Molestie sul lavoro, nel 2023 aumentano dell’81% i casi di donne che hanno subito contatti fisici indesiderati in ufficio
di Eugenia NicolosiCambiano, per quieto vivere, nel modo di vestire, di muoversi e di interagire. Subiscono comunque allusioni, battute, esclusioni e ricatti. E più hanno potere, più aumentano le difficoltà. Stessa storia, anzi peggio, per le madri che lì dove c'è il gender pay gap sperimentano anche la child penalty: ancora meno soldi, meno occasioni, meno crescita. Sono oltre 11mila (11.201) le professioniste dai 18 agli oltre 60 anni coinvolte da Fondazione Libellula per una survey sulle condizioni a tutto tondo delle donne nel mondo del lavoro in Italia: una ricerca che ha scandagliato i settori lavorativi più vari nel corso del 2023. Già dai dati Istat (2018) le lavoratrici erano inquadrate in uno scenario fosco: in un milione e 404mila, tra i 15 e i 65 anni, hanno denunciato molestie subite nel corso della loro vita lavorativa e ricatti di natura sessuale. E sembra che le cose invece di migliorare peggiorino: la Fondazione, che è il primo sportello nazionale a fornire gratuitamente ascolto e orien…
Cambiano, per quieto vivere, nel modo di vestire, di muoversi e di interagire. Subiscono comunque allusioni, battute, esclusioni e ricatti. E più hanno potere, più aumentano le difficoltà. Stessa storia, anzi peggio, per le madri che lì dove c'è il gender pay gap sperimentano anche la child penalty: ancora meno soldi, meno occasioni, meno crescita. Sono oltre 11mila (11.201) le professioniste dai 18 agli oltre 60 anni coinvolte da Fondazione Libellula per una survey sulle condizioni a tutto tondo delle donne nel mondo del lavoro in Italia: una ricerca che ha scandagliato i settori lavorativi più vari nel corso del 2023. Già dai dati Istat (2018) le lavoratrici erano inquadrate in uno scenario fosco: in un milione e 404mila, tra i 15 e i 65 anni, hanno denunciato molestie subite nel corso della loro vita lavorativa e ricatti di natura sessuale. E sembra che le cose invece di migliorare peggiorino: la Fondazione, che è il primo sportello nazionale a fornire gratuitamente ascolto e orientamento alle lavoratrici su episodi di discriminazione, registra un aumento del +81% delle donne che hanno subito contatti fisici indesiderati sul posto di lavoro rispetto al 2022, anno in cui è stata fatta la stessa indagine.
Sempre più molestie sul lavoro
Sembra che sale riunioni e corridoi siano uno spazio in cui le molestie verbali e fisiche sono un rischio che una lavoratrice deve sostanzialmente mettere in conto: quasi 7 su 10 hanno ricevuto complimenti indesiderati, allusioni e osservazioni sul proprio corpo che le hanno messe a disagio e quasi 7 su 10 sono state oggetto di battute sessiste o volgari e le hanno sentite pronunciare su altre colleghe. Tre su dieci, infine, segnalano richieste sessuali. Quindi ricatti. E la cultura del possesso emerge dal fatto che a subire questo specifico tipo di molestia sono soprattutto le lavoratrici che non palesano l'esistenza di un partner stabile. E non mancano i cortocircuiti. Il primo: “la convinzione che denunciare violenze e molestie sia una perdita di tempo – anche perché non esiste una legge che punisce le molestie sul lavoro - ma soprattutto perché sollevare polveroni diventa un rischio reputazionale per la vittima”, si legge sul report della Fondazione. Il secondo: da un lato le donne vengono oggettificate e sessualizzate, dall'altro colpevolizzate esplicitamente. Almeno secondo le sei professioniste su dieci che raccontano di aver ascoltato colleghi dire che “Se una donna fa carriera é perché usa la leva della seduzione”.
Le donne non hanno competenze da leader
E non solo, sempre sei su dieci si sentono dire o sentono genericamente dire in loro presenza che “le donne non hanno competenze da leader”, oltre che “meno competenze degli uomini” tout court. La stessa percentuale di professioniste subisce il depotenziamento di non essere appellata con il titolo che possiede ma “signorina” o “signora”. Dipende dall'età che dimostra. Dal Marketing alla Sanità, dal settore del tech a quello legale, è consuetudine la “manterrupting” (da “man”, uomo e “interrupting”, interrompere): metà delle professioniste vengono interrotte regolarmente durante le riunioni e vengono ascoltate meno dei colleghi uomini. E il mancato ascolto è sia la causa che l'effetto della segregazione, verticale e orizzontale: l'82% delle lavoratrici vede gli uomini crescere professionalmente più velocemente e il 60% ha di fatto una retribuzione inferiore a quella del collega a parità di grado, responsabilità e anzianità.
Poche donne ai vertici
Sono poche le donne ai vertici, secondo Consob nel 2022 le presenze femminili si attestavano appena attorno al 2% dei casi tra le amministratrici delegate e al 4% tra le presidenti di aziende. E quelle che raggiungono le posizioni più alte sperimentano, paradossalmente, più episodi discriminatori: quasi nove manager o dirigenti su dieci (89%) vede i colleghi avanzare più facilmente e rapidamente (contro il 73% di operaie e stagiste). Le donne con ruoli più alti vengono interrotte più spesso dai colleghi e sempre più spesso subiscono allusioni di natura sessuale. Il 77% delle manager e il 75% delle dirigenti ha sentito colleghi parlare del loro corpo con commenti e battute che le hanno messe a disagio. E la fascia d’età più colpita e? quella tra i 30 e i 44 anni. Secondo la Fondazione ci sono “almeno due possibilità sul perché i dati per le donne che hanno ruoli di potere sono peggiori della media: un’ipotesi e? che siano maggiormente consapevoli rispetto a pratiche discriminatorie, l’altra e? che, occupando posizioni che storicamente erano appannaggio degli uomini, questi cerchino di rimetterle al loro posto (di donne, quindi subordinato) tramite comportamenti che le depotenziano, le sminuiscono o le oggettificano”.
Il power dressing
Le dinamiche presenti nei posti di lavoro impattano anche sul modo di vestire. Inserito dall'enciclopedia Treccani come neologismo nel 2023, per power dressing si intende “il modo di abbigliarsi conforme a uno stile formale, scelto per sottolineare l’importanza del proprio ruolo e del proprio potere nel mondo degli affari e della politica. Per far carriera quindi sono messe al bando le fogge considerate femminili”. Le donne hanno iniziato a scimmiottare l'abbigliamento maschile per sentirsi più a loro agio sul posto di lavoro oltre che per sentirsi meno “prede”: circa una donna su due ha cambiato lo stile del proprio abbigliamento perché fosse meno femminile e a farlo sono più spesso le più giovani e chi non ha una relazione stabile.
Madri lavoratrici penalizzate
Una questione a parte è quella delle madri lavoratrici: Fondazione Libellula registra quasi sette madri lavoratrici su dieci come vittime di rallentamenti nella crescita professionale proprio a causa della maternità. La stessa percentuale di professioniste sente allusioni e commenti rispetto alle conseguenze negative della sua eventuale maternità per l’azienda in cui lavora: insinuazioni che più frequentemente, ovviamente, raggiungono le orecchie di chi ha già dei figli, soprattutto se sotto i tre anni. Non sorprende quindi che oltre la meta? del campione senta di non poter parlare liberamente delle proprie responsabilità familiari e di cura. Madri e non. Né che la metà delle oltre 11mila donne coinvolte non abbia mai avuto il coraggio di chiedere un aumento di stipendio: “se lo merito sarà l'azienda a proporlo”, la motivazione più ricorrente. Soltanto che per le madri la corsa alla parità di salario è (ancora) più ardua: se quasi il 60% delle donne ha una retribuzione inferiore rispetto al collega (in Italia il gap di genere è del 5%) ma chi ha figli è toccata anche dalla child penalty. “Non solo le donne che sono anche madri guadagnano meno dei colleghi ma anche meno rispetto a quanto guadagnerebbero se non avessero figli, un fenomeno che tocca solo le donne – denuncia Fondazione Libellula – la paternità non comporta diminuzioni del reddito”.
La piramide della violenza
Queste forme di discriminazione nei confronti delle donne, sebbene più sfumate perché relative alla sfera lavorativa, al clima di lavoro e alla retribuzione, rientrano comunque nella cosiddetta “piramide della violenza” richiamata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. E sì: si posizionano alla base di una geometria che al suo apice vede il femminicidio, ma riguardano molte più persone rispetto a quanto intercettato dalle statistiche ufficiali proprio perché meno visibili e ancora taciute dalle donne stesse che, spesso, normalizzano le discriminazioni. Un clima che nel suo complesso spiega il perché dell'ultima posizione fissa - da dieci anni - dell’Italia, rispetto all’Europa, quando si parla di parità di genere proprio in relazione al tema della segregazione lavorativa, della partecipazione ai processi decisionali e in generale della qualità del lavoro, come emerge dal Gender Inequality Index Report del 2023 delle Nazioni Unite.