I tulipani al posto delle mimose e l’elogio delle persone
di Chiara ValerioMio padre e mia madre non erano affezionati alle mimose. Nemmeno l’8 marzo. Un po’ perché la storia delle mimose è macabra e nessuno aveva il gusto del macabro, un po’ perché papà è allergico quindi i fiori recisi e molto profumati non sono mai stati benvoluti. Le calle sì e le gerbere, i tulipani pure nonostante rappresentino la prima bolla speculativa del capitalismo, Capisci?, Sì, sì, ho capito papà, va bene mamma, niente tulipani.
Non si parlava quasi mai di femminismo perché mia madre e mio padre preferivano discutere di persone. Diritti della persona. Io sono cresciuta cieca alla discussione sulla differenza di genere.
In casa si parlava delle differenze e delle disparità sociali. Salario, accesso all’istruzione, ammortiz…
Mio padre e mia madre non erano affezionati alle mimose. Nemmeno l’8 marzo. Un po’ perché la storia delle mimose è macabra e nessuno aveva il gusto del macabro, un po’ perché papà è allergico quindi i fiori recisi e molto profumati non sono mai stati benvoluti. Le calle sì e le gerbere, i tulipani pure nonostante rappresentino la prima bolla speculativa del capitalismo, Capisci?, Sì, sì, ho capito papà, va bene mamma, niente tulipani.
Non si parlava quasi mai di femminismo perché mia madre e mio padre preferivano discutere di persone. Diritti della persona. Io sono cresciuta cieca alla discussione sulla differenza di genere.
In casa si parlava delle differenze e delle disparità sociali. Salario, accesso all’istruzione, ammortizzatori. I miei appartengono alla generazione che ha lottato per i diritti della persona, assistenza sanitaria, aborto, divorzio, pensione per le casalinghe, e li ha ottenuti, e ha creduto, fermamente e praticamente, che l’istruzione fosse il primo tassello per una parità sostanziale e non formale nella Repubblica italiana tra uomini e donne, le persone. Mamma ha fatto il segretario comunale e papà ha insegnato, dunque, se disparità economica c’era, andava a favore di lei, cucinavano entrambi e entrambi facevano la spesa, e così negli anni ‘70 e ‘80 del ‘900 in un paese della provincia di Latina, la mia rappresentazione del mondo procedeva sul concetto di cittadino.
Era una casa dove ovviamente si usava il maschile per parlare di donne, uomini e cose, ma dove entravano donne che avevano studiato giurisprudenza, biologia e fisica, ingegneria e praticavano mestieri dove, fino alla generazione prima, donne non c’erano. Date le premesse, e dati gli anni successivi, lunghi e serrati, in cui ho studiato matematica, nei quali pensavo per categorie e non per generi, mi sono resa conto tardivamente che le differenze esistono e pesano ma pure che non ne siamo state sopraffatte perché tante donne e qualche uomo hanno lavorato per limarle, e cancellarle. Lo hanno fatto senza dirlo. Non una ribellione ma un sabotaggio indefesso, di generazione in generazione. Una intuizione di uguaglianza. La sabbia negli ingranaggi del sistema.
Parlo da un punto di vista privilegiato — nessuna violenza domestica, solo fastidi, nessuna privazione solo la differenza continuamente rimarcata, rispetto a oggetti, vacanze, abiti, cibo tra necessità e voluttà — ma questo privilegio deve essere stato abbastanza diffuso visto che non sono nata in una famiglia agiata e i miei genitori hanno studiato e ci hanno fatto studiare in scuole e università pubbliche.
E così, dal mio mondo che — oggi esistono le parole — posso dire non binario, non patriarcale e femminista nelle pratiche assai più che nelle parole e addirittura nelle intenzioni, una specie di distrazione di genere, oggi, 8 marzo vorrei tessere il timido elogio delle persone. Femminile plurale.
Prima di tutto delle donne che lavorano perché le donne a venire abbiano maggiori possibilità di rappresentazione e presenza in tutti i ruoli e i luoghi della Repubblica e del mercato e lavorano perché ciò che è stato fatto dalle donne venute prima non vada perduto o sprecato, e di quegli uomini, non molti ripeto, che hanno lavorato per abbattere discriminazioni e differenze intuendo che un mondo con un maggiore tasso di uguaglianza è, ovviamente, più uguale per tutti, per quei maschi anarchici che si sono ribellati e si ribellano al ruolo che la storia gli ha assegnato. Non tentennare, non piangere, e non brillare con le paillettes ma solo di luce propria. Mio nipote che ha nove anni brilla come Achille Lauro e Damiano, come Ghali e Mahmood vestito di paillettes. L’altro, a quasi due anni, ama il rosa e ha i boccoli biondi e nessuno lo chiama femminuccia e io so che è già un passo.