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Vietti: “Sistema in balia degli spioni, troppo facile rubare dati sensibili”

Michele Vietti

 
L’ex vicepresidente del Csm è uno dei bersagli delle ricerche illegali: “È assurdo che un luogotenente possa avere fatto accessi alle banche dati all’insaputa di tutti”
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Michele Vietti, avvocato, ex vice presidente del Csm, è stato uno degli spiati del finanziere Pasquale Striano. Il 3 maggio del 2021 il suo nome è sulle scrivanie delle redazioni di molti giornali, citato da Pietro Amara come uno dei componenti della fantomatica Loggia Ungheria. In quelle stesse ore il finanziere in servizio alla Direzione nazionale antimafia compulsa il suo nome nella banca dati Siva, alla ricerca di qualche segnalazione di operazione sospetta a suo carico, Un movimento bancario anomalo avvenuto nei mesi precedenti. Un acquisto con transazioni. Qualcosa che, se Vietti fosse stato coinvolto in un’indagine dell’antimafia, avrebbe potuto essere utile agli investigatori.

«E invece io certamente non ero oggetto delle indagini del luogotenente, anzi … (Vietti è oggi parte lesa in un procedimento a carico di Amara per calunnia, ndr). Perché allora quelle interrogazioni? Mi pare volesse soddisfare la curiosità di qualche suo amico giornalista ma, mi dispiace per loro, non h…

Michele Vietti, avvocato, ex vice presidente del Csm, è stato uno degli spiati del finanziere Pasquale Striano. Il 3 maggio del 2021 il suo nome è sulle scrivanie delle redazioni di molti giornali, citato da Pietro Amara come uno dei componenti della fantomatica Loggia Ungheria. In quelle stesse ore il finanziere in servizio alla Direzione nazionale antimafia compulsa il suo nome nella banca dati Siva, alla ricerca di qualche segnalazione di operazione sospetta a suo carico, Un movimento bancario anomalo avvenuto nei mesi precedenti. Un acquisto con transazioni. Qualcosa che, se Vietti fosse stato coinvolto in un’indagine dell’antimafia, avrebbe potuto essere utile agli investigatori.

«E invece io certamente non ero oggetto delle indagini del luogotenente, anzi … (Vietti è oggi parte lesa in un procedimento a carico di Amara per calunnia, ndr). Perché allora quelle interrogazioni? Mi pare volesse soddisfare la curiosità di qualche suo amico giornalista ma, mi dispiace per loro, non hanno trovato niente. Perché niente potevano trovare».

Le polizia giudiziaria ha però il dovere di compiere accertamenti investigativi. E i giornalisti di trovare le notizie e pubblicarle.

«Ma quello che emerge dall’indagine di Perugia mi sembra che non tocchi nessuno dei due argomenti: il dovere di indagare e il diritto di informare. Le modalità di svolgimento delle indagini mi sembra siano ben regolamentate dalle leggi. Che spiegano come, quando e cosa è possibile fare. Altrimenti sarebbe il far west. Mi sembra però escluso che un finanziere in un piccolo, seppur prestigioso ufficio, sfruttando la complicità o la distrazione di un magistrato, possa accedere così liberamente a dati sensibili di un cittadino senza uno straccio di motivo dettato da un’indagine».

La politica vuole sottrarsi ai controlli?

«Non diciamo stupidaggini. Qui non si tratta di sottrarsi alle inchieste ma di pretendere, da cittadini, che le regole democratiche vengano rispettate. Io non ho niente da nascondere: sono abituato a vivere in una casa di vetro, sono in politica da sempre. So che c’è un prezzo che si paga a questo tipo di impegno, so che bisogna rinunciare a un pezzo della propria privacy, una parola che in questo momento va di moda, seppur a corrente alternata. Ma non credo sia giusto tollerare che esista una sospensione del diritto».

Che vuole dire?

«Che non è possibile che un luogotenente possa avere così facilmente accesso a dati così sensibili, per anni, senza che nessuno se ne accorga. Il punto di questa storia è, prima ancora che di merito, di sistema. Un sistema sballato se non era in grado di garantire la vita privata di tutti noi, anche di cittadini particolarmente esposti, il cui lavoro interessa anche la sicurezza nazionale, e chiaramente non mi riferisco a me, da parte di personaggi francamente improbabili. Com’era questa coppia».

Il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, ha cambiato ora i protocolli di funzionamento dell’ufficio.

«Bene, molto bene. Spero che quello che è accaduto non possa più succedere. Perché – e ripeto: questo esula dalla mia posizione, come ho dimostrato non avevo cose da nascondere – quello che è accaduto io penso sia stato molto grave. Così come importanti sono le domande che questa vicenda lascia ancora inevase: a chi venivano consegnati quei dati che illecitamente venivano presi da banche dati che avrebbero dovuto essere utilizzate in altra maniera? Soltanto ai giornalisti?».

I giornalisti fanno il loro mestiere: se hanno una notizia, la devono pubblicare.

«Nessuno mette in dubbio questo principio, sacro. I giornalisti devono fare il loro lavoro liberamente. Secondo me resta un problema se qualcuno istiga un pubblico ufficiale a commettere un reato, ma il punto della questione è un altro: da quello che si legge sembra che un agente di polizia giudiziaria abbia fatto un uso improprio delle prerogative che aveva per ragioni di servizio, l’accesso a banche dati sensibili, violando la legge. E la privacy di personaggi più o meno noti, e persino dei loro familiari. Su questo, su un sistema che ha concesso un abuso del genere per tanto tempo, senza che nessuno se ne accorgesse, credo sia importante interrogarsi. E trovare delle contromisure efficaci».

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