Cronaca

L’intervista a Luca Berdondini su Neuralink: “In Italia siamo più avanti ma Musk ha tanti soldi e norme che lo aiutano”

Luca Berdondini
Luca Berdondini 

Parla uno dei fondatori della Neuralink italiana, Corticale, che ha, per ora, sede a Genova, ed è una start up dell’Istituto italiano di tecnologia

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“Questa tecnologia può cambiare di molto la qualità della vita di certi pazienti. Ci lavoriamo anche noi, sebbene le risorse finanziare e le normative su cui può contare Elon Musk siano di tutt’altro tipo”. La Neuralink italiana si chiama Corticale, ha, per ora, sede a Genova, ed è una start up dell’Istituto italiano di tecnologia. Tra i fondatori c’è Luca Berdondini: nato a Locarno e laurea in microingegneria al Politecnico di Losanna, oggi dirige il laboratorio di Microtechnology for Neuroelectronics all’Iit.

Berdondini, chi potrebbe beneficiare di questi dispositivi?
“Per esempio le persone quadriplegiche, o affette da sclerosi multipla o sclerosi laterale amiotrofica. Comunque tutti coloro che hanno disfunzioni del sistema motorio. Questa tecnologia permette di elaborare algoritmi che decodificano le intenzioni di movimento”.

Come si fa decodificare le “intenzioni di movimento”?
“I nostri dispositivi hanno centinaia o migliaia di elettrodi, che non danno stimoli ma si limitano a misurare l’attività celebrale. Ci sono zone del cervello, la corteccia motoria in particolare, dedicate al controllo dei movimenti: da lì i segnali nervosi vanno verso i muscoli. Se intercettiamo quei segnali possiamo decodificare l’intenzione di eseguire un’azione. Ma ci vogliono algoritmi allenati a capire quali segnali danno luogo al movimento di un braccio o di una gamba”.

E una volta che si sarà in grado di decifrare tali segnali?
“Si potranno trasformare in azioni. Permettendo, per esempio, di controllare sistemi robotici che possono dare supporto alle persone con disfunzioni motorie. Penso alle protesi, ma anche a dispositivi che mettono in pratica azioni specifiche, come portare un bicchiere alla bocca del paziente. Potranno aiutare a comunicare con il mondo esterno quei malati che non possono farlo, magari componendo parole e delle frasi su un computer spostando un cursore”.

Quanto di tutto questo sappiamo già fare e quanto rimane da scoprire?
“Abbiamo conoscenze che ci permettono di fare già alcune cose. Però ora Musk potrà accedere a dati che nessuno mai ha potuto acquisire finora. E qui nasce un problema”.

Quale?
“Neuralink è una azienda privata con finanziamenti enormi, comunica poco, perché non è tenuta a farlo, come invece accade quando si fa ricerca pubblica”.

Però l’esperimento è avvenuto con l’approvazione della Food and Drug Administration.
“Certo, ed è normale quando si fanno sperimentazioni sugli esseri umani. Ma ci sono tutta una serie di dati che l’azienda di Musk non è necessariamente tenuta a comunicare né alla Fda né ad altri”.

In Italia e in Europa, un impianto del genere si potrebbe fare già oggi? Le normative lo consentono?
“Il problema, più che normativo è di risorse: come far convergere quelle necessarie per aggregare tutte le competenze che occorrono in un progetto del genere. È però anche vero che negli Usa si possono testare sugli esseri umani dispositivi che sono ancora in fase di sperimentazione, ed è quello che ha fatto Musk e che gli permetterà di imparare tantissimo. In Europa, invece, dipenderebbe dal parere dei comitati etici”.

Corticale seguirà il percorso europeo?
“Lo stiamo valutando. E stiamo anche considerando la possibilità di implementare l’azienda negli Usa, per poter accedere anche all’altra modalità di sperimentazione. Ma non abbiamo comunque le risorse economiche di Neuralink. Anche se la nostra tecnologia è un passo avanti: Musk per impiantare mille elettrodi ha bisogno di 64 dispositivi, il che significa 64 piccoli danni al cervello. Noi con un singolo impianto mettiamo 1024 elettrodi.”.

Quanto ci metterà Musk a trasformare il suo prototipo in un vero dispositivo sanitario?
“Penso che aspetteranno almeno un mese per assicurarsi che non ci siano effetti collaterali e che la persona risponda bene. È probabile che nelle settimane successive potranno già raccogliere i primi dati. Ma perché diventi un prodotto ci potrebbero volere cinque o sei anni”.

Un giorno questi impianti potrebbero essere la comune interfaccia uomo-macchina, anche per le persone sane?
“È la preoccupazione che abbiamo, io e tanti altri. In un contesto clinico queste tecnologie rappresentano un valore aggiunto per i pazienti, ma quando entrano nel mondo consumer le implicazioni diventano difficili da valutare”.

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