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Dal Catcalling al femminicidio: come si costruisce la piramide della violenza

Alla base della violenza ci sono comportamenti condivisi che si tramandano da secoli. Dal “linguaggio da spogliatoio” al sessismo, i vizi culturali sedimentanti sono difficili da riconoscere e quindi eliminare
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Se la violenza sulle donne fosse un iceberg e la cultura dello stupro il mare su cui galleggia, il femminicidio ne sarebbe il vertice, il punto più alto e visibile di un’esclation.

In questa piramide di oppressione, la base resta nascosta e si compone di pregiudizi e vizi mentali sedimentati in secoli di cultura pratriarcale. Riconosciuto il potere che le parole hanno nella formazione e nella comprensione della realtà, non sorprende che l’emergere di una nuova consapevolezza sulla pluralità di violenze subite dalle donne abbia dato vita a una serie di parole nuove o rispolverato concetti nascosti dalla polvere delle diseguaglianze.

Nuovi ambienti, in primis quello digitale, hanno quindi contribuito al moltiplicarsi di termini che puntano a definire le sfumature di cui si compone il tragico quadro della violenza di genere.

“Se la violenza è lo strumento con cui gli uomini mantengono il potere sulle donne - afferma Barbara Leda Kenny, esperta di politiche di genere di Fondazione Br…

Se la violenza sulle donne fosse un iceberg e la cultura dello stupro il mare su cui galleggia, il femminicidio ne sarebbe il vertice, il punto più alto e visibile di un’esclation.

In questa piramide di oppressione, la base resta nascosta e si compone di pregiudizi e vizi mentali sedimentati in secoli di cultura pratriarcale. Riconosciuto il potere che le parole hanno nella formazione e nella comprensione della realtà, non sorprende che l’emergere di una nuova consapevolezza sulla pluralità di violenze subite dalle donne abbia dato vita a una serie di parole nuove o rispolverato concetti nascosti dalla polvere delle diseguaglianze.

Nuovi ambienti, in primis quello digitale, hanno quindi contribuito al moltiplicarsi di termini che puntano a definire le sfumature di cui si compone il tragico quadro della violenza di genere.

“Se la violenza è lo strumento con cui gli uomini mantengono il potere sulle donne - afferma Barbara Leda Kenny, esperta di politiche di genere di Fondazione Brodolini e coordinatrice della rivista ingenere.it - più le donne si emancipano, più le forme per agire quel controllo cambiano e cambiano anche gli strumenti. Per esempio prima dei cellurari, non esisteva il cyberstalking".

Alla base della violenza ci sono quindi comportamenti condivisi che si tramandano da secoli. Dal “linguaggio da spogliatoio” al sessismo, ci sono vizi culturali sedimentanti difficili da riconoscere e quindi eliminare. Prima della violenza fisica infatti, le donne subiscono una forma di discriminazione più sottile fatta di pregiudizi, di giudizi morali e tentativi di manipolazione. È questo il caso del victim blaming. “In italiano - sottolinea Kenny - lo tradurremo con un "se l'è andata a cercare” attribuendo alle donne la responsabilità della violenza che hanno subito e colpevolizzando la vittima”. A confermare il persistere di questa forma mentis è l’indagine Istat “Stereotipi di genere e immagine sociale della violenza” in cui il 39,3% degli uomini intervistati ha affermato di credere che una donna possa sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole, mentre il 20% pensa che il vestiario possa provocare la violenza.

Barbara Leda Kenny 

“Questi dati sono lo specchio di una società che crede nell’esistenza di un profilo di donna tanto virtuoso da essere immune dalle possibili violenze. Ed è per questo che il victim blaming è legato a doppio filo con lo slut shaming, ossia un giudizio morale sulla vittima e sui comportamenti sessuali della vittima”. A sostegno di questo, sempre nella stessa indagine Istat, risulta che l’11% degli intervistati ritiene la donna parzialmente responsabile di uno stupro se ubriaca o sotto effetto di droghe, mentre il 10% indica la donna come responsabile di una violenza sessuale se accetta volontariamente l’invito di un uomo dopo una festa.

“Esiste quindi - sottolinea Kenny - un tipo di vittima che non ‘merita’ la violenza. E questi pregiudizi persistono ancora nelle aule dei tribunali per delegittimare le testimonianze delle donne”. Atteggiamenti sociali e mentali che rientrano nella “cultura dello stupro” e che tendono a normalizzare una serie di comportamenti mettendo in discussione lo stupro stesso in quanto atto di aggressione nei confronti della donna.

La volontà di controllo e di sottomissione prende così diverse forme che si traducono in forme di violenza molto diverse sia per entità che per conseguenze, ma con una matrice comune. “Quando le donne dicono no a una relazione violenta - conclude Kenny - o quando si estraggono dalle dinamiche di controllo possono subire un'escalation di violenza che ha come massima espressione il femminicidio. È questo il punto di contatto tra la dinamica della violenza nelle relazioni intime e la cultura delle stupro: il fatto che in entrambe la leva è la trasformazione della donna in un oggetto".

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