✕

“Non rapinatori ma terroristi”. L’altra pista sulla Uno bianca

Nuova inchiesta a Bologna: i dettagli in un podcast che esce oggi. L’ipotesi è che la banda autrice di 23 omicidi non agisse per soldi, ma a scopo eversivo
2 minuti di lettura

Sul grande foglio che Alberto Capolungo schiera davanti a sé c’è la fitta storia dell’eversione nel nostro Paese. Scorrono — in ordine cronologico — attentati, bombe, la strage alla stazione di Bologna, il rapimento Moro: tutto l’elenco dei tentativi di destabilizzazione avvenuti in Italia dal 1948 a oggi. Poi, dopo il marzo 1984, si apre un ampio spazio bianco: improvvisamente, e per diversi anni, gli atti eversivi e terroristici di matrice politica si interrompono per poi riprendere nel 1999 con l’omicidio D’Antona. «Però ci sono loro», sottolinea Capolungo, vicepresidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della Uno bianca. «Occupano temporalmente tutto lo spazio lasciato vuoto dal terrorismo di tipo tradizionale». Loro sono quelli della Uno bianca, e adesso una nuova indagine dei magistrati bolognesi potrebbe riscrivere questo importante pezzo di storia italiana.

I fratelli Savi

I fratelli Savi e i loro complici dissero che, se tra il 1987 e il 1994 avevano ucciso 23 pe…

Sul grande foglio che Alberto Capolungo schiera davanti a sé c’è la fitta storia dell’eversione nel nostro Paese. Scorrono — in ordine cronologico — attentati, bombe, la strage alla stazione di Bologna, il rapimento Moro: tutto l’elenco dei tentativi di destabilizzazione avvenuti in Italia dal 1948 a oggi. Poi, dopo il marzo 1984, si apre un ampio spazio bianco: improvvisamente, e per diversi anni, gli atti eversivi e terroristici di matrice politica si interrompono per poi riprendere nel 1999 con l’omicidio D’Antona. «Però ci sono loro», sottolinea Capolungo, vicepresidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della Uno bianca. «Occupano temporalmente tutto lo spazio lasciato vuoto dal terrorismo di tipo tradizionale». Loro sono quelli della Uno bianca, e adesso una nuova indagine dei magistrati bolognesi potrebbe riscrivere questo importante pezzo di storia italiana.

I fratelli Savi

I fratelli Savi e i loro complici dissero che, se tra il 1987 e il 1994 avevano ucciso 23 persone seminando il terrore in Emilia-Romagna e nelle Marche, lo avevano fatto soprattutto per soldi. Eppure, nonostante le loro responsabilità siano state accertate, il caso non sembra affatto chiuso. Lo ripercorre il podcast in otto puntate «Uno bianca — Il romanzo criminale dell’Emilia-Romagna» per OnePodcast. Occorre infatti analizzare crimine per crimine per capire che troppe cose non tornano. Il 30 gennaio 1998 Francesca Gengotti è una bambina di nove anni che sta entrando con la famiglia alla Coop delle Celle a Rimini: «Mi ricordo mia madre che si mette la mano sulla nuca e la ritrae sporca di sangue». A colpire, uccidendo una guardia giurata e ferendo sei persone tra cui lei e sua madre, sono stati loro, quelli della Uno bianca. Un assalto che a tutta prima sembra un tentativo di rapina, ma perché fuggire senza il bottino che era lì, sul sedile del furgone portavalori?

La rapina all’armeria

In un altro episodio, la rapina all’armeria di via Volturno a Bologna, è stato ucciso il padre di Capolungo, Pietro, insieme alla titolare del negozio. Tutto per due pistole, un crimine sproporzionato e incomprensibile. «Perché hanno ammazzato mio padre?», si chiede Capolungo. «So come, quando e dove lo hanno ammazzato. Ma il perché no». E perché uccidere i tre carabinieri nel quartiere Pilastro di Bologna senza un movente credibile? Perché sparare a semplici passanti? E perché i tanti depistaggi? E poi: quanti erano davvero gli uomini della Banda, dal momento che diversi testimoni dicono di aver visto più persone sulla scena, oltre a quelle identificate? Per conto di alcuni familiari delle vittime, l’avvocato Alessandro Gamberini nel maggio del 2023 ha presentato un esposto che analizza scrupolosamente l’attività della banda e conclude che la matrice non può che essere terroristica: i Savi non avrebbero agito semplicemente per lucro, ma lo avrebbero fatto per destabilizzare quella parte d’Italia governata dalle giunte rosse, per riempire il vuoto lasciato negli spazi bianchi del foglio di Alberto Capolungo. Sulla base dell’esposto, la procura di Bologna sta ora sentendo testimoni e acquisendo documenti per valutare se sia percorribile la strada di un nuovo processo. Se fosse terrorismo, sotto la nuova luce le rapine diventerebbero attentati e gli omicidi una sola enorme strage. E se è vero che un delitto è risolto quando si conoscono interamente colpevoli e movente, allora per la Uno bianca ci troveremmo davanti a ventitré delitti irrisolti.

Leggi i commenti