Sopravvissuto alla strage di Cutro: “Vorrei abbracciare mia figlia, nata dopo la mia partenza”
dalla nostra inviata Alessandra ZinitiCrotone — La bandiera del Pakistan accanto a quella dell’Italia sulla parete della stanzetta della comunità che da un anno è la sua casa. Awais Khan, pachistano, 32 anni, scorre le foto sul suo telefonino da dove due bimbe piccole gli sorridono: «Lei è Anabia, ha un anno e mezzo, e lei e Abiha. Ha solo sei mesi, quando sono partito mia moglie era incinta. Non l’ho mai conosciuta e chissà quando potrò tenerla in braccio, baciarla per la prima volta. È l’unico grande desiderio che vorrei vedere esaurito».
Awais, ma come? Lei è sopravvissuto al naufragio di Steccato di Cutro e da allora non ha mai riabbracciato la sua famiglia?
«È così. Ce lo avevano promesso, la premier, il governo italiano ci avevano assicurato che avrebbero fatto arrivare qui i nostri familiari rimasti nei Paesi d’origine, ci avevano chiesto i nomi per preparare tutto, mia moglie era felice: le avevo garantito che sarebbero andati a prendere lei e la bambina, allora ce n’era solo una. Ma poi non è successo niente. Da …
Crotone — La bandiera del Pakistan accanto a quella dell’Italia sulla parete della stanzetta della comunità che da un anno è la sua casa. Awais Khan, pachistano, 32 anni, scorre le foto sul suo telefonino da dove due bimbe piccole gli sorridono: «Lei è Anabia, ha un anno e mezzo, e lei e Abiha. Ha solo sei mesi, quando sono partito mia moglie era incinta. Non l’ho mai conosciuta e chissà quando potrò tenerla in braccio, baciarla per la prima volta. È l’unico grande desiderio che vorrei vedere esaurito».
Awais, ma come? Lei è sopravvissuto al naufragio di Steccato di Cutro e da allora non ha mai riabbracciato la sua famiglia?
«È così. Ce lo avevano promesso, la premier, il governo italiano ci avevano assicurato che avrebbero fatto arrivare qui i nostri familiari rimasti nei Paesi d’origine, ci avevano chiesto i nomi per preparare tutto, mia moglie era felice: le avevo garantito che sarebbero andati a prendere lei e la bambina, allora ce n’era solo una. Ma poi non è successo niente. Da mesi continuiamo a chiedere notizie, ma nessuno ne sa più niente. Anzi gli avvocati ci hanno spiegato che è molto difficile procedere al ricongiungimento con il tipo di permesso che ci hanno dato».
Perché? Non avete avuto lo status di rifugiato come vi era stato promesso?
«No, di tutti i superstiti solo uno, il mio compagno di stanza, la cui situazione per altro è uguale alla mia, ha avuto riconosciuto lo status di rifugiato. Io ho avuto solo la protezione speciale, un permesso temporaneo di due anni, che a quanto pare non consente di far venire in Italia la famiglia. E mi hanno spiegato che potrò rinnovarlo solo una volta e non potrà mai diventare un permesso di lavoro. Sono sconfortato: se non posso far venire in Italia mia moglie e le mie bambine, se non ho davanti la prospettiva di una vita regolare, di un lavoro, di una casa, cosa ci sto a fare qui?».
Perché era su quel caicco? Perché ha preso la decisione di partire verso l’Europa lasciando in Pakistan sua moglie incinta con una bimba di pochi mesi?
«Non avevo altra scelta. I talebani mi davano la caccia, mi minacciavano, volevano il mio piccolo negozio di abiti, ho messo in sicurezza mia moglie e mia figlia e con altri amici abbiamo comprato un biglietto aereo per la Turchia e poi lì abbiamo cercato l’aggancio con i trafficanti».
Cosa ricorda della notte del naufragio? Come si è salvato?
«Il mare era diventato grosso nelle ultime ore, fuori non si vedeva nulla ma quelli che conducevano la barca ci dicevano di stare tranquilli, che ormai eravamo arrivati. Poi è successo tutto in pochi minuti, un grande colpo, il pavimento del caicco che cedeva sotto i piedi, mi sono ritrovato in acqua con la gente che urlava e si aggrappava a qualsiasi appiglio. Anche io mi sono salvato così, rimanendo aggrappato ad un pezzo di legno».
I soccorsi si sono fatti attendere?
«Non so quanto tempo, mi è sembrata un’eternità in quelle condizioni. In quei momenti di puro terrore, per non morire pensavo a mia figlia Anabia che non avrei più riabbracciato, e all’altra bimba o bimbo (non sapevo ancora) che sarebbe nata già orfana di padre. Questo pensiero mi ha dato forza e sono riuscito a trascinarmi fino alla spiaggia».
Perché è rimasto qui a Crotone? Come passa le sue giornate?
«Non avevo dove altro andare, non ho parenti o amici in altri Paesi europei. Qui mi hanno offerto ospitalità in questa casa con altri superstiti, quest’estate ho fatto qualche lavoretto in un ristorante, ma non è quello che voglio fare. Adesso non faccio nulla, se non seguire le lezioni di italiano, ma è difficile, ho imparato solo poche parole e capisco poco. In Calabria non c’è lavoro. Ma io sono disponibile a imparare qualsiasi mestiere. Vorrei solo che l’Italia mantenesse la sua promessa di un corridoio umanitario per mia moglie e le mie figlie».
— a.z. ©RIPRODUZIONE RISERVATA