Spreco alimentare, nel 2023 finiti in discarica 4 milioni di tonnellate di cibo: 13 miliardi di euro buttati
di Giulia D'AleoBeati i poveri “perché mangiano meglio dei ricchi”, aveva detto pochi mesi fa il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida. Ma no, non è affatto così e a ribadirlo, se servissero, ci sono anche i dati. Tra chi fatica ad arrivare a fine mese e si autodefinisce di ceto “popolare” l’insicurezza alimentare aumenta del 280% rispetto al resto della popolazione, come rivela il Rapporto “Il caso Italia” dell’Osservatorio Waste Watcher International. Niente acquisti alla fonte, “direttamente dal produttore”: chi ha un basso potere d’acquisto non può permettersi il cibo biologico e vira sui discount e gli alimenti meno salutari con scadenza a breve termine. Una condizione che non ha effetti negativi solo sulla salute dei singoli, ma che contribuisce a incrementare uno spreco alimentare che nel 2023 ha raggiunto un valore di 13 miliardi di euro annui.
Lo spreco domestico
Lo spreco nell’industria, in campo e quello della distribuzione insieme non raggiungono la metà del totale, per il rest…
Beati i poveri “perché mangiano meglio dei ricchi”, aveva detto pochi mesi fa il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida. Ma no, non è affatto così e a ribadirlo, se servissero, ci sono anche i dati. Tra chi fatica ad arrivare a fine mese e si autodefinisce di ceto “popolare” l’insicurezza alimentare aumenta del 280% rispetto al resto della popolazione, come rivela il Rapporto “Il caso Italia” dell’Osservatorio Waste Watcher International. Niente acquisti alla fonte, “direttamente dal produttore”: chi ha un basso potere d’acquisto non può permettersi il cibo biologico e vira sui discount e gli alimenti meno salutari con scadenza a breve termine. Una condizione che non ha effetti negativi solo sulla salute dei singoli, ma che contribuisce a incrementare uno spreco alimentare che nel 2023 ha raggiunto un valore di 13 miliardi di euro annui.
Lo spreco domestico
Lo spreco nell’industria, in campo e quello della distribuzione insieme non raggiungono la metà del totale, per il resto a incidere è lo spreco a livello domestico: oltre 7 miliardi e 445 milioni di euro. Per ogni famiglia si tratta di gettare in media circa 566 grammi di cibo alla settimana - 42 grammi in più dell’anno precedente -, come se in ciascuna abitazione finissero nella pattumiera 24 uova, otto fette di carne e quattro mandarini al mese.
Solo che, accumulati tutti insieme, gli scarti finiti in discarica nell’ultimo anno hanno superato i 4 milioni di tonnellate, l’8% in più rispetto al 2023. Un allontanamento continuo e inesorabile dagli obiettivi europei di sostenibilità 2030, a cui l’Italia è destinata ad arrivare impreparata.
Le cause
Le cause sono, come detto, essenzialmente economiche e lo dimostra il fatto che gli sprechi sono riconducibili soprattutto ai consumatori con minore potere d’acquisto (+ 17%). Un circolo vizioso, per cui chi mangia male spreca perfino di più. Il perdurare dell’inflazione, infatti, sta indirizzando sempre più persone verso le soluzioni “low cost”, fatte di cibo di bassa qualità e facilmente deteriorabile, con effetti negativi sulla salute e sull’ambiente.
Più discount e meno supermercato e bio
Per risparmiare, un consumatore su due cerca di comprare alimenti a ridosso della scadenza, mentre il 41% sceglie il discount a scapito del negozio sotto casa o del supermercato, privilegiando il sottomarca sia al biologico che ai marchi più noti. Otto persone su dieci hanno poi dovuto mettere mano ai risparmi per fare fronte al costo della vita, mentre per il 28% il budget per la spesa alimentare era diventato talmente insostenibile da doverlo ridurre.
L’autoproduzione
Tra le abitudini positive, ma ugualmente dettate dalla ristrettezza economica, c’è la scelta di autoprodurre il proprio cibo (38%) e di rifornirsi di legumi e derivati vegetali invece che di carne (31%). Gli alimenti più sprecati, infatti, non sono di certo carne e pesce, ma, in ordine, la frutta fresca, alimenti come cipolle, aglio e tuberi, il pane fresco, le insalate e le verdure.
Ed è più probabile che questi alimenti vengano gettati via nelle città e nei grandi comuni, piuttosto che nei piccoli centri, e al sud Italia. Le disparità geografiche hanno un peso centrale, dato che le regioni del sud hanno registrato un aumento del 26% nell’insicurezza alimentare rispetto alla media nazionale. Significativo anche l’aumento del 66% nelle zone rurali.