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Gender gap, in medicina sempre più donne ma poche nei ruoli apicali: pesano anche violenza e maternità

(ansa)
Le donne superano il 60% tra i professionisti più giovani, ma la segregazione è sia orizzontale che verticale
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Sono state le “baby boomers”, quelle nate tra il 1950 e il 1964, a scegliere per la prima volta di cimentarsi in numeri davvero consistenti nella carriera medica. Poi, tra i primi anni Settanta e primi dell’Ottanta, il numero di laureate è più che raddoppiato e ha lentamente colmato il divario, tanto che ormai le studentesse di medicina sono più degli studenti. E per accorgersi del trend basta dare uno sguardo all’interno degli ospedali, dove le donne sono oltre la metà dei professionisti più giovani. Fin qui tutto lineare, ma il rapporto si rompe ai piani alti: a fronte di una parità di genere nei contratti a tempo indeterminato, solo l’8,3% delle donne ha un incarico direttivo, a fronte del 20,6% di medici maschi.

Tante donne, poche direttrici

Più nello specifico, è di sesso femminile solo il 18% dei direttori dei reparti ospedalieri, ovvero le strutture complesse. La percentuale sale al 35,5% per le responsabili delle strutture semplici, quei singoli settori di una struttura comple…

Sono state le “baby boomers”, quelle nate tra il 1950 e il 1964, a scegliere per la prima volta di cimentarsi in numeri davvero consistenti nella carriera medica. Poi, tra i primi anni Settanta e primi dell’Ottanta, il numero di laureate è più che raddoppiato e ha lentamente colmato il divario, tanto che ormai le studentesse di medicina sono più degli studenti. E per accorgersi del trend basta dare uno sguardo all’interno degli ospedali, dove le donne sono oltre la metà dei professionisti più giovani. Fin qui tutto lineare, ma il rapporto si rompe ai piani alti: a fronte di una parità di genere nei contratti a tempo indeterminato, solo l’8,3% delle donne ha un incarico direttivo, a fronte del 20,6% di medici maschi.

Tante donne, poche direttrici

Più nello specifico, è di sesso femminile solo il 18% dei direttori dei reparti ospedalieri, ovvero le strutture complesse. La percentuale sale al 35,5% per le responsabili delle strutture semplici, quei singoli settori di una struttura complessa per i quali non è richiesta la qualifica di primario. Eppure, dei 474.096 medici italiani 206.944 sono donne, il 44% del totale. Una proporzione altalenante, che diventa il 64% sotto i 45 anni e il 15% sopra i 75. La Sardegna è l’unica regione dove la percentuale è più alta in tutte le fasce d’età, mentre in Campania le donne sono solamente il 36%.

Data la sostanziale parità di uomini e donne nella categoria medica, la scarsa presenza femminile in ruoli apicali sembra essere “il risultato di un labirinto, una serie tortuosa di barriere che sono sia visibili sia invisibili, piuttosto che un limite improvviso e chiaro che impedisce alle donne di raggiungere l’ultimo livello superiore di leadership”. Motiva così lo scarto la Fondazione Onda, l’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna che ha condiviso questi dati nel suo Libro bianco del 2023.

“Queste barriere esistono a livello individuale, interpersonale, istituzionale e comunitario, fino al livello delle politiche pubbliche – continuano nel rapporto –. La forza lavoro sanitaria e sociale globale ha un problema che non si limita all’effetto ‘soffitto di cristallo’. Piuttosto, è l’intera filiera a perdere progressivamente le donne a livello di governo”. Il problema, come prevedibile, non interessa infatti il solo settore sanitario, dato che nel 2023 l’Italia è passata dal 63esimo al 79esimo posto nella classifica stilata dal World Economic Forum, che monitora i progressi di 147 Paesi in tema di parità di genere.

La polarizzazione dei settori

La segregazione poi non è solo verticale, ma confina le professioniste nei settori meno retribuiti e considerati meno prestigiosi. Come Neuropsichiatria infantile (78,7%), Pediatria (72,9%) e Oncologia medica (70%), o nell’area dei servizi, primi fra tutti Scienza dell’alimentazione e Riabilitazione.

Queste percentuali crollano, invece, in chirurgia, dove il numero di mediche è generalmente inferiore al 30%, fatta eccezione per Ginecologia e Ostetricia, dove rappresentano il 59% del totale.

La maternità e le violenze

Come accade in molti percorsi lavorativi, pesa anche il fatto che il lungo percorso di studi e il tardivo ingresso nel mondo del lavoro mal si conciliano con la prospettiva di mettere su famiglia, determinando una carriera impari con la componente maschile, sia durante la maternità che nel reinserimento. Motivo per cui una donna medico su tre è senza figli, rispetto a un medico ogni cinque.

“Un altro problema da non sottovalutare è l’aumento delle aggressioni negli ambienti di lavoro” fanno presente dalla Fondazione. Tra i casi di aggressione denunciati all’Inail, infatti, il 70% degli episodi di violenza ha colpito delle donne. Molestie, mobbing, ricatti morali e sessuali: la violenza può avere espressioni disparate ed è spesso sottostimata e difficilmente denunciata. “La violenza di genere ha un impatto profondo sulla salute fisica e mentale delle donne che la subiscono – aggiungono nel report –, per questo si stanno sviluppando gruppi di lavoro all’interno degli Ordini dei Medici per elaborare delle strategie di prevenzione”.

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