Cronaca

“Ideologia gender”: cosa è e perché in realtà non esiste

“Ideologia gender”: cosa è e perché in realtà non esiste
(agf)

La scienza parla di studi di genere ma gli ambienti conservatori hanno avviato una crociata anti Lgbt. In sintesi, chi parla di "ideologia gender" si oppone all'idea che possa esistere una identità di genere diversa dal sesso biologico

3 minuti di lettura

Parlando a braccio al Convegno internazionale “Uomo-Donna immagine di Dio”, Papa Francesco ha criticato “l’ideologia del gender”, definendola come “il pericolo più brutto annulla le differenze e rende tutto uguale”. Nel corso dell’evento organizzato dal Centro di ricerca e antropologia delle vocazioni (CRAV) in Vaticano, il Pontefice ha affermato di aver chiesto studi su questo argomento, sottolineando che “cancellare la differenza è cancellare l'umanità. Uomo e donna, invece, stanno in una feconda ‘tensione’”.

La “teoria gender” in realtà non esiste: è un termine coniato negli anni ‘90 in ambienti conservatori cattolici e utilizzato in modo critico per denunciare gli studi scientifici di genere, noti nel mondo anglosassone come “gender studies”. Chi utilizza l’espressione “teoria gender” o “ideologia gender” sostiene che questi studi mirino a distruggere la famiglia e l’ordine “naturale” della società. Essenzialmente, la “teoria gender” è una sorta di clava strumentalizzata dall’estrema destra contro i movimenti femministi e Lgbtqia+, impiegata per ostacolare i progressi nei diritti civili. Chi agita lo spauracchio di questa teoria cospirazionista, afferma che diffondere la “teoria gender” nelle scuole rappresenterebbe un presunto “indottrinamento” di bambine e bambine, con l'obiettivo di alterare la loro identità di genere e il loro orientamento sessuale. In realtà, "teoria gender" è un termine-ombrello per creare e ottenere consenso attorno a posizioni sessiste e omofobe.

Cosa sono in realtà gli studi di genere

Se la teoria gender non esiste, esistono invece in ambito accademico gli studi di genere. Si tratta di un approccio multidisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Nati negli anni ‘70 e ‘80 in Nord America, gli studi di genere si diffondono in Europa grazie al movimento femminista e agli studi gay e lesbici. Una distinzione chiave in questi studi è tra sesso biologico e genere: il sesso comprende caratteristiche biologiche, mentre il genere rappresenta una costruzione culturale che definisce comportamenti associati alla femminilità e alla mascolinità.

In sintesi, chi parla di "ideologia gender" si oppone all'idea che possa esistere una identità di genere diversa dal sesso biologico.

“Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa”

Simone de Beauvoir diceva “maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa”. I teorici degli studi di genere sostengono che il genere sia appreso e non innato, sottolineando che si nasce maschi o femmine, ma si diventa uomini o donne attraverso l’influenza culturale. Il rapporto tra sesso e genere varia in base a geografia, periodo storico e cultura. Di conseguenza, i concetti di maschilità e femminilità sono dinamici, mentre secondo i detrattori e ideatori della fantomatica “teoria gender” si nasce maschi o femmine e il sesso biologico è l’unica cosa che conta davvero. Una delle prime studiose a introdurre il concetto di genere come sistema che trasforma il dato biologico in una struttura binaria è l’antropologa Gayle Rubin nel suo The Traffic in Women (Lo scambio delle donne) del 1975. Quello che sappiamo finora è che la nostra identità è un intricato mosaico di categorie come sesso, genere, orientamento sessuale e ruolo di genere, una realtà complessa e in continua evoluzione.

La posizione dei movimenti per i diritti civili

Per questo motivo, le persone non binarie, cioè coloro che non si identificano nel genere maschile o femminile, parlano di “sesso assegnato alla nascita” per sensibilizzare su quanto sia limitante classificare le persone come maschio o femmina in base alle caratteristiche fisiche, principalmente genitali, osservate alla nascita. Un’assegnazione che solitamente si basa sulla presenza di organi sessuali esterni specifici. Allo stesso tempo, le associazioni transgender parlano di “percorso di affermazione di genere” (non di "cambio sesso") per esprimere il processo attraverso il quale una persona esplora, comprende ed esprime il proprio genere, che può essere in linea o differire dall’assegnazione di genere alla nascita. Questo percorso può coinvolgere una serie di esperienze, riflessioni e decisioni personali, inclusa la possibilità di adottare un nome diverso (quello di elezione), l’utilizzo di pronomi diversi, e, in alcuni casi, l’accesso a trattamenti medici o chirurgici per armonizzare il corpo con l’identità di genere percepita e desiderata. Questo processo è un’esperienza individuale e può variare notevolmente da persona a persona.

La narrativa anti-gender e le teorie riparative

La narrativa anti-gender che si oppone a tutto questo risale alle posizioni di Dale O'Leary, una medica statunitense affiliata all’Opus Dei e collaboratrice del Narth, i centri di “terapia di conversione omosessuale” fondati da Joseph Nicolosi, terapia - lo ricordiamo - considerata inutile e dannosa, oltreché contraria all’etica professionale, da organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e da istituzioni professionali come l'American Psychiatric Society e l'Ordine italiano degli psicologi. Tutto si sviluppa dalle politiche emerse durante la Conferenza mondiale sulle donne del 1995, in cui l’uso del termine “gender” da parte di gruppi per i diritti delle donne e delle persone Lgbtqia+ fu contestato dai sostenitori delle famiglie cosiddette “tradizionali”.

La sofferenza nel mondo dei cattolici omosessuali

Le parole del Papa di oggi riesumano vecchi equivoci terminologici e creano sofferenza nelle persone cattoliche e omosessuali. Quando si tratta delle persone omosessuali e transgender, le parole “rispetto”, “accoglienza”, “dialogo” spesso non hanno trovato spazio nella Chiesa. Il dialogo, se vuole essere onesto, non può prescindere dall’ammissione di giudizi che tante volte hanno paralizzato le persone (si pensi, oltre alle citate "terapie riparative", al tentativo di convincere gay e lesbiche a farsi “curare” le loro “ferite”). Di fatto, le persone omosessuali e cattoliche ancora oggi faticano a prendere la parola - argomentando sulla base dei risultati sicuri delle scienze umane, dell’esperienza loro e delle loro famiglie, delle ricerche filosofiche, bibliche e teologiche - per mostrare che le loro ragioni sono le ragioni della Chiesa e non un loro capriccio, per chiedere di riesaminare quei giudizi discutibili della dottrina, non solo quindi la pastorale che grazie a Francesco sta un po' cambiando, pena l’accusa di fare del male a se stesse e alla Chiesa.

Pasquale Quaranta è diversity editor del Gruppo Gedi

I commenti dei lettori