Il ministro Crosetto: “L'esercito ha bisogno di riservisti per difendere l'Italia”. La carica dei combattenti part-time
di Gianluca Di FeoCombattenti part-time o soltanto ex soldati richiamabili per supporto logistico ossia per occuparsi di rifornimenti e soccorsi in caso di calamità? Il grande dubbio che accompagna la nascente riserva militare è proprio questo, uno degli interrogativi che probabilmente troveranno risposta presto. Con più interviste il ministro della Difesa Guido Crosetto infatti ha rilanciato il tema dei riservisti: “Non servono per fare la guerra, ma per difendersi in supporto alle forze regolari”, ha dichiarato alla Stampa.
Il consenso parlamentare bipartisan
Di sicuro, la partenza di questa riforma è assai lenta. L’iniziativa infatti risale al precedente ministro Lorenzo Guerini e al governo Draghi: è uno dei provvedimenti adottati con consenso parlamentare bipartisan all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, quando è emersa la necessità di adeguare le nostre forze armate ai nuovi cupi scenari internazionali. Tutti i capi di stato maggiore all’epoca hanno posto il problema degli organici: l’im…
Combattenti part-time o soltanto ex soldati richiamabili per supporto logistico ossia per occuparsi di rifornimenti e soccorsi in caso di calamità? Il grande dubbio che accompagna la nascente riserva militare è proprio questo, uno degli interrogativi che probabilmente troveranno risposta presto. Con più interviste il ministro della Difesa Guido Crosetto infatti ha rilanciato il tema dei riservisti: “Non servono per fare la guerra, ma per difendersi in supporto alle forze regolari”, ha dichiarato alla Stampa.
Il consenso parlamentare bipartisan
Di sicuro, la partenza di questa riforma è assai lenta. L’iniziativa infatti risale al precedente ministro Lorenzo Guerini e al governo Draghi: è uno dei provvedimenti adottati con consenso parlamentare bipartisan all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, quando è emersa la necessità di adeguare le nostre forze armate ai nuovi cupi scenari internazionali. Tutti i capi di stato maggiore all’epoca hanno posto il problema degli organici: l’impossibilità di affrontare i conflitti su larga scala con gli attuali numeri. Oggi ci sono 150 mila militari professionisti, ai tempi della leva erano il doppio. E soprattutto l’età media è troppo alta per stare in trincea o rimanere imbarcati per mesi: solo un terzo del personale dell’Esercito ha meno di trent’anni.
La legge delega per la riforma del 2022
Nell’agosto 2022 è stata così votata una legge delega per la riforma dell’ordinamento militare che – oltre a decidere un aumento di uomini e donne in divisa di 10 mila unità e prevedere nuove regole per il reclutamento – ha stabilito la nascita di una riserva di fino a 10 mila “volontari”. Il testo esplicita solo che i riservisti siano ripartiti in nuclei regionali e ipotizza un ruolo complementare per “attività in campo logistico nonché di cooperazione civile-militare”. Tutto il resto – catena di comando, modalità di selezione, di addestramento e di richiamo – deve essere ancora definito. In pratica, un foglio in bianco.
I piani per trasformare la Difesa
Nel cambio di esecutivo, la questione è stata a lungo dimenticata. Soltanto nello scorso ottobre il ministro Crosetto l’ha recuperata presentando alle Camere i piani per trasformare la Difesa. In sintesi, ha spiegato che per vent’anni le forze armate hanno condotto “missioni di pace” in terre lontane, adesso bisogna pensare di nuovo a come proteggere il Paese e gli interessi nazionali da conflitti più grandi. A dicembre quindi la delega è stata rinnovata, con la previsione di chiudere la riforma entro 24 mesi.
La “riserva selezionata”
Delle tante innovazioni allo studio, la riserva ha catalizzato grandi attenzioni. Mentre in molti Paesi europei è una tradizione radicata – dalla Svizzera alla Norvegia – da noi vene percepita come una novità, anche se in dimensioni minuscole esisteva già ai tempi della leva: tutti erano teoricamente richiamabili e raramente c’era qualche esercitazione. Negli ultimi decenni è stata poi inventata una “riserva selezionata”, che permettesse di reclutare figure particolari per le missioni estere: medici, comunicatori, esperti di diritto internazionale, avvocati che dovevano integrare i contingenti in Afghanistan, Iraq e Libano. Numeri molto limitati, mentre il nuovo progetto ne prevede fino a 10 mila.
“Quale modello per l’Italia?”
"Noi abbiamo concepito la riserva ausiliaria come supporto alle forze armate e alla protezione civile, senza prevedere un ruolo operativo di combattimento”, sottolinea Stefano Graziano, capogruppo Pd in Commissione Difesa. “E ora vorremmo capire come il governo intende concretizzare la delega. Ho presentato un’interrogazione al ministro per sapere perché si sta ritardando tanto e quale modello vuole adottare, ma non c’è stata ancora risposta”.
"Per le emergenze in caso di terremoti e alluvioni”
Non sembra però che Crosetto preveda di mandare i riservisti in prima linea. Anzi, la formula in gestazione al ministero dovrebbe nascere proprio per fronteggiare non solo le esigenze belliche ma anche le emergenze in caso di terremoti e alluvioni, sempre più frequenti. L’ipotesi è di arruolare nella riserva chi ha concluso il servizio di ferma pluriennale - giovani con una formazione militare completa – ma anche civili che hanno competenze specifiche: dai medici ai ruspisti, dagli esperti di telecomunicazione fino agli hacker per le sfide cyber.
La lunga marcia verso il presente
In questo momento i problemi principali per le forze armate sono due: trovare il modo di inserire ventenni nei ranghi e recuperare figure in grado di gestire strumenti ad altissima tecnologia. Si tratta del punto di partenza per cominciare una lunga marcia per riportare lo strumento militare in grado di gestire le sfide di un presente turbolento, anche se le nostre pianificazioni hanno sempre tempi biblici. Laboratori e programmi sono già stati avviati ma - tra risorse scarse e disinteresse parlamentare – ogni vera trasformazione richiede sempre decenni.