Cutro, un anno di bugie. Più sbarchi, più morti e scafisti sempre liberi
dalla nostra inviata Alessia CanditoCutro — «Avevano promesso corridoi umanitari per i nostri familiari, supporto per il riconoscimento di tutte le vittime, giustizia. È passato un anno e siamo qui a chiedere le stesse cose». Cade la pioggia su Crotone. Ed è torrenziale. Ma non basta a spegnere la rabbia dei familiari delle vittime della strage di Cutro, della comunità che da quel 26 febbraio gli si è stretta accanto, di chi veste lutti di altri naufragi ma con la stessa rabbia dice «basta morti in mare».
«Questa strage è stata strumentalizzata dal governo», dice Alidad Shiri, che nello schianto di quel vecchio caicco, lasciato solo ad affrontare le onde, ha perso il cugino di 17 anni. Poco più indietro cammina Waffo, camerunense che su una tinozza di legno ha perso la moglie e il figlio con cui scappava dalla Tunisia.
Cutro — «Avevano promesso corridoi umanitari per i nostri familiari, supporto per il riconoscimento di tutte le vittime, giustizia. È passato un anno e siamo qui a chiedere le stesse cose». Cade la pioggia su Crotone. Ed è torrenziale. Ma non basta a spegnere la rabbia dei familiari delle vittime della strage di Cutro, della comunità che da quel 26 febbraio gli si è stretta accanto, di chi veste lutti di altri naufragi ma con la stessa rabbia dice «basta morti in mare».
«Questa strage è stata strumentalizzata dal governo», dice Alidad Shiri, che nello schianto di quel vecchio caicco, lasciato solo ad affrontare le onde, ha perso il cugino di 17 anni. Poco più indietro cammina Waffo, camerunense che su una tinozza di legno ha perso la moglie e il figlio con cui scappava dalla Tunisia.
«La nostra battaglia è la stessa perché la frontiera esiste solo per noi che fuggiamo da Paesi in cui non possiamo vivere». E si paga in lutti. «Su quelli di Cutro, da un anno chiediamo risposte che non arrivano», dice la segretaria dem Elly Schlein.
L’assenza del governo
Il governo giurava di volerli evitare arginando le partenze, scoraggiando gli arrivi e «dando la caccia agli scafisti lungo tutto il globo terracqueo». Copyright Giorgia Meloni, che a Cutro ha dribblato i familiari delle 94 vittime del naufragio, ma ha lanciato la sua battuta di caccia internazionale. Un anno, quattro decreti, un maxi disegno di legge sulla sicurezza e un accordo con la Tunisia dopo, i numeri dicono che i morti sono aumentati.
Secondo l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni, tremila persone hanno perso la vita nel Mediterraneo, più di 2.300 solo sulle rotte che partono da Libia e Tunisia. Mai così tanti dal 2017. In carcere per aver facilitato l’attraversamento delle frontiere guidando un barchino più o meno grande — hanno calcolato Borderline Europe e il circolo Arci “Porco Rosso” di Palermo — nel 2023 sono finite 177 persone, 14 in più dell’anno precedente.
«Ad aumentare sono state solo le sofferenze — spiega la deputata dem Laura Boldrini — Il decreto Cutro punisce chi guida la barca come chi organizza i traffici. È solo un modo di cercare un capro espiatorio».
Le bugie
Le persone costrette ad affrontare la traversata in mare per raggiungere l’Europa invece non hanno fatto altro che aumentare. Al 31 dicembre, se ne contavano più di 155 mila, circa il 47% in più dell’anno precedente, ma mai come nel 2016. E i rimpatri, da sempre grande cavallo di battaglia della destra di governo? A stento 4 mila e molti ne hanno pagato il prezzo sulla propria pelle. Un ragazzo trattenuto fino a dicembre al Cpr di Milo, spedito in Tunisia a dispetto di una richiesta di sospensiva pendente — spiega la sua legale, Claudia Nicotra — è stato subito sbattuto in carcere e condannato a dieci anni per un reato d’opinione.
Per decreto, chi arriva dai cosiddetti “Paesi sicuri” è sottoposto a «procedure accelerate di frontiera». I margini per far valere la propria situazione personale — incluso per tarare la fidejussione che il governo ha tentato di imporre — sono ridottissimi. Al riguardo deciderà la Corte di giustizia europea. Ma nel frattempo i Cpr — dove per decreto si può rimanere fino a 18 mesi senza aver commesso reato alcuno — scoppiano. E in troppi, come Ousmane Sylla, che a Ponte Galeria si è tolto la vita, ci muoiono. Finirci è facile. Basta un contratto che salta insieme al permesso di lavoro. O arrivare da un “Paese sicuro”. Oppure una dichiarazione di “pericolosità sociale” a strascico di una pena scontata, dunque a riabilitazione avvenuta.
La chiusura come fallimento
«Dalla tragedia è nata una nuova forma di deterrenza — commenta l’ammiraglio Vittorio Alessandro, ex portavoce del comando generale delle Capitanerie di porto — Tutto quello che si è sedimentato in anni di cultura del soccorso in mare è stato demolito». Anche per decreto. «Ogni bambino, ogni donna, ogni uomo che muore in mare rappresenta il fallimento delle politiche dell’Italia e dell’Ue — dice Giovanna Di Benedetto di Save the children — che hanno investito solo sulla chiusura in nome della difesa dei confini».
Piove a Crotone. Una donna afgana con il volto consumato da età e dolori si paralizza quando su uno striscione nota il volto della figlia. Lo accarezza, poi in lacrime dice: «Vogliamo sapere perché non sono stati soccorsi». Del governo, non c’è nessuno che risponda.