Nel cervellone del Dna: “Qui incastriamo criminali, ma ignoriamo i loro delitti”
di Elena DusiROMA — Per il criminale è come un’ombra. Gli si incolla addosso la prima volta che un chiavistello si chiude alle sue spalle e un agente gli preleva – volente o nolente - un campione di Dna dalla bocca. Il suo profilo genetico da quel momento lo accompagnerà sulla scena di ogni nuovo delitto. Sarà proprio quel profilo, la sua ombra, a farne il nome e denunciarlo.
Campioni a confronto
Di continuo infatti il server della Banca Dati Nazionale del Dna compie un giro di ronda. Confronta i profili genetici ottenuti dall’analisi dei reperti biologici raccolti di fresco sulle scene dei delitti in Italia (ma anche all’estero) con i profili che conserva in pancia, quelli dei criminali già arrestati. E, dove può, li accoppia.
Capita così che il Sovrintendente Tecnico della Polizia Penitenziaria Alfonso Apicella, arrivato al lavoro di buon mattino, inserisca il suo badge identificativo nel computer e si ritrovi fra le mani, freschi freschi, i nomi – in realtà vede solo dei codici non riconoscibi…
ROMA — Per il criminale è come un’ombra. Gli si incolla addosso la prima volta che un chiavistello si chiude alle sue spalle e un agente gli preleva – volente o nolente - un campione di Dna dalla bocca. Il suo profilo genetico da quel momento lo accompagnerà sulla scena di ogni nuovo delitto. Sarà proprio quel profilo, la sua ombra, a farne il nome e denunciarlo.
Campioni a confronto
Di continuo infatti il server della Banca Dati Nazionale del Dna compie un giro di ronda. Confronta i profili genetici ottenuti dall’analisi dei reperti biologici raccolti di fresco sulle scene dei delitti in Italia (ma anche all’estero) con i profili che conserva in pancia, quelli dei criminali già arrestati. E, dove può, li accoppia.
Capita così che il Sovrintendente Tecnico della Polizia Penitenziaria Alfonso Apicella, arrivato al lavoro di buon mattino, inserisca il suo badge identificativo nel computer e si ritrovi fra le mani, freschi freschi, i nomi – in realtà vede solo dei codici non riconoscibili – dei possibili colpevoli di alcuni efferati crimini in Italia e all’estero. “Sono una quindicina al giorno, più un’altra manciata provenienti da fuori confine” spiega.
“Il Laboratorio Centrale per la Banca Dati Nazionale del Dna ha iniziato a raccogliere campioni nel 2016. Oggi ne aggiunge più di cento al giorno ed è vicina ai 100mila profili” racconta la direttrice Daniela Caputo, Primo Dirigente della Polizia Penitenziaria. Omicidi, stupratori e rapinatori, sia minorenni che maggiorenni, alla convalida dell’arresto devono tutti lasciare un tampone con saliva e mucosa della bocca.
“I reati che prevedono il prelievo sono elencati in una legge del 2009” prosegue Caputo. Per 30 o 40 anni, a seconda della gravità del delitto, il profilo del Dna resterà associato ai pregiudicati. Solo una piena assoluzione permette di uscire dall’archivio.
I casi risolti
Sono 3.100 i crimini finora risolti, o meglio le corrispondenze tra il Dna delle scene del delitto e quello dei profili in Banca Dati, che si trova a Roma e dipende dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Ministero della Giustizia). Fra questi il 43% sono furti, il 23% rapine, il 10% omicidi, il 5% stupri e il 3% tentati omicidi, secondo i dati del Ministero dell’Interno. “Noi trattiamo solo campioni anonimi, identificati con un codice” precisa Caputo, che è la prima direttrice proveniente dal corpo di Polizia Penitenziaria, dopo una serie di predecessori non in divisa.
“Verifichiamo se c’è un match, cioè se il campione che il Laboratorio centrale ha inserito in Banca Dati e quello della scena del delitto coincidono” prosegue Enrica Ottaviani, Dirigente aggiunto della Polizia Penitenziaria, biologa. “Ma non conosciamo nulla del crimine. Né abbiamo modo di seguire l’iter processuale”.
Per i biologi e gli informatici che lavorano qui, fra i più qualificati nel loro campo, è un cruccio non sapere la fine del giallo per il quale ci si è affannati. Quando per esempio, subito dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, al Laboratorio Centrale è arrivato un campione da analizzare con procedura d’urgenza, tutti hanno avuto lo stesso pensiero. Ma nessuno ha mai conosciuto il frutto del proprio lavoro. “Il risultato lo veniamo a sapere solo qualche volta dai giornali” ammette Caputo.
Un colpevole per i cold case
Dagli archivi dei giornali emerge ad esempio il caso di Mario Palma, 81 anni, massacrato a Napoli lo scorso novembre con 92 coltellate. Le indagini stavano prendendo una pista diversa, poi una traccia di sangue sul luogo del delitto ha combaciato con il Dna di un giovane già registrato nella Banca Dati: il nipote.
Nel 2020 a Milano è finito in carcere l’uomo che 14 anni prima aveva lasciato traccia di sé sul luogo di uno stupro. Ronzando, una notte, il server della Banca Dati lo ha incastrato. A Roma lo stesso anno è stato arrestato un uomo di cui tutto si pensava tranne che nel 2001 a Verona avesse accoltellato a morte il 70enne Antonio Schiesaro. C’è voluto tempo, ma alla fine i fili del Dna si sono stretti attorno a lui.
Nel 2023, dopo 26 anni, la Banca Dati ha pescato il terzo autore dell’assassinio del gioielliere di Brescia Carlo Mortilli: nel frattempo aveva commesso un altro crimine. Ecco perché, dopo l’arresto, chi ha più da temere fa più resistenza al tampone che sfrega le guance.
L’ombra del Dna ha inseguito poi l’autore della strage di Corinaldo: nel 2018 del peperoncino spruzzato in una discoteca affollata causò la morte di 6 persone. E un ragazzo, pregiudicato proprio per furti in discoteca, aveva lasciato frammenti di pelle sul pulsante dello spray. Il match è stato presto fatto.
A volte il Dna dipana matasse che nessun giallista avrebbe immaginato. Nel 2020 ad esempio Gaetano Tripodi morì in carcere: era all’ergastolo per aver decapitato la moglie a Roma. Il Dna prelevato dal cadavere risultò combaciare con quello di un duplice delitto: madre e figlia uccise nel 1998 sulla spiaggia di Rosolina Mare, nel Polesine.
Sull’affidabilità di quella che è chiamata la prova regina ormai c’è una sola parola: “Certezza” dice Caputo. E’ un’altra epoca rispetto alle analisi a tappeto del 2010 per venire a capo del delitto di Yara Gambirasio, o dei reperti tolti e poi rimessi al loro posto del caso Meredith nel 2007. Siamo lontani poi dai metodi statunitensi, dove si sfrutta anche il Dna raccolto privatamente da chi ama curiosare fra i propri antenati. E dove, forzando la scienza, si è usato il genoma per disegnare l’identikit del volto di un killer.
“Da noi ogni test è ripetuto due volte con due kit di ditte diverse” spiega Ilenia Pietrangeli, Dirigente aggiunto della Polizia Penitenziaria, biologa. “Del Dna analizziamo 26 punti ben codificati, nello 0,2% del genoma che differenzia una persona dall’altra. Sono loci scelti perché variano molto tra gli individui, ma non danno nessuna informazione su malattie o altri dati sensibili. Solo i gemelli monozigoti possono avere profili uguali. In quel caso ci affidiamo alle impronte digitali”.
La sede del Laboratorio Centrale è stretta tra il ramo femminile e quello maschile del carcere di Rebibbia da un lato, le aule bunker del tribunale dall’altro. E’ un bunker anche lei: mura e cancelli di 4 metri proteggono l’archivio.
“Una copia di ogni profilo è conservata in una cassaforte a prova di incendio, inondazione e terremoto” spiega il Commissario capo tecnico Carlo Zotti, informatico, che per riuscire ad aprirla ha bisogno di un collega. “Il server non è collegato a reti esterne, l’ingresso e l’apertura degli scaffali avvengono con impronta digitale e badge. Sappiamo sempre chi ha consultato cosa e quando. Immaginare come si possa violare questo posto è veramente difficile”. Quasi come riuscire a staccare la propria ombra da sé.