La fatica di chi resta: vita da orfani di femminicidio
di Maria Novella De LucaQuanti siano nessuno lo sa. A chi interessa in fondo un’anagrafe di bambini che hanno perso tutto? Certa però invece è la loro pena: si chiama “ergastolo del dolore”, così ha definito la sua esistenza uno dei tanti “orfani speciali” del nostro Paese, Giuseppe Delmonte. Era un ragazzo quando suo padre assassinò sua madre Olga Sgrò, a colpi d’ascia, in mezzo alla strada. Una condanna al dolore che Rossana Alfano vede ogni giorno negli occhi di Elena, figlia di sua sorella Antonella, strangolata e bruciata dal compagno, il carabiniere scelto Salvatore Rotolo, ad Agrigento, il 5 febbraio del 2011, quando Elena (così l’abbiamo chiamata) aveva sette mesi e mezzo “Un pomeriggio mi si è avvicinata e con la sua vocina sottile mi ha detto: io non voglio più il cognome di quello”. Aveva otto anni, oggi ne ha tredici, ha sempre saputo tutto, l’anno prossimo andrà alle superiori, davanti al suo liceo, pensate, c’è la panchina rossa per le vittime di femminicidio dedicata ad Antonella, è una cosa b…
Quanti siano nessuno lo sa. A chi interessa in fondo un’anagrafe di bambini che hanno perso tutto? Certa però invece è la loro pena: si chiama “ergastolo del dolore”, così ha definito la sua esistenza uno dei tanti “orfani speciali” del nostro Paese, Giuseppe Delmonte. Era un ragazzo quando suo padre assassinò sua madre Olga Sgrò, a colpi d’ascia, in mezzo alla strada. Una condanna al dolore che Rossana Alfano vede ogni giorno negli occhi di Elena, figlia di sua sorella Antonella, strangolata e bruciata dal compagno, il carabiniere scelto Salvatore Rotolo, ad Agrigento, il 5 febbraio del 2011, quando Elena (così l’abbiamo chiamata) aveva sette mesi e mezzo “Un pomeriggio mi si è avvicinata e con la sua vocina sottile mi ha detto: io non voglio più il cognome di quello”. Aveva otto anni, oggi ne ha tredici, ha sempre saputo tutto, l’anno prossimo andrà alle superiori, davanti al suo liceo, pensate, c’è la panchina rossa per le vittime di femminicidio dedicata ad Antonella, è una cosa bella, certo, ogni giorno però quella panchina ricorderà a Elena che lei è un’orfana di femminicidio”.
In viaggio tra vite spezzate
Fine pena mai. Si chiamano orfani speciali, ascoltarli e ascoltare chi di loro si prende cura è fare un viaggio tra vite spezzate e dimenticate, non esiste in Italia una banca dati con i loro nomi, un’anagrafe con le loro storie, accedere ai fondi, ai sostegni, alle borse di studio, alle cure psicologiche è un’odissea che scoraggia gli affidatari più tenaci che spesso sono nonni già in là con gli anni abbattuti essi stessi dalla tragedia. Accade, a volte, che nelle famiglie devastate dal lutto, questi figli di madri assassinate da padri suicidi o in carcere vengano addirittura affidati da servizi sociali frettolosi alla famiglia paterna dove l’omicida viene “riabilitato” agli occhi dei bambini, costretti magari ad incontrare il genitore in carcere.
Bambini dimenticati
Un esercito dimenticato e muto di cui si era occupata, tra le prime, Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa prematuramente scomparsa, che tra il 2000 e il 2014 ne aveva tracciato un primo censimento di 1600 e li aveva chiamati, appunto, “orfani speciali”, perché speciali, diceva Baldry, “sono i loro bisogni”. Ma per questi figli del lutto più atroce, nelle cui vite ogni certezza degli affetti viene spazzata via dalla violenza di genere, pochissimo era stato fatto, fino alla denuncia di Anna Costanza Baldry e alle battaglie di alcuni orfani e orfane. Come Vanessa Mele, oggi avvocata in Inghilterra, che in tribunale aveva sconfitto il padre, Pier Paolo Cardia. Dopo aver ucciso la madre di Vanessa, Anna Maria Mele, uscito dal carcere Cardia aveva cercato di impossessarsi della pensione di reversibilità della moglie che lui stesso aveva assassinato.
Oggi gli orfani speciali possono contare su due leggi nate da quelle battaglie. La legge numero 4 del 2018 che prevede il cambio del cognome, il divieto per gli assassini di accedere all’eredità, un fondo per i parenti cui gli orfani vengono affidati, assistenza nei processi. E la legge 122 del 2016 che prevede indennizzi fino a 50mila euro per le vittime di crimini violenti, nella quale sono stati inseriti gli orfani speciali. “Entrambe leggi di difficilissimo accesso per i caregiver” afferma però con voce grave Fedele Salvatore, coordinatore per il Sud del grande progetto “Respiro” della fondazione “Con i bambini” che in tutta Italia con 4 diverse iniziative ha preso in carico 157 orfani di femminicidio a cui ne seguiranno altri 260. Di fatto la prima grande campagna di sostegno, a tutto campo e affidata al terzo settore, dunque privata, destinata a bambini la cui madre è stata assassinata dal padre.
Il progetto “Respiro”
“Ci siamo trovati di fronte a un mondo totalmente dimenticato dallo Stato, a cominciare dai numeri. Nessuno sa quanti siano e dove siano questi orfani. Per trovarli abbiamo dovuto incrociare notizie di femminicidi e fascicoli di delitti anche di 10 anni fa. Abbiamo incontrato bambini e ragazzi che non erano mai stati seguiti da uno psicologo, nonni e parenti affidatari in attesa da anni di risarcimenti e prigionieri di leggi troppo burocratiche per accedere ai fondi. Famiglie che dopo il lutto si sono disgregate, adolescenti con gravissimi traumi ai quali era stato detto che la madre era morta in un incidente stradale e nei quali si è ormai sedimentato un dolore cronico”.
Il dolore che spezza le gambe
Il progetto “Respiro”, racconta Fedele Salvatore, deve il nome alla frase scritta da una ragazza in una lettera immaginaria alla madre uccisa: “Quando diventi orfana così, il dolore ti spezza le gambe e l'aria infinita che vola ovunque sembra non esserci più per te”. E’ anche, però, l’acronimo di “Rete di Sostegno per Percorsi di Inclusione e Resilienza con gli Orfani speciali”. “Entriamo in contatto con le famiglie, con i bambini e cerchiamo di capire i loro bisogni, dalla tutela legale al sostegno economico, dalla scuola al lavoro sui traumi psicologici. Ma dobbiamo sapere quanti sono e dove sono, l’anagrafe di questi minori è essenziale, speriamo che lo Stato ci ascolti”.
Elena e i girasoli sulla tomba della mamma
Rossana Alfano dice che Elena la chiama mamma. “Penso che abbia bisogno di pronunciare quella parola. E’ affidata a mia madre, sua nonna, ma di fatto la stiamo crescendo insieme, con mia figlia ormai sono sorelle. Di Elena mi spaventa il silenzio, il suo non voler fare rumore e non disturbare nessuno, come se il suo strazio fosse troppo grande per poter avere voce. Dopo il femminicidio di Antonella la nostra famiglia è andata in pezzi, eravamo smarriti, nessuno si occupava di noi. Elena la sua storia l’ha scoperta da sola, il resto l’ha fatto Internet, avremmo dovuto parlarle ma non ce la facevamo. Il giorno in cui mi ha chiesto di cambiare nome mi si è gelato il sangue: vuol dire che sapeva tutto".
Rossana ha la voce che si spezza. “Eravamo confuse, ignoravamo quali fossero i diritti di mia nipote, il risarcimento, i fondi per le cure, i processi sono costati moltissimo, mentre quell’ex carabiniere che ha strangolato e bruciato mia sorella è già uscito dal carcere più volte e presto tornerà libero. Oggi siamo seguite dall’associazione Thamaia, Elena va da una psicologa, abbiamo un sostegno economico, ma anche mia figlia e io abbiamo cercato aiuto, dopo un femminicidio chi resta muore dentro, quando ci sentiamo troppo tristi con Elena prendiamo un mazzo di girasoli e andiamo sulla tomba di Antonella: lei ci protegge da lassù, povera sorella mia”.