“Oggi mi ha picchiata”. L’urlo di chi denuncia: una giornata al 1522
di Viola GiannoliROMA - “Mi ha picchiata stamattina, ho il volto tumefatto, segni dappertutto, sto per strada, i miei figli sono a scuola, lui è chiuso dentro casa, non so dove andare, che devo fare”.
Sono le 11.10 di un martedì mattina e all’1522, il numero antiviolenza e stalking promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, sono già arrivate 9 chiamate in appena 10 minuti. Turutù turutù. Il telefono squilla incessantemente in questo appartamento sequestrato alla criminalità in un palazzone del quartiere Prati. Da una parte del filo ci sono le operatrici di Differenza Donna a cui il servizio gratuito è affidato dal 2020. In sedici rispondono h24, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno, al telefono, su whatsapp, via chat con un’assistenza in dieci diverse lingue. Stamattina sono quattro: Arianna, Chiara, Cristiana e Silvia. Cuffie sulle orecchie, microfono, il pc acceso per cercare il centro antiviolenza più vicino, , un foglio su cui prendere appunti, decine di altri fogli appesi alle pareti con …
ROMA - “Mi ha picchiata stamattina, ho il volto tumefatto, segni dappertutto, sto per strada, i miei figli sono a scuola, lui è chiuso dentro casa, non so dove andare, che devo fare”.
Sono le 11.10 di un martedì mattina e all’1522, il numero antiviolenza e stalking promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, sono già arrivate 9 chiamate in appena 10 minuti. Turutù turutù. Il telefono squilla incessantemente in questo appartamento sequestrato alla criminalità in un palazzone del quartiere Prati. Da una parte del filo ci sono le operatrici di Differenza Donna a cui il servizio gratuito è affidato dal 2020. In sedici rispondono h24, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno, al telefono, su whatsapp, via chat con un’assistenza in dieci diverse lingue. Stamattina sono quattro: Arianna, Chiara, Cristiana e Silvia. Cuffie sulle orecchie, microfono, il pc acceso per cercare il centro antiviolenza più vicino, , un foglio su cui prendere appunti, decine di altri fogli appesi alle pareti con numeri utili di associazioni, codici rosa, mediatrici culturali. Il telefono continua a squillare. La più rapida preme un bottone e si comincia.
“Raccontami cosa è successo”. “Subisci violenza psicologica o anche fisica?”. “Lui ti ha seguito?”. “Non accettare incontri, mi raccomando”. “Stai tranquilla, calmati, non ti agitare, ora ti aiuto io”. “Sei mai stata in un centro antiviolenza?”. Le operatrici parlano con calma, sorridono, domandano, cercano di capire, di entrare in confidenza, chiamano tutte “signora”.
Dall’altro capo del telefono ci sono loro, le donne vittime di violenza. Dopo mezz’ora le chiamate sono diventate 15. Nel 2022 sono state 32mila in 12 mesi. Un numero che nel 2023 è stato quasi eguagliato negli ultimi tre mesi: 5mila chiamate a ottobre, 10mila a novembre, 13mila a dicembre. Se di norma le telefonate erano cirrca 150 al giorno, ora sono 400. È così dal femminicidio di Giulia Cecchettin. Le donne hanno cominciato a chiamare e non hanno più smesso.
“Subisco violenza psicologica da anni, ma l’altro giorno mi ha picchiata, mio figlio ha visto tutto”. “Ho lasciato il mio ex, lui mi perseguita e io mi sento in colpa”. “Mi ha menata ma ho cancellato le foto, a casa ha anche delle armi e io ho paura”. “Sembrava perfetto e invece…”.
Chiamano da Caserta, da Vicenza, da Roma, da Terni, da Rieti, da Napoli, da Palermo, da Bari. Donne italiane, svizzere, afghane. Chiamano a ogni età, soprattutto tra i 35 e i 45 anni. Sono sconvolte, ferite, in lacrime, o anche estremamente lucide, tutte cercano aiuto. E a chiamare non sono solo le vittime, anche mamme, nonne, cugine, amiche. È una forma di sorellanza.
“Mio genero picchia mia figlia, ma lei non si convince a chiamarvi, non ci riesce, non vuole lasciarlo”. “Le stia vicino, le dica che il nostro è un servizio di primo ascolto, anonimo, che magari potete chiamarci insieme”. “La mia amica ora è qui, mi ha chiesto ospitalità, non vuole più restare sola, lui ha iniziato a pedinarla proprio ora che c’è l’udienza di separazione e lei ha paura”.
“L’1522 è emersione del sommerso”, dice Arianna Gentili, la coordinatrice dell’1522. Eppure c’è ancora molto timore di denunciare. Un filo rosso che lega molte chiamate.
“Non voglio metterlo nei pasticci”, “non voglio rovinarlo”, “mi dispiace cambiargli la vita”.
Una giornata insieme alle operatrici del 1522, il numero anti violenza e stalking
“La minaccia di perdere i figli, il terrore di chi non ha una autonomia economica e la percezione della denuncia non come tutela di un diritto ma come danno provocato, comportamento aggressivo, azione contro qualcuno è quel che accomuna molte chiamate, ed è il difficile da scardinare”, spiega Gentili. E quando chiamano non è fatta, è solo l’inizio di un percorso che da qui non si riesce a vedere o a sapere dove porterà. Negli ultimi mesi però oltre ai contatti dell’1522 sono aumentate anche le donne nei Cav.
Ci sono altre parole ricorrenti, che le donne ripetono spesso. “Chi subisce la violenza ritiene il maltrattante onnipotente, sé stessa poco credibile e la giustizia poco efficace”, dice ancora Arianna.
“Non gli faranno nulla”, “me la farà pagare”, “voi non lo conoscete”.
“La violenza subìta toglie il potere di sentirsi forti. E questo si ascolta anche nei processi quando l’uomo violento cerca di far passare la donna per bugiarda, per una che ha frainteso, senza il coraggio di ammettere i fatti. Sono forti e potenti all’interno della relazione e dei vigliacchi poi”, aggiunge Gentili.
Quel che spesso le donne non nominano invece è proprio la violenza stessa: “Non so se ho chiamato il numero giusto, mi succedono delle cose…”. C’è difficoltà a riconoscerla se non arriva il pugno, il calcio. “Non mi picchia, però…”. E dopo quel però ci sono spinte, porte rotte, piatti spaccati. “Lo fa per non pestarmi…”. Come se un comportamento violento potesse preservarle. “Ci chiedono spesso cosa è accettabile e cosa è reato. Perché sono donne in trappola, perché il maltrattante vive della cultura dell’accettazione, della manipolazione” dice Gentili.
Il telefono continua a squillare, sono passate tre ore, le chiamate non le abbiamo nemmeno contate più. “L’1522 è anche un grande strumento di analisi. Abbiamo visto arrivare negli anni 90, prima che vi fosse la legge, lo stalking e gli atti persecutori dopo la fine della relazione e dei maltrattamenti fisici. Abbiamo visto arrivare, qualche anno fa, le violenze telematiche, il controllo dei social, di whatsapp, le minacce via web soprattutto tra giovanissimi”, aggiunge Gentili.
Per non andare in burnout Arianna, Chiara, Cristiana, Silvia e le altre scrivono tutto su un diario di bordo, si raccontano cosa hanno ascoltato, condividono pratiche. “Non ci si abitua mai a sentire i racconti di queste donne ma sapere che qualcuna ce l’ha fatta, essere parte di un cambiamento seppur lungo, stare insieme, esserci una per l’altra restituisce la voglia, il senso, l’energia. ‘Non sei sola’ per noi non è solo uno slogan da manifesto: significa mettere in rete le conoscenze, le competenze, le esperienze che ognuna di noi ha per formazione, quella specifica fatta qui e quella viva, sul campo, appresa nei Cav. Solo così riusciamo ad aiutare altre donne, come noi”.