PADOVA — E visto che non bisogna mai strappare i sogni, tocca accettare questa cerimonia crudele. Si conferisce la laurea a una morta, battiamo le mani nel suo ricordo, ci commuoviamo come se la consegna fosse vera. Non è vera. Giulia Cecchettin è lontana, sepolta sotto due metri di terra in un paese che si chiama Saonara, uccisa da un ex fidanzato ora in galera, e qui non lo nominiamo nemmeno.
Ma era il sogno di Giulia — la pergamena, la festa, gli invitati — infine diventato concreto nell’aula magna del Palazzo del Bo. In assenza della laureanda, con la pompa delle grandissime occasioni, i docenti in toga con l’ermellino, e persino i messi con la feluca. I parenti e gli amici, tutti eleganti, il sindaco Giordani con la fascia tricolore, e anche la ministra Bernini.
La nonna Carla, che sfoggiava una bellissima collana colorata, diceva però che «è tutto molto emozionante, certo. Ma fatico a pensare che la mia bambina non ci sia più». Il grande lutto che è calato su questa famiglia è a…
PADOVA — E visto che non bisogna mai strappare i sogni, tocca accettare questa cerimonia crudele. Si conferisce la laurea a una morta, battiamo le mani nel suo ricordo, ci commuoviamo come se la consegna fosse vera. Non è vera. Giulia Cecchettin è lontana, sepolta sotto due metri di terra in un paese che si chiama Saonara, uccisa da un ex fidanzato ora in galera, e qui non lo nominiamo nemmeno.
Ma era il sogno di Giulia — la pergamena, la festa, gli invitati — infine diventato concreto nell’aula magna del Palazzo del Bo. In assenza della laureanda, con la pompa delle grandissime occasioni, i docenti in toga con l’ermellino, e persino i messi con la feluca. I parenti e gli amici, tutti eleganti, il sindaco Giordani con la fascia tricolore, e anche la ministra Bernini.
La nonna Carla, che sfoggiava una bellissima collana colorata, diceva però che «è tutto molto emozionante, certo. Ma fatico a pensare che la mia bambina non ci sia più». Il grande lutto che è calato su questa famiglia è ancora tutto lì, e chissà quando andrà a stemperarsi.
Gino Cecchettin, quando è salito sul palco, ha detto con semplicità «io non riesco a essere felice». Immaginava ben altro, per quella sua «ragazza stupenda che non vedeva l’ora di indossare la meritata corona d’alloro» (e una corona c’era, con i frutti dorati e i nastri rossi, ben avvolta nel cellophane). «Mi sono chiesto più volte se avesse senso questa cerimonia, ho pensato e ripensato a cosa potesse servire una laurea postuma». Ha trovato la risposta, il senso: «Onorare nel migliore dei modi il suo percorso accademico, penso sia un atto d’amore nei suoi confronti».
Non avesse trovato quel senso, sarebbe stata solo una finzione, e dolorosa. La laurea è vera, Giulia Cecchettin, nata il 5 maggio 2001 e morta il 18 novembre 2023, è una dottoressa in Ingegneria biomedica, proclamata tale dalla rettrice Daniela Mapelli («secondo l’articolo 26 del regolamento, vista la delibera del Senato accademico…»), che ha concluso con un «congratulazioni Giulia», lì c’è stato un applauso che ha scosso la polvere del salone monumentale.
Era «un primo violino», ha spiegato Mapelli, cioè «un punto di riferimento, quando facciamo lezione. Lo studente che ci dà il feedback», perché era sveglia, brava, e aveva voglia di riuscire. Aveva finito gli esami, e la tesi con la relatrice Silvia Todros (“Sviluppo di biomateriali per la ricostruzione chirurgica e la rigenerazione dei tessuti tracheali”). Ma «se anche non fosse stata così brillante, meritava di vivere», ha detto il professor Meneghesso, direttore del dipartimento di Ingegneria dell’informazione. Si è commosso, anche, perché «è una tragedia che mi tocca da vicino, essendo papà di due figlie più o meno dell’età di Giulia».
È ancora una tragedia. Bastava vedere lo sforzo di Cecchettin, quando parlava del proprio «cuore trafitto», e rivolgendosi alla figlia, ammetteva che «la scelta della facoltà di Ingegneria mi aveva lasciato perplesso. Solo pochi giorni fa ho appreso da una lettera di una tua professoressa del liceo che alla domanda su cosa volessi fare ti mettesti a piangere. Volevi fare Lettere, ma hai preferito una scelta che ti dava più opportunità di lavoro».
E «cara Giulia, eri speciale. Hai provocato uno squarcio nelle nostre coscienze e nella mia per primo». E bastava guardare le lacrime della sorella Elena, tenera nel ricordo dell”«animo romantico», del «genietto». Dura, perché «non bisogna mai dimenticare quante cose avresti potuto fare», e non farà più.
E i sogni, «a nessuno vanno strappati via i sogni», ha detto Giulia Zecchin, l’amica vera, da sempre. Uno esaudito, nella cerimonia crudele e necessaria, mille scomparsi. «L’oplita, come amava definirsi», non c’è più. La ragazza speciale, indecisa «tra Ingegneria, Lettere e l’Accademia di grafica. Mi diceva “io sono assetata di conoscenza, ma non so di che tipo”», appassionata di formule matematiche, letture ottocentesche molto romantiche, illustrazioni stravaganti e divertenti.
Che peccato, vien da pensare mentre si spengono gli ultimi applausi, e qualcuno fa tintinnare le chiavi di casa, «non facciamo silenzio ma facciamo rumore, piuttosto, perché bisogna combattere la piaga dei femminicidi». Parlarne, discutere in casa e a scuola, «prevenire la violenza, proteggere le vittime».
Così si diceva al suo funerale, migliaia a far risuonare le chiavi davanti alla basilica di Santa Giustina. Nel gelo di quella mattina, quando Gino Cecchettin aveva sperato «di sopravvivere alla tempesta che ci ha travolto, e di imparare a danzare sotto questa pioggia di dolore». Su quel tintinnio l’aula magna si è infine svuotata.