Violenza sulle donne, la giudice Elisabetta Canevini: “Le leggi ci sono, i magistrati no. I processi sono lenti e a rimetterci sono le vittime”
di Oriana Liso“La vittima di una violenza sessuale o di maltrattamenti in famiglia quando entra nel processo come persona offesa è un soggetto portatore di diritti: vuol dire che nel processo non c’è solo da assicurare il rispetto e la garanzia dei diritti dell’imputato, ma c’è anche il dovere di rendere un luogo sicuro e non ostile quell’aula per chi, magari a distanza di anni dall’inizio delle violenze, si trova a dover rivivere quei momenti in pubblico”. Elisabetta Canevini è la presidente della V sezione penale del tribunale di Milano, che si occupa dei reati commessi sui cosiddetti soggetti deboli, da anni come magistrata è impegnata sul tema delle violenze e dei maltrattamenti, dal 2019 è referente per il tribunale milanese nella materia della tutela dei diritti delle vittime di reato.
Perché la vittima del reato ha bisogno di una tutela maggiore, nei casi di violenza o di maltrattamenti?
“Anche se spesso vengono affiancati, maltrattamenti e violenze sessuali sono reati che vanno letti e affr…
“La vittima di una violenza sessuale o di maltrattamenti in famiglia quando entra nel processo come persona offesa è un soggetto portatore di diritti: vuol dire che nel processo non c’è solo da assicurare il rispetto e la garanzia dei diritti dell’imputato, ma c’è anche il dovere di rendere un luogo sicuro e non ostile quell’aula per chi, magari a distanza di anni dall’inizio delle violenze, si trova a dover rivivere quei momenti in pubblico”. Elisabetta Canevini è la presidente della V sezione penale del tribunale di Milano, che si occupa dei reati commessi sui cosiddetti soggetti deboli, da anni come magistrata è impegnata sul tema delle violenze e dei maltrattamenti, dal 2019 è referente per il tribunale milanese nella materia della tutela dei diritti delle vittime di reato.
Perché la vittima del reato ha bisogno di una tutela maggiore, nei casi di violenza o di maltrattamenti?
“Anche se spesso vengono affiancati, maltrattamenti e violenze sessuali sono reati che vanno letti e affrontati in modo diverso, perché lasciano segni diversi. Quello che hanno in comune è la necessità di aiutare la donna vittima di quel reato a sentire, in ogni momento del dibattimento, di non essere sola. Da alcuni anni a Milano abbiamo creato un protocollo per l’accoglienza delle vittime vulnerabili: ci sono dei volontari che aspettano all’ingresso la donna che deve testimoniare – perché anche solo trovare l’aula in un tribunale può essere un fattore di stress ulteriore in quel momento -, la portano in una stanza dove attende di essere chiamata in aula, quindi senza aspettare in corridoio e senza rischiare di incontrare l’imputato, oltre poi al paravento se richiesto durante la testimonianza e soprattutto all’uso di un’aula dotata di specchio unidirezionale”.
Una volta in aula, però, deve comunque rispondere a domande che – dicono anche casi recenti – vanno a scavare nella vita privata, nelle abitudini sessuali, nel tipo di abbigliamento.
“Può succedere, ma non dove c’è un giudice specializzato. Quello che dico sempre per motivare la non ammissione di certe domande è che siamo lì per accertare i fatti. Detto in altro modo: a un uomo che di sera viene derubato di un Rolex mentre attraversa il sottopasso non verrà chiesto perché fosse lì a quell’ora e con l’orologio prezioso al polso. Così non ammetto che alla vittima di una violenza si chieda perché fosse andata a ballare o perché avesse la minigonna”.
Un avvocato della difesa potrebbe dire che sono domande che servono a definire il contesto, no?
“Certo che nell’assunzione delle prove il contesto serve, ma non è in quel modo che si acquisisce. Spesso le donne non denunciano nella convinzione che sia la sua parola contro quella dell’imputato. Ma questo è falso: il peso processuale delle sue parole è ben diverso, e si può dire che le sue parole sono la prova regina, visto che lei ha l’obbligo per legge di dire la verità mentre l’imputato no. Riportare davanti a un’aula esperienze così drammatiche causa grandi sofferenze: per questo, oltre al diritto di non incontrare chi è causa di quella sofferenza, di non deporre davanti a lui e di avere accanto se serve psicologi ed esperti, c’è anche il nostro dovere di essere formati per fare le domande giuste e impedire quelle che non lo sono”.
Funziona così ovunque o parliamo di isole felici?
“A Milano ci sono tre sezioni specializzate nei reati di violenza sessuale, maltrattamenti e atti persecutori, e ovviamente questo aiuta. Non è così ovunque: perché se è vero che tutti i reati da Codice Rosso hanno una trattazione prioritaria e quindi dovrebbero avere un canale privilegiato, la teoria si scontra con la pratica, fatta di carenza di organico e di risorse. Meno del 30% dei tribunali in Italia ha sezioni specializzate su questi reati, mentre quasi il 90% di procure e polizia giudiziaria hanno sezioni e formazioni dedicate. Se pensiamo che in media, nei casi di maltrattamenti, la donna arriva a denunciare dopo otto anni dai primi episodi, sapere quanto i tempi della giustizia prolunghino la sua pena dovrebbe far capire che qualcosa non sta funzionando”.
Eppure le leggi, come appunto il Codice Rosso appena rafforzato, ci sono. Non bastano?
“Tutte le riforme degli ultimi anni sono state fatte a costo zero, e se pochi fondi sono stati destinati a qualcosa è sempre nel campo della prima emergenza. Ma con l’età media della magistratura sempre più alta, il mancato turn over, gli organici insufficienti e, aggiungo, una difficoltà a trovare giudici che si occupino di temi ad alto impatto emotivo come questi, la realtà è che i tempi si allungano. Anche perché il Codice Rosso ha introdotto un meccanismo per cui i maltrattamenti aggravati devono essere trattati dal giudice collegiale e non monocratico, e questo aumenta ancora il rischio di allungare i tempi. Noi dovremmo invece sempre ricordarci che quando si arriva a dibattimento dopo una violenza sessuale si riaprono ferite dolorose, e quando ci si arriva per maltrattamenti del partner più i tempi si allungano più c’è il rischio che l’uomo, con atteggiamenti aggressivi o subdoli, tenti la riconciliazione”.
Le è mai capitato di trovarsi davanti donne che, per le domande a cui sono state sottoposte o per i tempi troppo lunghi, hanno detto che forse avrebbero fatto meglio a non denunciare?
“Mi è successo poche volte, ma io capisco quanto sia grande la fatica di riprendere in mano dolori e situazioni che magari si è cercato di mettere in un cassetto. Anche perché, questo purtroppo riguarda anche molti miei colleghi giovani, c’è ancora un pregiudizio molto diffuso, che è quello che io chiamo il ‘decalogo della vittima perfetta’: se non ha urlato al momento giusto, se non sei scappata subito, se non hai denunciato subito…”.
Persona e risorse: è questo quello che serve secondo lei o c’è altro?
“Dobbiamo continuare a dar corso al rispetto, sollecitato dal Csm, delle direttive sovranazionali sulla tutela delle vittime, garantire formazione e specializzazione di tutti gli operatori del settore. Dobbiamo poter dare risposte certe e in tempi giusti, perché mi creda, il riconoscimento giudiziale di quanto accaduto ha per le vittime spesso un effetto catartico: l’ho visto tante volte sui volti delle donne passate dalle mie aule, la sensazione di vittoria, indipendentemente dall’esito del processo, e di libertà per aver saputo davvero raccontare ufficialmente la propria storia e aver sentito il rispetto. Il messaggio che mi piace trasmettere è che c’è ancora tanto da fare, è vero, ma si può avere fiducia nella giustizia”.