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Barbara Balzerani è morta, la primula rossa della lotta armata che non si è mai pentita

Aveva 75 anni. Partecipò all’agguato di via Fani con le Br. Condannata all’ergastolo era libera dal 2011. Nel 2018 fece discutere il suo post sul quarantennale
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ROMA — Nella strage di via Fani, quando vengono uccisi i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e i poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, che erano la scorta di Aldo Moro, la brigatista rossa Barbara Balzerani, nome di battaglia “Sara”, era lì perché faceva parte del commando che rapì il leader democristiano. Armata con la mitraglietta Skorpion, presidiava la parte bassa della strada, all’incrocio con via Stresa, la mattina del 16 marzo 1978. Nata nel 1949 a Colleferro, a una cinquantina di chilometri da Roma, era entrata nelle Br a 26 anni: era il 1975. È stata la compagna di Mario Moretti, con il quale abitava nel covo di via Gradoli 96. Era stata una studentessa con la passione per la lotta di classe, e quando “i compagni” le proposero di entrare nelle Br Barbara Balzerani non ci dormì per una settimana. Si preoccupava per quello che l’aspettava, per quel che sarebbe disceso dalla decisione di interrompere la sua vita sociale, mettere fra parentesi la …

ROMA — Nella strage di via Fani, quando vengono uccisi i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e i poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, che erano la scorta di Aldo Moro, la brigatista rossa Barbara Balzerani, nome di battaglia “Sara”, era lì perché faceva parte del commando che rapì il leader democristiano. Armata con la mitraglietta Skorpion, presidiava la parte bassa della strada, all’incrocio con via Stresa, la mattina del 16 marzo 1978. Nata nel 1949 a Colleferro, a una cinquantina di chilometri da Roma, era entrata nelle Br a 26 anni: era il 1975. È stata la compagna di Mario Moretti, con il quale abitava nel covo di via Gradoli 96. Era stata una studentessa con la passione per la lotta di classe, e quando “i compagni” le proposero di entrare nelle Br Barbara Balzerani non ci dormì per una settimana. Si preoccupava per quello che l’aspettava, per quel che sarebbe disceso dalla decisione di interrompere la sua vita sociale, mettere fra parentesi la sua personalità, per entrare in un’organizzazione clandestina,con regole e schemi di comportamento completamente diversi dalla vita di una studentessa di provincia. Ha abbandonato la famiglia e le amicizie per diventare una brigatista. Pur essendo cosciente, come i terroristi le avevano detto, che si sarebbe potuta aspettare solo un ergastolo, o un colpo di arma da fuoco alla testa.

La rivoluzione

Così la sua vita è cambiata. E Balzerani non ha mai fatto mistero di essersene pentita. La storia politica di “Sara” nasce nel 1968, quando si trasferisce nella capitale, ufficialmente per frequentare l’università. Era l’«anno dei portenti» o ancora, «annus terribilis». Il Sessantotto è durato a lungo. È iniziato con la contestazione studentesca, alla quale anche Balzerani ha partecipato. Anni che agitano miti e cambiano gli stili di vita. Lei si è lanciata anima e corpo nella lotta armata, con l’esperienza di «tenere la piazza» senza una strategia militare. Aveva chiaro un obiettivo: «la rivoluzione». Anche se ha sempre detto che «non era portata» alla «violenza per la violenza». Però è stata protagonista di numerosi attacchi a quella che i terroristi definivano la “colonna romana”. Le sue azioni sono state via via tracciate: così “Sara” è stata identificata ed è stata a lungo ricercata. Per questo, prima di essere arrestata, è stata definita la “primula rossa” del terrorismo. Le inchieste e le sentenze descrivono la sua partecipazione a imprese clamorose come il sequestro del generale americano James Lee Dozier. Dal carcere ha anche rivendicato l’omicidio dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti.

Devota alla lotta sociale

“Sara” era una dirigente politico-militare devota alla lotta sociale. È stata la sua esperienza politica a portarla a scegliere la vita da terrorista e a decidere di impugnare una pistola. Alla fine, dopo le condanne all’ergastolo, il carcere e la libertà (dal 2011), riteneva «di vivere in pace». Non si giudicava un’assassina, né colpevole dei reati che le sono stati imputati definitivamente, perché diceva di ritenersi «uno dei possibili prodotti di quel tipo di scontro, che per scelte personali e contingenze si è trovata a fare una scelta estrema, e la scelta è stata fatta con consapevolezza». Ha ripercorso con visione analitica quegli anni non senza parentesi criticate, come nel 2018, quando postò su Facebook: “Chi mi ospita oltre confine per i fasti del quarantennale?” riferendosi all’anniversario di via Fani. O quando alla presentazione di un suo libro affermò: «C’è una figura, la vittima, che è diventata un mestiere». La storia, fatta anche di sentenze, parla chiaro, e Balzerani si arrogava il diritto di replica davanti ai morti che anche con la sua complicità aveva provocato. Oggi Giovanni Ricci, figlio del carabiniere ucciso in via Fani, dice: «Di fronte alla morte non ci sono parole, solo rammarico perché è venuta a mancare una vita umana, che ha avuto i suoi errori, soprattutto per la società. Di fronte alla vita umana c’è solo da farle una preghiera. Ha creato dolore ma io non provo odio. Pregherò per lei, perché ovunque sarà possa essere accolta». Adriana Zizzi, sorella di Francesco, il poliziotto della scorta a Moro, ha un’altra idea: «La giustizia vera è quella del Signore e adesso deve rispondere a Dio, a noi non lo ha fatto».


La primula rossa mai pentita

La primula rossa sapeva a cosa andava incontro. Il senso dell’orrore lo ha provato solo quando si è sentita percepita, per le azioni che aveva compiuto, come «una scelta di morte». E aggiungeva: «Se avessimo vinto, oggi ,saremmo eroi». Invece sono stati sconfitti dallo Stato e condannati per i delitti commessi, e per le tante vittime innocenti assassinate.

Balzerani ha spesso fatto analisi, anche pubbliche, sul bene e sul male. Ma non si è mai pentita né dissociata dalle sue scelte. Solo nel 1993, in un’intervista, dichiarò di provare «profondo rammarico per quanti sono stati colpiti nei loro affetti a causa di quegli avvenimenti e continuano a sentirsi offesi ad ogni apparizione pubblica di chi, come me, se ne è reso e dichiarato responsabile». La voce di una persona segnata, spezzata ed emarginata. Perché si è trovata seduta sulle macerie della storia di cui ha fatto parte. Ha militato per troppi anni, ha avuto un’idea della politica totalizzante che l’ha conformata. E una volta tornata libera per lei è stato difficile rifarsi una vita.

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