Sanità, falsi infermieri stranieri in Gran Bretagna ma il rischio tocca anche l’Italia
di Alessandra CoricaLe stime parlano di 12mila operatori. Arrivati dall’estero negli ultimi quattro anni, dall’inizio dell’emergenza Covid. Rimasti a operare nel nostro Paese grazie a una serie di deroghe sull’equiparazione dei titoli di studio iniziate per far fronte alla carenza di personale sanitario che ha investito l’Italia dopo la scoperta, esattamente quattro anni fa, del primo caso di Coronavirus in provincia di Lodi. Deroghe che oggi sono ancora in essere.
La legione straniera
È l’esercito di infermieri stranieri che ogni giorno assistono anziani nelle Rsa, pazienti nelle cliniche private, malati nei pronto soccorso. Sempre più numeroso: in Italia, secondo i dati della Fnopi (la Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche), ci sono 398mila infermieri attivi, e, di questi, 25mila sono stranieri e iscritti negli albi che, prima del Covid, ogni ordine provinciale doveva predisporre per i professionisti con titoli di studio conseguiti all’estero ed equivalenti a quelli italiani.
Licenz…
Le stime parlano di 12mila operatori. Arrivati dall’estero negli ultimi quattro anni, dall’inizio dell’emergenza Covid. Rimasti a operare nel nostro Paese grazie a una serie di deroghe sull’equiparazione dei titoli di studio iniziate per far fronte alla carenza di personale sanitario che ha investito l’Italia dopo la scoperta, esattamente quattro anni fa, del primo caso di Coronavirus in provincia di Lodi. Deroghe che oggi sono ancora in essere.
La legione straniera
È l’esercito di infermieri stranieri che ogni giorno assistono anziani nelle Rsa, pazienti nelle cliniche private, malati nei pronto soccorso. Sempre più numeroso: in Italia, secondo i dati della Fnopi (la Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche), ci sono 398mila infermieri attivi, e, di questi, 25mila sono stranieri e iscritti negli albi che, prima del Covid, ogni ordine provinciale doveva predisporre per i professionisti con titoli di studio conseguiti all’estero ed equivalenti a quelli italiani.
Licenze senza verifiche
A questi però, negli ultimi anni, si sono aggiunti molti altri operatori arrivati dall'estero (la stima, appunto, è di almeno 12mila) non sottoposti alle verifiche prima previste, in virtù delle deroghe introdotte per l'emergenza Covid, poi rinnovate con l'inizio della guerra in Ucraina e poi ancora prorogate. L'ultima volta la scorsa primavera, fino alla fine del 2025. Una delle tante eredità della pandemia, insomma. Ma rispetto alla quale i sindacati degli infermieri sono sempre più critici: «Non può lasciarci indifferenti lo scandalo che ha travolto negli ultimi giorni il Regno Unito, con le centinaia di infermiere e ostetriche nigeriane che, in mancanza di requisiti, avrebbero falsificato il risultato dell’esame di idoneità per equiparare il proprio titolo di studio - dice Antonio De Palma, presidente del Nursing Up -. L’Italia non è immune da questi rischi».
“La lingua non conta, vale la professionalità”
Problematica è anche la questione linguistica: «Come infermieri, abbiamo a che fare quotidianamente con persone fragili, che si affidano a noi: non è importante la nazionalità dell’operatore, quanto la sua professionalità. E ovviamente la sua capacità di comunicare - ragiona Giancarlo Go, coordinatore nazionale degli infermieri per la Fp Cgil -. Quello della carenza di personale è un problema che ci trasciniamo da decenni, e con il quale bisogna fare i conti, senza ricorrere più a deroghe». La Fnopi da tempo lavora sul tema: «Nel decreto Bollette - spiega la presidente Barbara Mangiacavalli - è previsto che venga raggiunta un’intesa tra ministero, ordini e Conferenza Stato-Regioni per ripristinare le procedure di verifica ed equiparazione dei titoli». Snellendole, visto che quelle in vigore prima del Covid erano molto farraginose (in media, erano necessari due anni).
Il certificato del futuro
L’idea è di prevedere una certificazione delle competenze sia professionali sia linguistiche, per consentire all'infermiere straniero di essere iscritto in un registro nell'ordine provinciale di riferimento. «Oggi ci sono migliaia di infermieri regolarmente iscritti agli ordini, e sottoposti quindi a regole deontologiche e obblighi precisi. E altri, invece, che non lo sono: la situazione va regolarizzata», aggiunge Mangiacavalli.
Il vuoto dell’organico
Certo è che, data la carenza di infermieri in Italia, i professionisti in arrivo dall’estero sono fondamentali: i dati della Ragioneria di Stato parlano di almeno 65 mila professionisti che mancano all’appello (ma per arrivare alla media Ocse di quasi 10 infermieri per mille abitanti, a questi se ne dovrebbero aggiungere altri 45 mila). Senza considerare il costante saldo negativo tra chi “entra” e chi “esce”: ogni anno, in media, i neo-laureati in Infermieristica sono tra 10 e 11 mila, a fronte di 13 mila pensionamenti. «Il coinvolgimento di professionisti dall’estero non è solo ineluttabile, ma indispensabile a garantire la tutela della salute dei cittadini», riflette allora Barbara Cittadini, presidente di Aiop, l’associazione degli ospedali privati, dove frequente è il ricorso a operatori stranieri.
Non è un problema solo dei privati
Ma il problema vale anche per gli ospedali pubblici: non a caso in Lombardia Guido Bertolaso, assessore al Welfare della giunta leghista di Attilio Fontana, da mesi sta studiando accordi bilaterali con Paesi come Argentina, Paraguay e Uruguay, per andare direttamente lì, con docenti di lingua italiana, a “formare” gli operatori stranieri, in modo poi da “importarli” negli ospedali pubblici lombardi.