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Schillaci “Sorpreso dall’addio di Palù all’Aifa. Più compiti a infermieri e specializzandi”

Italian Health minister Orazio Schillaci attends the Raiuno Italian TV program 'Porta a porta' conducted by Italian journalist Bruno Vespa, in Rome, Italy, 16 November 2022. ANSA/GIUSEPPE (ansa)
Il ministro alla Salute: “Anche lui ha ridisegnato l’Agenzia. Sapeva che l’incarico non poteva durare più di un anno. Tanti medici stanno per andare in pensione e per questo vogliamo puntare sui giovani”
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Nelle stanze del ministero alla Salute si vivono giorni complessi, con una riforma organizzativa che moltiplica i ruoli scatenando gli appetiti di tanti che desiderano posti di vertice e soprattutto con l’Aifa che ha appena perso il suo presidente Giorgio Palù, uscito in polemica. Il ministro alla Salute Orazio Schillaci non si aspettava l’addio, era ormai rassegnato a convivere con Palù un altro anno. Del resto, spiega Schillaci, il microbiologo padovano di 75 anni aveva più volte manifestato di volere l’incarico. Ma conosceva le regole e doveva sapere che più di 12 mesi di contratto non poteva ottenerli.

Ministro, secondo lei perché Palù non ha detto subito no all’incarico di un anno e se ne è andato 10 giorni dopo la nomina?

“Onestamente sono trasecolato alla notizia. In questo anno lo ho incontrato spesso, anche se non nell’ultimo mese. Era il presidente, ha collaborato a ridisegnare l’agenzia. Non so come mai ha lasciato, ci teneva all’incarico. Comunque, rispetto il volere di …

Nelle stanze del ministero alla Salute si vivono giorni complessi, con una riforma organizzativa che moltiplica i ruoli scatenando gli appetiti di tanti che desiderano posti di vertice e soprattutto con l’Aifa che ha appena perso il suo presidente Giorgio Palù, uscito in polemica. Il ministro alla Salute Orazio Schillaci non si aspettava l’addio, era ormai rassegnato a convivere con Palù un altro anno. Del resto, spiega Schillaci, il microbiologo padovano di 75 anni aveva più volte manifestato di volere l’incarico. Ma conosceva le regole e doveva sapere che più di 12 mesi di contratto non poteva ottenerli.

Ministro, secondo lei perché Palù non ha detto subito no all’incarico di un anno e se ne è andato 10 giorni dopo la nomina?

“Onestamente sono trasecolato alla notizia. In questo anno lo ho incontrato spesso, anche se non nell’ultimo mese. Era il presidente, ha collaborato a ridisegnare l’agenzia. Non so come mai ha lasciato, ci teneva all’incarico. Comunque, rispetto il volere di tutti”.

Palù ha citato il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Bellantone. L’ha accusata di avergli concesso un contratto più lungo anche se pure lui è pensionato.

“Si tratta di due enti organizzati in modo completamente diverso. La riforma dell’Aifa, voluta anche da Palù, dà al presidente più funzioni. Oltre alla rappresentanza legale ha anche una responsabilità gestionale. Per questo da pensionato non poteva restare più di un anno”.

Adesso cosa succede? Ha un nome per il nuovo presidente?

“Di nomi oggi non ne ho, ero convinto che Palù sarebbe rimasto un anno. Questi giorni li prendo per riflettere e trovare una persona che voglia misurarsi con un’agenzia strategica, non solo per la sanità”.

La riforma ha richiesto un anno e Aifa non è ancora in grado di lavorare al meglio. Anche la composizione della Commissione tecnico economica è stata criticata.

“Purtroppo, ci sono state delle lungaggini. L’Aifa è importantissima, tanto più adesso che l’innovazione tecnologica e farmaceutica cambia il mondo. La Commissione si metterà subito a lavorare e si potrà integrare con altri esperti”.

Continua la crisi di organico degli infermieri. Arriveranno i professionisti dall’India dei quali si parla da tempo?

“L’arrivo dei professionisti indiani è un argomento portato all’attenzione della Conferenza Stato-Regioni. In Italia gli infermieri sono il vero problema per quanto riguarda le carenze di personale. Siamo tra gli ultimi in Europa per il loro numero rispetto agli abitanti, nell’immediato è indispensabile far giungere personale dall’estero”.

E in prospettiva?

“È importante che la professione torni ad essere appetibile. Ed è anche necessario modificare il percorso formativo. Adesso tutti gli infermieri hanno la laurea triennale e a volte anche la specialistica biennale. Bisognerebbe dare loro delle mansioni in più rispetto a quelle svolte oggi. Chi ha studiato cinque anni deve avere mansioni all’altezza dei sacrifici che ha fatto”.

E per formare i dottori è giusto il numero chiuso a Medicina?

“Lì il problema è diverso perché mancano in misura minore rispetto agli infermieri. Ci saranno però grandi difficoltà nei prossimi tre o quattro anni, a causa della gobba pensionistica. Ecco, se in passato ci fosse stato un maggiore accesso a Medicina, oggi avremmo avuto meno carenze. Comunque, i posti per medicina all’Università sono destinati a crescere. Ma mi fa riflettere che il pubblico non trova professionisti e le cooperative sì”.

E come si affronteranno i prossimi tre o quattro anni?

“La situazione è complessa ma abbiamo tanti specializzandi. Sarà importante il loro supporto nel futuro prossimo, per far fronte alle carenze. Dobbiamo far entrare questi giovani nel pubblico, cosa che magari, grazie alle soddisfazioni che dà il lavoro nel sistema sanitario nazionale, li fidelizza e poi li farà restare anche da specializzati. Soprattutto le carenze riguardano certe discipline, un problema diffuso in Europa e negli Usa”.

Perché alcune specialità non attraggono?

“I giovani vanno verso le specializzazioni che permettono di avere un lavoro più indipendente, un’attività professionale propria. Un po’ dispiace. Se guardiamo alle 10-11 specialità meno scelte, oltre all’emergenza urgenza, ce ne sono alcune come l’anatomia patologica, la radioterapia, la chirurgia che sono fondamentali per gli ospedali. La situazione è preoccupante. Bisogna intervenire durante il corso di laurea e far capire a chi sceglie di fare il medico che il profitto economico non può essere l’unica leva”.

L’Autonomia differenziata rischia di aumentare le differenze di qualità dell’assistenza tra Regioni?

"La sanità è già regionalizzata e i Livelli essenziali di assistenza non sono applicati in modo uniforme. L’Autonomia deve rispettare la Costituzione, anche sull’importanza della salute. Può diventare un volano per far migliorare chi fino ad oggi non ha raggiunto gli obbiettivi. Il ministero avrà un ruolo di guida, accompagnamento e stimolo per le Regioni, perché non si lasci indietro nessuno. In Italia non ci dovranno essere cittadini di serie A e B”.

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