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La risposta da Budapest sullo stato dei penitenziari ungheresi: “Sono carceri, non grand hotel, ma rispettiamo le norme”. Ma gli ispettori Ue smentiscono

Il giudice Cuno Tarfusser 

 
Arrivata la replica ai quesiti dei magistrati italiani. Il pg Tarfusser: “Del tutto insufficiente”
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Manette, catene e guinzagli. Topi, cimici e insetti. Celle ristrette, sovraffollate e senz’aria. Poco cibo, sporcizia e maltrattamenti. Sulle condizioni detentive nelle carceri ungheresi, «contrarie al divieto di trattamenti inumani e degradanti», ci sono le lettere di Ilaria Salis, c’è la testimonianza a Repubblica di Carmen Giorgio, ex compagna di cella, c’è la voce dura del sostituto procuratore generale di Milano Cuno Tarfusser, e ci sono, soprattutto, ci sono i rapporti recenti di censura di diverse organizzazioni internazionali.

Poi, c’è la versione del Servizio penitenziario statale ungherese. Una prigione? «È una prigione». Il cibo? «La qualità non è certo vicina allo standard di un ristorante stellato Michelin, ma soddisfa i requisiti di una dieta sana». Topi e cimici? «Bugie». I maltrattamenti? «Calunnie tristi e immorali riportate dalla stampa senza consultare la controparte». Le testimonianze? «Un getto di fango». Questo è quel che si legge nella nota con cui l’organizza…

Manette, catene e guinzagli. Topi, cimici e insetti. Celle ristrette, sovraffollate e senz’aria. Poco cibo, sporcizia e maltrattamenti. Sulle condizioni detentive nelle carceri ungheresi, «contrarie al divieto di trattamenti inumani e degradanti», ci sono le lettere di Ilaria Salis, c’è la testimonianza a Repubblica di Carmen Giorgio, ex compagna di cella, c’è la voce dura del sostituto procuratore generale di Milano Cuno Tarfusser, e ci sono, soprattutto, ci sono i rapporti recenti di censura di diverse organizzazioni internazionali.

Poi, c’è la versione del Servizio penitenziario statale ungherese. Una prigione? «È una prigione». Il cibo? «La qualità non è certo vicina allo standard di un ristorante stellato Michelin, ma soddisfa i requisiti di una dieta sana». Topi e cimici? «Bugie». I maltrattamenti? «Calunnie tristi e immorali riportate dalla stampa senza consultare la controparte». Le testimonianze? «Un getto di fango». Questo è quel che si legge nella nota con cui l’organizzazione carceraria di Budapest «respinge con forza le false accuse mosse dai media italiani e ungheresi». «Negli istituti — è scritto — vengono effettuati continui controlli igienici e i detenuti ricevono un’adeguata assistenza sanitaria», le attività sono svolte «nel rispetto della dignità umana» e «le accuse infondate danneggiano gravemente la buona reputazione dell’istituto penitenziario e dei suoi dipendenti, alla quale abbiamo diritto».

I dossier recenti degli ispettori e degli organismi europei e americani, citati ad esempio nell’opposizione firmata dagli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini alla richiesta di estradizione di un coimputato di Salis, Gabriele Marchesi, raccontano, invece, un’altra verità. Nel 2018 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha pubblicato una dettagliata relazione in cui ha segnalato reazioni sproporzionate da parte degli agenti, uso eccessivo della forza e di cani, punizioni esemplari, difficoltà per i detenuti vittime di abusi di denunciare senza paura di ritorsioni, obbligo di indossare le manette anche durante la poca attività fisica permessa e gli esami medici, e colloqui con parenti e avvocati sempre attraverso muri di plexiglas. Come è stato per Ilaria Salis.

Anche il Dipartimento di Stato americano nel 2021 ha annotato celle piccole e sovraffollate, violenze da parte dei poliziotti, infestazioni di cimici, insetti, topi e scarafaggi, e troppi pochi bagni per il numero dei reclusi. Nel marzo del 2023 è il Comitato di Helsinki a sottolineare la scarsa indipendenza del sistema giudiziario, attacchi contro gli avvocati, mancanza di cooperazione delle autorità nel monitorare le prigioni, protezione inefficace dei diritti umani e indifferenza davanti alle sentenze di condanna della Corte europea per i diritti umani che dal 2009 a oggi ha ritenuto l’Ungheria colpevole di violazioni della Convenzione per 612 volte. L’elenco delle infrazioni è lungo: freddo glaciale d’inverno con il divieto di indossare maglioni sopra la divisa da detenuti, celle senza aria d’estate con una feritoria di pochi centimetri, sporcizia, muffa, acqua stagnante, cibo scarso. Nel 2021 è l’Agenzia europea per i diritti umani a elencare le sentenze emesse dalla stessa giustizia ungherese contro gli abusi in divisa: detenuti picchiati, colpiti a terra, ricoperti di sputi.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international Italia, spiega: «In Ungheria ci sono più 19mila detenuti su una popolazione di meno di 10 milioni di persone e nel 2023 c’è stato il più alto numero di persone in carcere in quel Paese. Le condizioni di detenzione di Ilaria Salis viste all’udienza sono subumane ma quelle sono le condizioni detentive generali». Anche il sostituto procuratore generale di Milano, Cuno Tarfusser, che ha chiesto alla Corte d’Appello di non consegnare a Budapest Marchesi pure perché «non c’è proporzioanlità tra le accuse e quel che viene minacciato in termini di pena», per lui come per Salis, oggi dice: «Mi spiace vedere certe scene, è una cosa che fa male. Immagini drammatiche, assurde». Alla Corte d’appello Tarfusser ha chiesto inoltre di rivolgere domande all’Ungheria sullo stato delle sue carceri. I giudici hanno in effetti inviato una serie di quesiti. Ieri sono arrivate solo poche risposte. «Per me non esaustive - aggiunge il pg - Poi chissà cosa arriva prima del 13 febbraio», cioè quando la Corte dovrà esprimersi sulla consegna di Marchesi. Finora, da quanto si è saputo, il ministero della Giustizia ungherese si è limitato a elencare una serie di norme per chiarire che è uno Stato di diritto, che contrasta la tortura e che l’imputato ha accesso alla traduzione degli atti. «A domande molto precise — conclude Tarfusser — sono state date risposte molto imprecise». Nessuna dettaglio, ad esempio, sul trattamento dei detenuti.

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