un mortale regime di frontiera”.

Mansur è arrivato da qualche ora quando si siede sulla panchina di fronte a Lorena. È imbarazzato quando lei gli sfila le calze distrutte, scoprendo tagli e piaghe. La borsa medica è ordinata, Lorena non ha bisogno di guardare per trovare garze, acqua ossigenata, disinfettante, pomate cicatrizzanti. È metodica, sicura. In dieci, massimo quindici minuti ha buttato via vecchie fasciature diventate cenci, rappezzato tagli, ripulito lesioni. Alza gli occhi e vede che quel ragazzo magro ha addosso solo un maglione consunto, niente giubbotto mentre la temperatura sfiora i tre gradi. E allora inizia a cercare far sacchi e borsoni depositati accanto alla panchina, pesca un piumino bianco, lo porge al ragazzo incredulo. “Per me?”. La rete di solidarietà si è estesa, all’associazione o direttamente in piazza arrivano vestiti, tende, sacchi a pelo, coperte, cibo. Serve tutto.

Dall’altro lato della piazza si distribuiscono pasti. Di sera, per mangiare qualcosa di caldo spesso è l’unica opzione. La Caritas è lontana, sta a venti minuti di autobus e ai ragazzi mancano spesso anche i pochi spicci necessari per fare il biglietto e ci sono, implacabili, le multe Prima erano i volontari triestini a organizzarsi a rotazione per la cena, da qualche mese ci pensano gli equipaggi di terra di Mediterranea Saving Humans. Arrivano dal Veneto, Padova, Venezia, Rovigo, qualche gruppo parte addirittura dalla Toscana. A turno arrivano con contenitori pieni di riso, pollo, legumi. Portano thè, olio, farina, frutta, scatolame, sacchi a pelo, coperte da lasciare per chi è costretto a vivere al Silos, biscotti e alimenti per bambini per le famiglie che passano e proseguono il viaggio. “Ormai siamo una quindicina fra gruppi e associazioni, persino singoli che hanno voglia di dare una mano. Mese dopo mese riusciamo a coprire sempre più giorni. A novembre venti su trenta, a dicembre credo qualcosa in più”, spiega Naomi Pedri Stocco, attivista veneziana che coordina “gli equipaggi”. “Alcuni di noi si organizzano a casa per cucinare, altri hanno fatto accordi con mense o ristoranti. Ogni sera serviamo circa cento pasti, ma capita che ne servano anche di più”. Una volta, racconta, un pollo al curry è stato improvvisato sul fornelletto elettrico che generalmente viene utilizzato per fare litri e litri di thè verde. “Quello che fin dall’inizio ci ha colpito è che la piazza sembra essere dentro a una bolla. È a due passi dal centro, davanti alla stazione, eppure nessuno se ne cura. È come se fossero due mondi che non si incontrano”.

E sembra strano in una città che nei secoli ha cambiato nazionalità senza forse mai cambiare identità, che è stata contesa, divisa, forse è rimasta alla fine solo fedele al suo essere stata nel tempo terra di marinai, mercanti e montanari insieme, che per i bambini ha pensato a ricreatori laici e non oratori di parrocchie perché nessuno si sentisse escluso e nel corso degli anni ha più o meno fatto spazio a tutti. “Persino ai matti, la rivoluzione basagliana è partita da qui”, ride Fabio, in pausa a rifiatare dopo aver fatto avanti indietro decine di volte da un lato all’altro della piazza per distribuire bicchieri di thè ai ragazzi che aspettano il proprio turno. È uno dei tanti attivisti che a Trieste animano una società civile presente, che a dispetto dei rigori dell’inverno, anche quando si gela presidia la piazza, si ricorda di chi vive al Silos, tiene aperti centri diurni e dormitori sette giorni su sette perché il bisogno non va certo in vacanza. “Ma è anche vero che siamo la città scelta da Benito Mussolini per annunciare le leggi razziali, quella dell’incendio del Narodni Dom”. Il 13 luglio del 1920 i fascisti hanno distrutto, razziato, bruciato una ventina fra banche, caffè e negozi della comunità slovena. Un rogo ha completamente distrutto anche la Casa del popolo, allora cuore delle attività politiche, culturali, sociali degli sloveni e punto di riferimento anche per le altre comunità slave presenti in città. “Ci abbiamo messo vent’anni anche per fare un processo ai responsabili della Risiera di San Sabba”. Un lager tutto italiano, l’unico con un proprio forno crematorio. Si stima che ci abbiano perso la vita fra le 3.500 e le 5mila persone.

Nella piazza più importante di Trieste non c’è una cattedrale. Sta nascosta in cima al colle San Giusto ed in fondo non è nulla di poi così sfarzoso. In città trovano spazio una sinagoga, una moschea, templi e chiese. Su Canal Grande si affaccia quella cattolica di Sant’Antonio Nuovo, la più imponente di Borgo Teresiano e forse di tutto il centro città. Su un lato della piazza si alza il Tempio serbo-ortodosso di San Spiridione. Distano pochi passi, ma sono progettate perché dal portone principale della prima, la seconda neanche si veda. Trasposizione architettonica del principio del vivere accanto senza vivere con. Lo stesso forse che fa sì che in centinaia siano costretti a sopravvivere a pochi passi dalle luci, lo sfarzo, i caffè del centro città. E che in troppo pochi se ne curino.


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