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Gino Cecchettin davanti alla foto della figlia Giulia durante l'incontro all'università Sapienza di Roma

 (ansa)

Gino Cecchettin: "Mi rimprovero di non aver cercato un dialogo più profondo con mia figlia. Viviamo troppo veloci, fermiamoci a guardarci negli occhi. Da Mattarella le parole più dolci"

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L’intervista al padre di Giulia: “Penso che se davvero vogliamo cambiare le cose, se la battaglia contro i femminicidi e la violenza di genere la dobbiamo fare insieme, dobbiamo anche investire. In sicurezza, nella formazione”
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Ha il passo del mite, ma guarda dritto negli occhi. La misura è tutto, in Gino Cecchettin. È quella del dolore, in prestito come impegno.

Padre di Giulia, uccisa l’11 novembre a 22 anni, e di Elena e Davide. Marito di Monica, stroncata da un tumore: per la quale si era appena fatto tatuare una “M”, ma non ha fatto in tempo a dirlo. È il primo 8 marzo, Gino, senza la sua ingegnera.

«Forse ho avuto anche pudore, a confessarlo a Giulia, quel tatuaggio. Sì, sulla spalla ho una rosa col nome di mia moglie, un gesto che ho fatto d’impulso, alla fine dell’estate scorsa: così mi portavo Monica sempre con me, ed era anche il segno di una ripartenza inattesa, gioiosa. Perché Giulia si stava per laureare e noi avevamo ricomposto un’armonia...».

Poi la violenza cieca. Si domanda ancora: come lo si poteva evitare, dove abbiamo sbagliato.

«Continuamente, te lo chiedi. Ma a me stesso, prima: cosa potevo fare. E dopo allo Stato, alla sicurezza. Io potevo parlare di più con lei. Scavare, magari non dare tanta libertà a una ragazza che pure era responsabile, coscienziosa come lei».

Un errore? Perché?

«Perché temo che si sia limitata nelle sue conversazioni, perché non voleva farmi preoccupare. Perciò dico ai genitori, quando me lo chiedono: non dobbiamo aver paura di violare anche la loro privacy, non dobbiamo fare gli amici o pensare che tutto andrà necessariamente come loro pensano che vada. Dobbiamo perdere tempo, con loro».

E gli altri, invece. Cosa potevano fare, di più?

«Sono grato alle forze dell’ordine, agli inquirenti, molto. Ma penso che se davvero vogliamo cambiare le cose, se la battaglia contro i femminicidi e la violenza di genere la dobbiamo fare insieme, dobbiamo anche investire. Di più. Sulla vigilanza, sui territori. Dobbiamo avere pattuglie in più, donne e uomini in più. Non posso dimenticare che mentre denunciavo, mentre giustamente ripetevo una due dieci volte le cose, tutto si era già compiuto...».

Ed un testimone aveva segnalato al 112 l’aggressione a Giulia, mentre stava per essere ammazzata da Filippo Turetta.

«Per questo dico: più volanti, più gazzelle. Per essere pronti. Ma c’è naturalmente tutto un lavoro che dobbiamo fare nella società, con i nostri ragazzi, molto importante».

Nel suo libro, “Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia” (Rizzoli), non si perdona neanche di aver dimenticato le parole dell’ultimo pranzo insieme: siamo distratti, veloci.

«Troppo. Viviamo costantemente con l’autopilota. Ogni momento, ogni attimo del presente è più o meno sovrapposto a qualcosa d’altro, che sta incrociando un’altra attività ancora. Non ci fermiamo, non posiamo gli occhi in chi ci parla».

Il suo sembra infatti un libro sul tempo e sulle cose importanti.

«È la grave lezione che ho appreso, tra le altre. Spero di riuscire a vivere diversamente, e che sia utile. L’amore di Giulia mi ha aiutato a scriverlo: non è un santino retorico, lei davvero voleva bene a ogni essere vivente, dialogava con tutti. Ha aiutato compagne a scuola , neanche sapevo quanto. Ha donato molto il suo tempo, ecco».

L’odio, gli insulti li ha ignorati. Mette l’accento sempre sull’onda di affetto che vi ha sostenuti. Scelga un messaggio, tra tanti.

«Quello del presidente Mattarella. Non dimenticherò mai la sua telefonata. Perché è arrivata nel momento più duro, e lui lo sapeva. Giulia già non c’era più da settimane, già avevamo subìto tutto, ma aspettavamo di poter fare il funerale. Lui mi ha detto: ti chiamo ora perché so che adesso serve. E mi ha davvero incoraggiato, mi ha dato speranza».

Col libro finanzierete la nascita della Fondazione. Cosa farete?

«Vogliamo coinvolgere associazioni, Università: fare formazione, costruire consapevolezza, dare borse di studio per studentesse di materie Stem».

Per Giulia c’è stata la laurea alla memoria in Ingegneria biomedica. Lei era con gli studenti, quel giorno. E con gli studenti è tornato, alla Sapienza, poche ore fa. Loro riescono a farla cedere.

«Sì, non riesco a trattenere le lacrime quando sto con gli studenti. In loro vedo speranza, futuro, e vedo Giulia».

È l’8 marzo. Come lo guardava, prima. Che valore ha oggi.

«Anche prima non era troppo ludico come momento, per noi. Mia moglie, se devo dire, non è che la sentisse come occasione di festa con le amiche. L’abbiamo sempre vista come una battaglia da fare ancora per la parità dei diritti».

Elena, l’altra figlia, è molto forte. E lei dice di aver appreso da lei parole nuove.

«Il termine patriarcato, l’espressione violenza di genere, i femminicidi: sono parole che, quando non ti riguardano, scivolano via. Ho dovuto studiare. Faccio a Elena l’augurio di esaudire fino in fondo i suoi desideri. Vuole diventare una grande biologa e non ho alcun dubbio che ci riuscirà: ma può dare anche di più. E poi c’è Davide, il mio 17enne. Mi dicono: Gino ma come fai, dove prendi lo spirito. Rispondo: dovete vedere Davide. Concreto, umile. Una forza».

Il rumore delle chiavi, a decine di migliaia, in tutte le piazze italiane, per Giulia: ha paura che si arresterà, lo sente ancora?

«Lo sento, voglio che resti, ma è l’inizio. Dobbiamo lavorare tanto».

Ha scritto “perdonare è una parola che non deve neanche entrare nella mia mente”.

«Sì, perché a me è stato tolto tanto. È difficile perdonare quando ti viene stroncata la possibilità che hai di vivere una vita felice. Poi, forse, un giorno. Ma ora mi concentro sulla parte della luce».

E con i genitori dell’ex di Giulia un filo resta.

«Non ho rancore verso di loro. Non posso averne. Anzi, se vorranno una parola, io ci sono, ci sarò».

Come sarà ricordata Giulia?

«Come la figlia di tutti. E di tanto dolore, vissuto da altri. Il simbolo di una battaglia a cui dedico ogni energia».

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