Cutro, un anno dopo: famiglie divise, salme senza nome e le promesse mancate
dalla nostra inviata Alessandra ZinitiCrotone — Sulle dune di Steccato di Cutro nulla, neanche una piccola stele, ricorda quelle cento e più vite naufragate all’ultimo miglio del loro sfortunato viaggio. Nelle gabbie del tribunale di Crotone, il meccanico di bordo del caicco, Gun Ufu, si è già beccato 20 anni con il rito abbreviato, gli altri tre presunti scafisti arrestati poco dopo il disastro rischiano fino a 30 anni. Le prossime settimane saranno decisive per sapere se quella del 26 febbraio 2023 fu anche una strage di Stato: la procura di Crotone sta infatti per chiedere il processo per sei ufficiali di Guardia costiera e Guardia di finanza chiamati a rispondere di omissione di soccorso.
Promesse vane
Un anno dopo la storia di Cutro è quella delle tante promesse mancate di un governo che ha pure avuto il coraggio di legarne il nome ai decreti che hanno stretto le maglie dell’accoglienza, negando diritti e futuro anche a chi su quella spiaggia ha perso tutto. Un governo nei confronti del quale, ora, una cinquantina d…
Crotone — Sulle dune di Steccato di Cutro nulla, neanche una piccola stele, ricorda quelle cento e più vite naufragate all’ultimo miglio del loro sfortunato viaggio. Nelle gabbie del tribunale di Crotone, il meccanico di bordo del caicco, Gun Ufu, si è già beccato 20 anni con il rito abbreviato, gli altri tre presunti scafisti arrestati poco dopo il disastro rischiano fino a 30 anni. Le prossime settimane saranno decisive per sapere se quella del 26 febbraio 2023 fu anche una strage di Stato: la procura di Crotone sta infatti per chiedere il processo per sei ufficiali di Guardia costiera e Guardia di finanza chiamati a rispondere di omissione di soccorso.
Promesse vane
Un anno dopo la storia di Cutro è quella delle tante promesse mancate di un governo che ha pure avuto il coraggio di legarne il nome ai decreti che hanno stretto le maglie dell’accoglienza, negando diritti e futuro anche a chi su quella spiaggia ha perso tutto. Un governo nei confronti del quale, ora, una cinquantina di familiari delle vittime hanno deciso di intentare una causa civile. Niente status di rifugiato, niente ricongiungimenti familiari, persino niente Dna per l’estremo pietoso atto di dare un nome a quelle salme sepolte con un numero sulla bara. «C’è una bimba di circa tre anni, quasi certamente musulmana, l’hanno seppellita dandole un nome italiano, Francesca.
La battaglia di umanità
E c’è una giovane mamma, che nel naufragio ha perso la sua piccola della stessa età e che adesso è in Germania, che da un anno chiede disperatamente di poter fare l’esame del Dna per sapere se quella è sua figlia», denuncia Manuelita Scigliano di Rete 26 febbraio. «È una battaglia di umanità ma anche tecnico-giuridica che stiamo portando avanti nell’indifferenza di tutti — spiega l’avvocato Enrico Calabrese — abbiamo 5 salme non identificate e delle famiglie, in Germania, con elementi concreti per ritenere che tra loro possano esserci i familiari dispersi. Abbiamo chiesto di poterli fare venire in Italia per la comparazione del Dna, ma la Farnesina si è detta disponibile solo in presenza di una richiesta che la Procura di Crotone non intende fare. Credo che sia un diritto di chiunque sapere se una salma è quella di un suo familiare».
Nessun corridoio umanitario
E non è la sola promessa mancata. Negli occhi di tutti i superstiti c’è il ricordo di un foglio con i nomi e cognomi di mogli, figli, genitori. Una lista richiesta subito dopo l’incontro a porte chiuse tra la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani con i sopravvissuti del naufragio. Ignorati a Cutro, fatti salire tutti su un pullman e portati in gita a Roma quindici giorni dopo la strage. Abbracci, strette di mano, foto opportunity e le promesse oggi dimenticate. «Hanno assicurato loro che i familiari sarebbero stati portati in Italia appena possibile — racconta l’avvocata Pina Notarianni — abbiamo subito consegnato la lista alla prefettura. Avrebbe dovuto aprire un corridoio umanitario come tanti se ne fanno, ma è passato un anno e nessuno ne sa nulla. Quando si chiede in prefettura ti dicono che non è possibile perché per il loro permesso di soggiorno il ricongiungimento familiare non è previsto».
Il decreto Cutro
L’ennesima beffa, effetto paradossale proprio del decreto Cutro che il governo avrebbe varato da lì a pochi giorni. E infatti, ai superstiti (quasi tutti afgani e pachistani in fuga dai talebani) è stata riconosciuta la protezione speciale che non prevede il ricongiungimento familiare, è temporanea e non tramutabile in permesso di soggiorno. «Su quel caicco ho perso mio cugino, sua moglie e i suoi due figli — ci dice Gol Agha Jamshidi, afgano —. Io c’ero il 16 marzo a Palazzo Chigi e a nome di tutti ho chiesto di aprire i corridoi umanitari per trasferire le famiglie delle vittime dall’Iran e dalla Turchia. Meloni e Tajani hanno accettato tutte le nostre richieste. Purtroppo nessuna notizia è arrivata. Ancora una volta chiedo alla presidenza del Consiglio: cosa hanno fatto in questi 11 mesi il Ministro degli Esteri e le altre istituzioni competenti?». Una richiesta alla quale superstiti e familiari, tornati a Crotone, daranno voce sabato a conclusione di una lunga marcia di protesta a cui domenica seguirà una veglia silenziosa all’alba in spiaggia alla quale parteciperà anche la segretaria del Pd Elly Schlein.
I superstiti afgani
Avrebbero voluto esserci anche i 14 superstiti afgani trasferiti in Germania dove stanno ancora in un centro di accoglienza di Amburgo senza documenti. Il loro appello arriva in video tramite la rete 26 febbraio. «Siamo stati vittime di una strage storica che ha causato la morte di decine di persone. Dopo un anno noi sopravvissuti stiamo ancora soffrendo fisicamente e psicologicamente. Chiediamo ai governi italiano e tedesco, all’Unione europea tutta, di avere riconosciuto definitivamente il diritto al ricongiungimento delle nostre famiglie».
Il miraggio del risarcimento
E lontanissima resta anche la prospettiva di risarcimento di cui pure l’Italia aveva annunciato di volersi fare carico. «Il ministro Piantedosi pochi mesi fa lo aveva garantito — dice l’avvocato Francesco Verri —. Quando? Come? Consap, la concessionaria di Stato, ha sfruttato un cavillo per uscire dal processo e non coinvolgere il Fondo per le vittime della strada e del mare. Mentre lo Stato si è costituito parte civile contro i presunti scafisti. Dopo aver permesso ai trafficanti di fare il loro lavoro indisturbati, ora il governo chiede i danni. Il risarcimento vero lo reclameremo noi nel processo contro le autorità italiane che la notte del 26 febbraio non mossero un dito e contribuirono a causare la morte di oltre cento persone». ©RIPRODUZIONE RISERVATA