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Abruzzo, i padroni della terra

Le minacce, l’incetta dei terreni e la corsa ai milioni dell’Unione europea. Una docente avvia una ricerca sui pascoli fantasma. E la Finanza fa il resto. Scoprendo una truffa che coinvolge grandi famiglie del Nord e boss della mafia
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L’Aquila. Due cani randagi si aggirano nella stradina provinciale che da Ofena sale verso Campo Imperatore. Tutto intorno terreni incolti che si alzano e scendono fino ad arrivare alle pendici del Gran Sasso. Eppure qui dovrebbe esserci un gran viavai di trattori, carri bestiame, macchinari e agricoltori. Sulla carta per ettari ed ettari a perdita d’occhio questi campi risultano coltivati a livello intensivo oppure destinati a pascoli di grande mandrie di bovini. E invece qui non s’incontra anima viva per chilometri fino ad arrivare alla grande spianata sotto il Gran Sasso, dove si intravede l’albergo abbandonato che per qualche giorno fu la prigione di Benito Mussolini dopo la resa dell’Italia fascista agli alleati. Ottanta anni dopo in queste contrade desolate sta accadendo qualcosa di strano. La prima ad accorgersene è stata una docente di Geografia dell’Università de l’Aquila, Lina Calandra: dal suo ufficio che si affaccia su queste vallate anche lei non ha visto quel gran movimen…

L’Aquila. Due cani randagi si aggirano nella stradina provinciale che da Ofena sale verso Campo Imperatore. Tutto intorno terreni incolti che si alzano e scendono fino ad arrivare alle pendici del Gran Sasso. Eppure qui dovrebbe esserci un gran viavai di trattori, carri bestiame, macchinari e agricoltori. Sulla carta per ettari ed ettari a perdita d’occhio questi campi risultano coltivati a livello intensivo oppure destinati a pascoli di grande mandrie di bovini. E invece qui non s’incontra anima viva per chilometri fino ad arrivare alla grande spianata sotto il Gran Sasso, dove si intravede l’albergo abbandonato che per qualche giorno fu la prigione di Benito Mussolini dopo la resa dell’Italia fascista agli alleati. Ottanta anni dopo in queste contrade desolate sta accadendo qualcosa di strano. La prima ad accorgersene è stata una docente di Geografia dell’Università de l’Aquila, Lina Calandra: dal suo ufficio che si affaccia su queste vallate anche lei non ha visto quel gran movimento che invece dovrebbe esserci.

Pecore al pascolo. Anversa degli Abruzzi, L'Aquila 

Dalle mappe e dagli elenchi sulla sua scrivania lì ci dovrebbero essere aziende strapiene di dipendenti e animali: perché cosi risulta dai documenti dell’Agea, l’ente che eroga i finanziamenti della Politica comunitaria europea agli agricoltori italiani. Inizia da alcune denunce come quella di Dino Rossi, agricoltore al quale hanno bruciato un trattore, e dagli articoli di Maria Grazia Trozzi e Daniela Braccani, ma soprattutto dallo sguardo della Calandra questa storia di padroni (finti) delle terre d’Abruzzo (e non solo): una storia di truffe all’Unione europea, di aziende esistenti ma solo sulla carta che tra i loro soci vedono anche esponenti della mafia foggiana e di strani personaggi che parlano un accento non del luogo legati alla Camorra e alla ‘ndrangheta.

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Una storia che parte dalle terre di Campo Imperatore e coinvolge tutto il Paese che dell’agricoltura fa vanto, ma che ha il record di truffe a Bruxelles. Sullo sfondo ci sono i 30 miliardi di euro che la Politica agricola comune mette a disposizione dell’Italia per ogni ciclo di programmazione. Un fiume di denaro che fa gola sempre di più a finti agricoltori e a una manciata di grandi aziende del settore che ne utilizzano realmente solo una parte: per il resto fanno “carte false” per far risultare molto attive le loro tenute in realtà deserte, senza animali, uomini e mezzi. Un grande deserto che vale oro, come vedremo.

Animali al pascolo. Villavallelonga,L'Aquila 

La strana corsa ad accaparrarsi la terra d’Abruzzo

Questa storia comincia in una stanza stretta dell’Università dell’Aquila dipartimento di Scienze sociali. Qui la professoressa Calandra nel 2020 inizia una ricerca sulla politica agricola abruzzese. “Da tempo notavamo che qualcosa non andava – racconta a Repubblica – e cioè che in termini economici, rispetto alla mole di contributi e di terre messe a bando dai Comuni, l’agricoltura non era molto florida”. L’Abruzzo ha ancora un elevatissimo numero di terre pubbliche, i cosiddetti usi civici: se nel resto d’Italia i Comuni e gli enti statali hanno venduto le terre che prima venivano date in concessione, qui piccoli enti hanno ancora sul gruppone migliaia e migliaia di ettari. Terreni che ogni due o tre anni vengono messi a bando al migliore offerente per pagare il canone di affitto. A esempio il Comune di Lucoli, 890 abitanti, mette a bando fino a tremila ettari di terreni. E cosi una miriade di piccoli comuni abruzzesi. Ma da qualche anno a questa parte nelle stradine e nelle viuzze di questi paesini cova il malumore. “Sono iniziate ad arrivarci segnalazioni da parte di agricoltori locali che hanno dovuto chiudere le loro aziende perché alle aste i terreni andavano a “stranieri”, cioè a persone non del luogo”, racconta Calandra, che inizia una ricerca a metà strada tra la sua materia e quella di un investigatore: per capire cosa sta accadendo nella sua Regione, nella sua terra. Con il suo staff di ricercatori e studenti intervista oltre mille agricoltori, incrocia atti e documenti, va al Sistema informativo nazionale agricolo, all’Agea, agli albi comunali. Inizia così disegnare una mappa che racconta davvero qualcosa di anomalo. Ma, soprattutto, raccoglie testimonianze di agricoltori che segnalano pressioni, minacce, intimidazioni, anche se alle forze di polizia non arriva nel frattempo una sola denuncia.

La professoressa Calandra registra le conversazioni e un agricoltore le racconta: “Queste ditte del Nord prendono in affitto qui i pascoli. Per un pascolo che normalmente andrebbe affittato a mille euro, loro ne offrono diecimila e io non posso competere con loro. In questo modo le montagne qui intorno sono tutte assegnate a loro dai Comuni. Il loro vantaggio è che prendono 200-300 mila euro di contributi con tutti i terreni che si accaparrano e che già avevano al Nord”. Racconta un altro imprenditore agricolo: “Questi prendono i terreni tramite prestanome, gente del posto, o creando società con sede legale nei loro territori. Poi si spostano bazzicando prima in una zona, poi cambiano, poi tornano. Creano confusione con i nomi delle società. Sono persone molto preparate, qualificate”.

Racconta ancora un altro agricoltore in anonimato a Calandra: “Spesso sono allevatori fantasma, società agricole solo sulla carta fatte da banchieri, commercialisti, avvocati, notai e qualche povero ingenuo del territorio che si presta al gioco credendo alle promesse di facili guadagni”. Da testimonianze emergono anche intimidazioni, strani personaggi che parlano un accento non locale e furti di bestiame a chi si oppone e cerca nelle aste pubbliche di fare offerte migliori: “Le nostre montagne non sono più luoghi sicuri. A Campo Imperatore ci sono stati furti. Uno due tre quattro volte. All’inizio furti di vacche, poi anche di pecore. A me in una sola notte sono sparite 30 vacche. Mi hanno rubato poi i mezzi agricoli”. Ad un altro hanno detto: “O conferisci il latte a quella persona oppure te lo tieni tutto. Ho dovuto chiudere. Sono stata minacciata”. Il risultato è che in pochi anni hanno chiuso una cinquantina di aziende agricole locali, mentre strani personaggi hanno fatto incetta di terreni pubblici vincendo tutte le aste. Ma nei terreni nel frattempo scompaiono animali e mezzi, anziché aumentare e migliorare le coltivazioni e gli allevamenti. Anzi, nelle contrade si narra di camion che dal Gargano sono partiti alla volta dell’ Abruzzo carichi di animali che nottetempo vengono scaricati: “Sono animali malati – registra Calandra – li scaricano e li fanno andare in giro così contagiano tutto, anche i pascoli sani”.

Assunta Valente, 54 anni, pastora, mentre porta al pascolo i suoi animali. Vallerotonda, Frosinone 

In queste valli non si dorme più tranquilli come una volta. La tensione sta salendo come raccontano alcuni fatti di cronaca avvenuti di recente: mucche scaricate di frodo e abbandonate, allevatori che si son trovati un giorno quaranta bovini squartati oppure mezzi incendiati, tubi dell’acqua tagliati, ruote dei trattori bucate. E fiamme, qui e là, come a Campo Imperatore: un hotel nuovo di zecca andato distrutto, un rifugio ridotto in cenere. Ma non solo. Un ragazzo di un paesino della zona che aveva appena comprato un furgoncino per fare panini ai turisti di passaggio è stato avvicinato da alcune persone con accento pugliese: “Qui non puoi lavorare”. E il sogno del ragazzo si è così spento ancora prima di iniziare. Alcuni, pochissimi, ci mettono la faccia: ”Non si possono neanche più contare tutti gli animali che mi hanno ammazzato. L’ultima vacca l’hanno uccisa due mesi fa. L’ho trovata morta all’interno di un burrone”, ha raccontato all’Espresso e anche alle forze di polizia Assunta Valente, proprietaria di un’azienda agricola al confine tra Lazio e Abruzzo, che da più di tre anni subisce violenze continue, intimidazioni e furti. “Non ho capito subito che gli attacchi fossero mirati, all’inizio non ci facevo caso. Poi si sono fatti più frequenti e sono arrivate anche le minacce. Tubi tagliati, mi hanno squarciato le ruote del trattore, strappato i recinti dove tengo gli animali. Finché non sono iniziate delle vere esecuzioni. Mi hanno fatto di tutto, anche ammazzato i cani”.

Per Valente, gli autori sono “quelli della mafia dei pascoli perché vogliono la terra. Hanno iniziato rubando gli animali ma poi hanno capito che il modo più efficace per mettere in difficoltà gli allevatori è uccidere i capi di bestiame. Non comprano la tua azienda ma ti costringono con la forza ad abbandonarla. Se a un allevatore togli i terreni in cui porta gli animali a pascolare cos’altro gli rimane?”. Un pastore che da anni denuncia le “stranezze “ e le pressioni e le aste vinte sempre da pochi è Nunzio Marcelli di Aversa: “Assistiamo al fenomeno dell’accaparramento dei terreni, della chiusura delle aziende oneste e dell'impossibilità per i giovani di restare in questa terra – dice - stiamo creando un deserto”.

Assunta Valente, 54 anni, pastora, assieme al suo compagno Antonio Pirollo, 55, pastore anche lui. Vallerotonda, Frosinone 

Il mercato dei “titoli” terrieri

Insomma qualcosa sta accadendo in queste Valli d’Abruzzo. Ma perché questa corsa ad accaparrarsi terreni in una regione non certo ricca? Chi sta muovendo questo gioco dietro le quinte? E le violenze e le intimidazioni da chi sono portate avanti sul campo, anzi nei campi, nell’assenza di denunce formali? Perché tanta paura in queste vallate dove la mafia non è stata mai sentita, né vista e vissuta davvero, almeno fino a oggi? E, ancora, perché questa voglia di avere terreni che spesso sono incolti e poco produttivi?

Una parte delle possibili risposte a queste domande va cercata nel sistema di finanziamento previsto dalla Politica agricola comunitaria dopo l’ultima riforma del 2005. Una riforma che ha cristallizzato il rapporto tra terreni e contributi (per allevamenti, pascoli e coltivazioni) dando allora ad ogni agricoltore un titolo per ogni appezzamento di terreno in suo possesso con il valore in euro del contributo per ogni titolo ricevuto fino a quell’anno. Nel 2005 viene creato il Registro titoli, con l’elenco delle domande fatte dalle aziende agricole italiane, ognuna con il suo portafoglio di titoli. Da allora è nato un mercato di questi titoli, che possono passare di mano in mano, da azienda ad azienda con il valore del contributo: ma per ogni passaggio di mano, per incassare il contributo questo titolo va “appoggiato” a un terreno di proprietà o del quale si ha l’utilizzo. Quindi più titoli si comprano, in un mercato poco o per nulla controllato e altrettanto poco trasparente, più terreni occorre avere in uso e dimostrarne la proprietà o la disponibilità anche temporanea. In questo modo si possono incassare i contributi europei della Politica agricola, che valgono per l’ultima programmazione 30 miliardi di euro: solo in Abruzzo la Pac vale quasi 200 milioni di euro all’anno. Ogni ettaro è arrivato ad avere un valore di contributi ricevuti solo per il sostentamento agricolo pari a 200 euro: cifra alla quale occorre aggiungere altri contributi, come quello per bovino che può valere anche 240 euro a capo. Un fiume di denaro, con controlli scarsissimi sulla reale produzione agricola o sul reale allevamento di bovini e bestiame. E torniamo al lavoro del gruppo di ricerca guidato dalla professoressa Calandra.

Per prima cosa, si legge nella ricerca che è stata consegnata anche alla commissione nazionale Antimafia della scorsa legislatura (e riposta in un cassetto), i ricercatori “provvedono a localizzare un centinaio di aziende agricole appartenenti ai soggetti segnalati dagli intervistati”. Poi i dati delle aziende vengono incrociati con il Registro dei titoli e a sua volta questi dati vengono sovrapposti al Registro delle imprese per vedere a chi in realtà fanno capo alcune scatole cinesi. “Infine abbiamo tracciato, per ciascuna azienda, le linee di collegamento con imprese che avevano ceduto titoli a queste aziende che risultavano poi averli “appoggiati” in terreni pubblici e privati in Abruzzo”, racconta Calandra. E cosa ne è venuto fuori? Un sistema incredibile, dove “titoli” sono stati stranamente ceduti da aziende pugliesi, siciliane, calabresi soprattutto, a quattro cinque aziende del Nord, di Trento, Padova e del Veneto, per un valore di milioni di euro. Tutte queste società hanno fatto incetta di terreni pubblici in Abruzzo, offrendo canoni di affitto anche a 200 euro l’ettaro (quando in media i canoni qualche anno fa erano di 10 euro), e sono riconducibili attraverso una miriade di sigle e scatole cinesi a questo raggruppamento. Si legge nella relazione dell’Università dell’Aquila: “I risultati evidenziano tre principali reti di “attori” che operano a livello nazionale nelle diverse regioni”.

La prima rete ha il suo nucleo centrale tra le province di Trento e Verona, in asse con ulteriori territori nelle province di Brescia, Cremona e Verona. Si proietta poi nella provincia di Foggia passando per quelle di Pescara e L’Aquila: soprattutto Aquilano, Valle Subequana, Altopiano delle Rocche e pescarese. “Essa, inoltre, coinvolgendo diverse centinaia di imprese agricole locali come cedenti dei titoli, si espande in almeno altre ventidue province”. Insomma una girandola di aziende agricole riconducibili alla stessa “famiglia imprenditoriale” tra srl che cedono titoli e altre che le poggiano su terreni in giro per l’Italia, ma soprattutto in Abruzzo. Poi c’è una seconda rete che invece fa perno su una “famiglia” che ha aziende storiche a Cuneo e a Perugia e gestisce terreni e titoli ceduti da Brindisi ma anche da alcuni Comuni del Lazio. Una terza rete, infine, disegnata dalla mappa della ricerca universitaria ha il suo cuore a Padova e gestisce una serie di titoli cedute dalla provincia di Milano e da quella di Rovigo, appoggiati in gran parte in Abruzzo.

La Finanza scopre la truffa e scoperchia il vaso di Pandora

Improvvisamente quello che sembrava “soltanto” uno studio universitario, una ricerca, diventa pista investigativa. Perché le voci girano, vorticose, e movimenti strani nelle campagne vengono registrati e segnalati. Il tutto arriva poi sul tavolo del Comandante della Guardia di Finanza di Pescara Antonio Caputo, perché attorno a questo discorso girano milioni di euro di finanziamenti pubblici e bisogna capire se quel che si dice è vero: sembra che ci sia qualcuno a cui quell’ingente somma fa gola, qualcuno che ha anche contatti con soggetti molto particolari che provengono da Foggia. Gli investigatori si mettono quindi al lavoro e iniziano a passare al setaccio le banche dati delle Camere di commercio, dell’Agea (l’ente erogatore dei contributi) e del Sian (il Sistema Informativo Agricolo Nazionale).

Abruzzo, i padroni della terra: l'operazione Transumanza

Questo è un passaggio importante. Il finanziamento Ue all’agricoltura prevede dei meccanismi precisi: l’agricoltore deve inoltrare all’Agea, direttamente o attraverso un centro di assistenza agricola, la domanda di sostegno al reddito in base ai titoli per il sostentamento che ha. In genere ogni titolo posseduto consente di avere contributi per un ettaro (di terreno coltivabile o per pascolo bovini, in questo caso l’agricoltore deve dimostrare di avere animali). I titoli sono censiti nel Registro nazionale tenuto dall’Agea.

Gli uomini di Caputo per mesi intrecciano dati, nomi, titoli, ed ecco che qualcosa di strano dai documenti inizia ad emergere: “Notiamo delle Associazioni temporanee di imprese o delle Cooperative che fanno incetta di terreni a uso agricolo, messi a bando da alcuni Comuni o altri Enti – dicono dalla Finanza - questi terreni vengono poi affittati ad aziende agricole di giovani o nuovi agricoltori, e osservando più da vicino queste aziende ci siamo trovati davanti a delle “scatole vuote” che riuscivano ad avere una parvenza di esistenza solo perché qualcuno le dotava di animali e di una minima consistenza economica. Guarda caso, quasi tutte queste aziende agricole erano in qualche modo connesse a personaggi ricorrenti, per lo più del Nord Italia…ecco che iniziamo a vedere un fil rouge”.

L’anello debole insomma è il proliferare di imprenditori agricoli under 40 che però risultavano di fatto delle teste di legno e poco più. A questo punto i Finanzieri iniziano a indagare per risalire la filiera, perché è fondamentale capire fin dove arrivava e quali sono i diversi ruoli di ogni componente. Per ogni società, fittizia o reale, viene effettuata quindi un’analisi più dettagliata, fatta non più con i metodi del “riscontro visivo”, ma seguendo un approccio orientato al “follow the money” utilizzando l’affilatissimo strumento delle indagini finanziarie ben noto alle Fiamme gialle: passando quindi al setaccio conti bancari, ricostruendo i movimenti di denaro fino a seguire in quale modo venivano effettivamente impiegati i soldi derivanti dai finanziamenti pubblici, senza tralasciare poi le composizioni societarie, i movimenti e il possesso di titoli e di bovini.

Un lavoro enorme, difficile, che alla fine porta a scoprire il meccanismo della truffa. Su 30 milioni di euro di finanziamenti europei erogati a queste società, in una prima operazione che ha portato ad indagare undici persone, la Finanza scopre una presunta truffa da 5 milioni di euro: “Il meccanismo accertato – scrivono le Fiamme Gialle – da un lato consentiva la percezione indebita di ingenti contributi, dall’altro danneggiava il territorio e le imprese agricole oneste che, di fatto, venivano estromesse dalla possibilità di beneficiare dei finanziamenti pubblici avvalendosi dei terreni messi a bando, determinando un impoverimento delle aziende agricole locali e una loro minore competitività rispetto a realtà imprenditoriali più strutturate”.

Al centro di tutto ci sarebbe (il condizionale è d’obbligo trattandosi di una indagine ancora senza rinvio a giudizio) una famiglia molto nota nel Nord-Est, quella dei Berasi. Nell’indagine, (la Cassazione ha tolto l’aggravante mafiosa) viene coinvolto anche un esponente legato alla mafia foggiana, confermando come nelle terre di Abruzzo ci sia un grande movimento di personaggi in odor di mafia inseriti in quello che la Guardia di Finanza sospetta essere un sistema molto ampio e nazionale. Nell’ordinanza di quella che si annuncia essere solo la prima operazione della Guardia di Finanza su questo “sistema”, si fa riferimento ad Angelo Tarantino, “appartenente all’omonima famiglia affiliata al clan dei “Montanari” (famiglia Li Bergolis della mafia garganica)”. Il suo ruolo sarebbe stato per gli inquirenti quello di fornire “alla bisogna” e per “il tramite della sua autonoma struttura criminale composta da aziende agricole fittizie, i bovini necessari da far pascolare sui terreni demaniali accaparrati dalla struttura criminale dell’associazione”.

I nomi dei Berasi, che in passato hanno subito indagini anche in Veneto e altre regioni del Nord Est poi sempre archiviate, in questa operazione della Finanza compaiono più volte. Per gli investigatori in questa prima tranche delle indagini sarebbero loro i presunti manovratori del sistema.

Comunque questa organizzazione attraverso aziende intestate a prestanome under 40 si accaparrava i contributi. “Un modello che pensiamo sia replicato non solo in Abruzzo ma in tutta Italia”, dice il comandante della Guardia di Finanza di Pescara Caputo. Dal cuore del Gran Sasso potrebbe insomma a breve alzarsi il velo su uno di più grandi sistemi di truffa ai fondi dell’agricoltura mai scoperto in Italia. Ma intanto un punto è stato messo, con la prima associazione a delinquere contestata.

Nel frattempo le prefetture dell’Aquila e di Pescara hanno fatto altre quattro interdittive a cooperative agricole riconducibili ad altre famiglie del Nord Est che avevano fatto incetta di terreni pubblici, scoprendo in alcuni casi legami anche con la Camorra e la ‘ndrangheta.

Nunzio Marcelli, 68 anni, pastore ed allevatore. Anversa degli Abruzzi, L'Aquila 

La mafia foggiana, la Camorra e la ‘ndrangheta sempre più presenti in Abruzzo

C’è un cognome, però, che ha fatto ancor più drizzare le antenne agli addetti ai lavori scorrendo l’elenco dei finanziamenti europei ricevuti. Accanto a quello di Berasi c’era un Tarantino. Angelo Tarantino, per la precisione. Detto “Vuccucedd”, il suo è un cognome che dice molto a chi si occupa di criminalità organizzata in Puglia, pur non essendo stato mai coinvolto in fatti di mafia direttamente. Insieme con quello dell’amico Nazario Di Lella, è presente negli atti della strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, quando un commando di killer ancora sconosciuti uccisero il boss Mario Luciano Romito, appena uscito dal carcere, il suo autista e due innocenti agricoltori che passavano lì per andare al lavoro, Luigi e Aurelio Luciani. Tarantino e Di Lella avrebbero avuto contatti con il basista, riconosciuto da una sentenza della Cassazione che lo ha condannato all’ergastolo, di quella strage, Giovanni Caterino, il solo responsabile al momento di uno dei fatti di sangue più efferati della storia criminale recente. Tarantino avrebbe ospitato Caterino, in una vecchia masseria della zia, che lui abitualmente utilizzava, che si trova a pochi chilometri dal luogo della strage. La sentenza su Caterino evidenziò che la mattina della strage Matteo Lombardi detto “Lombardone”, secondo gli inquirenti “elemento di spicco della criminalità garganica” ed imparentato con i montanari Li Bergolis, contattò più volte Angelo Tarantino, ma lo smartphone di quest’ultimo “risultava spento o non raggiungibile”. Inoltre dagli atti è emerso come i rapporti di “Vuccucedd” con Caterino fossero ripetuti: sono riportati decine di incontri, ripresi anche dalle telecamere che le forze di Polizia avevano piazzato nel corso delle indagini, tra Caterino e Tarantino, nei mesi successivi alla strage.

Ofena, L'Aquila 

Ma al di là di questo episodio – di nessun valore da un punto di vista penale – quello dei Tarantino è cognome che messo accanto a concetto di “terra da pascolare” significa molto. Originari di San Nicandro Garganico, piccolo comune del promontorio, sono considerati dall’antimafia un gruppo di spicco del panorama criminale della “mafia dei montanari”, quell’inganno secondo cui quella del Gargano sia una vecchia mafia di pastori dedita all’abigeato e non, invece, quali sono una moderna struttura criminale in grado di muovere milioni di euro in tutto il territorio nazionale. “L’inchiesta abruzzese dimostra assolutamente questo: si raccontano come clan ma sono in realtà in grado di intercettare finanziamenti europei importanti e di costruire, con la complicità anche della struttura politica, raffinate e milionarie truffe” ragiona con Repubblica un investigatore. I Tarantino, si diceva, non sono una famiglia qualsiasi. Sono stati i protagonisti infatti della più sanguinosa faida della mafia pugliese: più di 20 anni in cui si sono contati una ventina di omicidi almeno, nella guerra con la famiglia Ciavarella. Una faida ricostruita così negli atti ufficiali del Parlamento. “Lo scenario di origine era il mondo agropastorale e contrappose due gruppi familiari: uno facente capo alla famiglia Ciavarrella e l’altro facente capo alla famiglia Tarantino. Matteo Ciavarrella avrebbe dovuto testimoniare in un processo per furto che vedeva coinvolto Giuseppe Tarantino. Avrebbe dovuto dichiarare il falso, prestandosi alla creazione di un falso alibi. Ma si rifiutò. Subì un’aggressione, e anziché restare in silenzio denunciò alle forze dell’ordine l’accaduto, identificando i responsabili come appartenenti alla famiglia Tarantino. Il 28 marzo 1981, Giuseppe Tarantino insieme ai suoi complici aspettò nelle campagne l’arrivo di Matteo Ciavarrella. Quest’ultimo giunse insieme alla sua famiglia, la moglie Incoronata Gualano e tre figli, di diciassette, sedici e cinque anni. Furono trascinati in un casolare abbandonato e uccisi. Un’intera famiglia sterminata. Furono ritrovate macchie di sangue e tracce di pallettoni alle pareti. Le vittime scomparvero nel nulla, i corpi non furono più trovati, forse dati in pasto ai maiali. Giuseppe Tarantino compì quella strage perché Matteo Ciavarella aveva testimoniato contro di lui. Fu condannato all’ergastolo. Aveva solo 21 anni”. Questa strage fu il principio di una faida, si è detto, che ha lasciato per terra più di 20 persone. Dove dietro la coperta della vendetta, della faida, si nasconde in realtà la guerra per il controllo del traffico di sostanze stupefacenti in una zona, quella del Gargano, ad altissima vocazione turistica. Ma soprattutto hub geografico strategico per il commercio con l’Albania, diventato ormai il principale paese fornitore per tutta l’Europa (e non solo) di sostanze stupefacenti.

La Porta dei Parchi, azienda di Nunzio Marcelli. Un pastore prende la pecora per portarla alla tosatura. Anversa degli Abruzzi, L'Aquila 

Le indagini di diversi uffici della Direzione nazionale antimafia hanno documentato proprio come l’Abruzzo sia diventato uno dei territori preferiti dai foggiani sia per allargare il campo di azione sia per reinvestire i fondi del commercio della droga. “Lo sbocco sull’Adriatico rappresenta uno snodo nevralgico per l’approvvigionamento degli stupefacenti” si legge in una delle ultime informative della Direzione nazionale antimafia, “provenienti dall’Albania e destinati all’Italia e al resto d’Europa”. “E nello stesso tempo” ragiona il procuratore antimafia di Bari, Roberto Rossi, che si occupa proprio della mafia foggiana, “hanno bisogno di allargare il proprio campo di azione economico: hanno disponibilità finanziarie enormi che richiedono di essere reinvestite. E’ una mafia molto diversa da come cerca di raccontarsi: altro che pastori. Mandano i figli a studiare nelle migliori università e comprano per riciclare ovunque. Anche in Abruzzo”.

Tornando alle truffe all’Unione europea, non è tra l’altro nemmeno la prima volta che accade. Lo avevano fatto sul Gargano, per i contributi ai pascoli. Così come sul Tavoliere avevano organizzato uno strumento raffinato per chiedere il pizzo: una società di consulenza che riscuoteva dalle multinazionali dell’agricoltura che ricevevano i contributi. “In questa maniera – spiegava uno dei clan al telefono al dirigente di una multinazionale – possiamo rilasciare anche la fattura. E voi lo scaricate dalle tasse”.

Animali al pascolo. Campo Imperatore, L'Aquila 

Le altre truffe nel resto del Paese

Dalla Valle d’Aosta alla Sicilia in questi mesi la Finanza ha scoperto decine di truffe all’agricoltura simili: aziende che per finta coltivavano terreni, anche attraverso prestanome, per accaparrarsi i fondi Pac dell’Unione europea. E in molte indagini fanno capolino nomi noti tra le famiglie mafiose. A conferma di un mercato, quello delle truffe ai fondi comunitari per l’agricoltura, che vale miliardi viste le estensioni di terra nell’entroterra del Paese. Gli ultimi dati disponibili dell’Olaf, l’organismo antifrodi Ue, parlano chiaro: le frodi e irregolarità in agricoltura in Italia tra il 2018 e il 2023 sono state circa duemila per un ammontare di 125 milioni di euro. Nel decennio precedente (2008-2018) erano state circa 5 mila le frodi e le irregolarità. Comunque le indagini sono solo una goccia nel mare, considerando che solo negli ultimi cinque anni la Pac (Politica agricola comunitaria) ha erogato al nostro Paese 21 miliardi di euro. Tre miliardi sono stati erogati direttamente allo Stato, 18 miliardi di euro di finanziamenti sono arrivati direttamente agli agricoltori italiani: in quest’ultimo caso le irregolarità e le frodi scoperte hanno un valore di 70 milioni di euro. Anche qui una goccia nel mare, ma in percentuale comunque l’Italia è avanti a tutti i Paesi Ue tra finanziamenti ricevuti e irregolarità accertate.

Una delle ultime indagini che ha fatto scalpore è quella che vedeva l’Unione Europea usata come bancomat dai clan mafiosi di Tortorici in provincia di Messina. Siamo nel cuore del parco dei Nebrodi, che negli anni scorsi è stato un laboratorio nella lotta alle mafie legate alla terra: qui è nato dieci anni fa il cosiddetto “protocollo Antoci”, legato al nome dell’ex presidente del Parco, Giuseppe Antoci. Il protocollo prevede la certificazione antimafia come elemento essenziale per poter partecipare ai bandi che mettono in affitto la terra del Parco. Da qui il protocollo è stato esteso anche alla Sicilia e poi alla Calabria e al resto del Paese, diventando un obbligo nazionale. Ma non basta a frenare le truffe, anche se ha creato non pochi problemi ai clan. La truffa scoperta lo scorso novembre a Tortorici ha alzato il velo su un fiume di denaro che dall’Agea arrivava alla famiglie mafiose Batanesi e dei Bontempo Scavo, famiglie mafiose dei Nebrodi. L’operazione antimafia dei carabinieri del Ros ha portato all’arresto di 23 persone oltre al sequestro preventivo di 349 titoli Agea e di oltre 750mila euro nei conti di 8 società. Lo schema era molto simile a quello scoperto tra l’Abruzzo il Friuli Venezia Giulia e il Veneto: prestanome utilizzati per fare incetta di contributi.

Animali al pascolo. Campo Imperatore, L'Aquila 

I Bontempo Scavo e Batanesi dichiaravano la compravendita di terreni cedendoli a un prestanome per valori fittizi di milioni di euro. Poi a loro volta questi terreni venivano subaffittati ad appartenenti incensurati della famiglia che poi risultavano finti allevatori e agricoltori e potevano chiedere i contributi europei. Nell’indagine della procura distrettuale antimafia di Messina si è scoperto che in alcuni casi i terreni, e i relativi titoli di proprietà, appartenevano a enti pubblici o al demanio regionale oppure erano di “ignari cittadini privati”. In questo caso l’organizzazione confidava negli scarsi controlli sulle “carte” presentata per ottenere i contributi. E se per caso qualche privato si accorgeva che i titoli dei suoi terreni erano stati utilizzati da altri scattava l’intimidazione mafiosa: da qui incendi per ettari, alcuni dei quali poi finiti agli onori della cronaca per l’emergenza caldo e scirocco e invece avevano origine solo dolosa.

L’operazione di Messina è una delle decine fatte negli ultimi anni dalle forze dell’ordine da Nord a Sud e segnalate all’Olaf. A conferma dell’emergenza in corso nell’utilizzo dei fondi europei per l’agricoltura proprio qualche giorno fa l’Agea e la Guardia di finanza hanno sottoscritto un protocollo “finalizzato a realizzare un vasto piano di collaborazione sul fronte della legalità e della lotta alle frodi sui contributi pubblici all'agricoltura”. In particolare, Agea e Guardia di finanza “condurranno congiuntamente attività di monitoraggio del suolo e condivideranno le informazioni”. Due i passaggi fondamentali: i veri controlli sul campo sono essenziali per scoprire le truffe, come quelle messe in atto in Abruzzo. A fronte di miliardi di euro i terreni abruzzesi dovevano risultare pieni di trattori e capi di bestiame. E dalla visione della desolazione invece esistente che è partita la ricerca, anzi l’indagine della professoressa Calandra che ha alzato il velo su quella che si annuncia solo la punta dell’iceberg della grande truffa della terra dall’Abruzzo al resto del Paese.

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