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Ilaria Salis, la rabbia del padre: “Lo Stato non farà nulla e lei resterà in carcere”

Roberto Salis, padre di Ilaria, detenuta a Budapest, ieri a Roma dopo l’incontro con i ministri Tajani e Nordio

 
Roberto Salis amareggiato dopo l’incontro con i ministri Tajani e Nordio. Che ribadiscono: non possiamo interferire, tocca ai legali insistere sui domiciliari
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«Sono furibondo. Ci hanno preso in giro: mia figlia è stata torturata e dal nostro governo non è arrivata nemmeno una nota. Adesso dobbiamo continuare a fare da soli perché non abbiamo alcun supporto dal nostro Stato. Ma io non mollo: dobbiamo tirare Ilaria fuori da lì». Roberto Salis è appena uscito dall’incontro con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. È deluso, arrabbiato, sorpreso. Sperava — con il suo avvocato Eugenio Losco — che il governo gli consegnasse quel che era stato chiesto: una nota, da depositare al giudice ungherese, con la quale Roma rassicurava Budapest sulle condizioni di sicurezza che la detenuta Salis avrebbe avuto una volta trasferita in Italia. Braccialetto elettronico, controllo da parte della polizia giudiziaria, partecipazione certa alle udienze, nessun pericolo di fuga. E invece: niente documento. «Non possiamo interferire nel procedimento e nello status di libertà dell’indagato», spiegano Nordio e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che pure ha…

«Sono furibondo. Ci hanno preso in giro: mia figlia è stata torturata e dal nostro governo non è arrivata nemmeno una nota. Adesso dobbiamo continuare a fare da soli perché non abbiamo alcun supporto dal nostro Stato. Ma io non mollo: dobbiamo tirare Ilaria fuori da lì». Roberto Salis è appena uscito dall’incontro con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. È deluso, arrabbiato, sorpreso. Sperava — con il suo avvocato Eugenio Losco — che il governo gli consegnasse quel che era stato chiesto: una nota, da depositare al giudice ungherese, con la quale Roma rassicurava Budapest sulle condizioni di sicurezza che la detenuta Salis avrebbe avuto una volta trasferita in Italia. Braccialetto elettronico, controllo da parte della polizia giudiziaria, partecipazione certa alle udienze, nessun pericolo di fuga. E invece: niente documento. «Non possiamo interferire nel procedimento e nello status di libertà dell’indagato», spiegano Nordio e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che pure ha incontrato i Salis. «Inoltre — comunica il governo — un’interlocuzione epistolare tra un dicastero italiano e l’organo giurisdizionale straniero sarebbe irrituale e irricevibile».

I domiciliari negati

Infine, sull’ipotesi dei domiciliari in ambasciata: «Tecnicamente impossibile». I ministri suggeriscono ai legali quella che per loro è l’unica possibile soluzione: «Chiedete i domiciliari in Ungheria». Domiciliari che però sono stati già negati tre volte. Oppure, altra proposta del governo, «fate che sia il giudice di Budapest a chiederci quali sono le garanzie per i domiciliari in Italia». Senza un passo ufficiale dell’Ungheria, insomma, non ce ne saranno altri dall’Italia. «Una provocazione», la bollano i Salis. Che hanno soltanto potuto intuire quel che in realtà è accaduto in questi giorni al ministero della Giustizia.

Quando tutta l’Italia non può più far finta di non vedere il caso Salis - Ilaria appare in aula, davanti alle telecamere, con le manette ai polsi e alle caviglie, tenuta al guinzaglio da una guardia carceraria — in via Arenula qualcosa si muove. E, oltre le solite parole di sdegno, si cerca di capire cosa si possa fare per tirare fuori quella ragazza dalla prigione di Budapest. I nostri servizi per la prima volta avviano un’interlocuzione, visto che fino a quel momento il caso è stato sì gestito dall’ambasciata, ma a livello tecnico, senza coinvolgere direttamente l’ambasciatore. Che, infatti, incontrerà soltanto dopo il ministro della Giustizia ungherese.

Il video

Si diceva, i servizi si muovono e viene spiegato loro che l’Ungheria ritiene molto solide le prove nei confronti di Ilaria Salis: c’è un video che la ritrarrebbe nel corso di un’aggressione, video che anche Giorgia Meloni guarda personalmente. Peccato che l’Ungheria dimentichi di raccontare due circostanze. E cioè che le accuse che vengono mosse a Ilaria sono di associazione a delinquere nonostante il suo nome non compaia mai nel processo tenuto in Germania per quell’associazione. E che la ragazza, per due presunte lesioni causate con una prognosi sotto i 10 giorni, rischi 24 anni di carcere. «Patteggi», dicono all’ambasciatore, «e potrà andare ai domiciliari». La proposta è di 11 anni: una follia. A quel punto il ministero prepara un appunto: la strada per riportarla a casa si basa su una convenzione quadro della Ue. Bisogna passare dai domiciliari in Ungheria, scrive il ministero, la giurisprudenza è combattuta, una recente sentenza della Cassazione è di senso opposto, ma si può provare. L’appunto dovrebbe essere inviato a Budapest ma — qui entra in scena la politica e il timore di un possibile contenzioso con il governo amico Orbán — l’iter si blocca 3 giorni fa. «Abbiamo più di 2mila detenuti in queste condizioni, non possiamo creare una strada privilegiata», dicono ieri al padre di Ilaria a cui persino la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, aveva invece dato esplicite rassicurazioni, compresa la possibilità dei domiciliari in Ambasciata. «Mia figlia resterà ancora per molto tempo in carcere e la vedremo ancora in catene ai processi», dice invece ora Roberto Salis. La prossima udienza è fissata a maggio, il processo calendarizzato già per almeno un anno. Ilaria Salis, salvo miracoli, resterà fino ad allora detenuta. O forse ostaggio.

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