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Se un sorriso conta più di una laurea

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Amina è fra le donne che manifesteranno oggi per l’8 marzo. Ha 35 anni, impiegata di azienda con mansioni di segretaria, con tutto che è laureata. Amina è di origini camerunensi ma nata in Italia, in campagna, fra i vigneti e i fienili dell’Emilia. Mi racconta che sua madre, arrivata in Italia mezzo secolo fa, passò una vita intera a lottare con i pregiudizi contro gli stranieri, convinta che solo quello fosse il principio di tutti i suoi mali.

E invece no, Amina ha scoperto sulla propria pelle che sua madre sbagliava, e con un tono nettissimo, senza fare sconti, è pronta a giurare che «ti possono perdonare l’Africa, ma non l’essere donna». Poi Amina sorride, e a riprova mi dice che in passato molti cambiarono atteggiamento verso i suoi familiari quando ‘Mboma cominciò a segnare reti in Serie A, illuminando di una nuova luce salvifica chiunque venisse dal Camerun. «Ma per una donna no, non ci sono calciatori che facciano da garanti...».

Amina è fra le donne che manifesteranno oggi per l’8 marzo. Ha 35 anni, impiegata di azienda con mansioni di segretaria, con tutto che è laureata. Amina è di origini camerunensi ma nata in Italia, in campagna, fra i vigneti e i fienili dell’Emilia. Mi racconta che sua madre, arrivata in Italia mezzo secolo fa, passò una vita intera a lottare con i pregiudizi contro gli stranieri, convinta che solo quello fosse il principio di tutti i suoi mali.

E invece no, Amina ha scoperto sulla propria pelle che sua madre sbagliava, e con un tono nettissimo, senza fare sconti, è pronta a giurare che «ti possono perdonare l’Africa, ma non l’essere donna». Poi Amina sorride, e a riprova mi dice che in passato molti cambiarono atteggiamento verso i suoi familiari quando ‘Mboma cominciò a segnare reti in Serie A, illuminando di una nuova luce salvifica chiunque venisse dal Camerun. «Ma per una donna no, non ci sono calciatori che facciano da garanti...».

Il nostro dialogo è un’indagine sulla corsa a ostacoli che una donna si trova a intentare contro zavorre e trappole, ma soprattutto contro un radicato parassita socio-culturale dagli effetti devastanti. «Ho dovuto prendere atto che la mia laurea era come non ci fosse: non era la competenza a essermi richiesta, ma la dolcezza e la simpatia. Nessuno, credimi, assumerebbe un uomo perché ha un bel sorriso, ma questo è imprescindibile se al colloquio si presenta una donna».

Già. Potremmo chiamarla “la dittatura della muliebrità”, laddove per muliebre si intende (da dizionario) il complesso di attributi che una donna di fatto non può mancare di incarnare.

Ne sono parte integrante la tenerezza, la cordialità, l’attitudine all’accoglienza e tutto un repertorio impregnato di melassa da cui discende inevitabilmente una garanzia lavorativa di precarietà, perché Amina ha ragione quando dice che questo celebrato requisito del sorriso è sigillo di sicura mattanza, come costruire un edificio con la sabbia anziché la malta. «Il vero problema — continua — sta nella resa di chi come me, pur di intascarsi uno stipendio, inevitabilmente accetta il compromesso con l’essere sottovalutata, sottopagata e anche sottomessa, se pensi che ci toccano contratti assurdi con part-time fantasma e bizzarrie del genere, figlie del presupposto che assumere una donna è comunque un piano B rispetto alla prima scelta di avere un uomo, quindi qualcosa devi dare in cambio, per compensare e anche per ringraziare della fiducia».

Sì, indubbiamente è così. Parliamo in varie declinazioni del patriarcato, ma spesso omettiamo che la più granitica delle sue espressioni è il paternalismo, quello per cui l’autorità maschile si ammanta di un mix fra saggezza e bonarietà auto-ritenendosi meritoria di riconoscente (e affettuosa) deferenza. È in queste forme che si coniuga la più schiacciante prevaricazione, e dunque l’apoteosi del potere. Ne parlo con Amina, che si prende una pausa per pensarci, sorseggia il caffè, poi scuote la testa. «Pensiamo spesso che la donna subisca solo affronti di natura sessuale, ma quello è solo il punto più esplicito di un esercizio del potere che ha sfumature e gradi. Un esempio? La maternità, che riescono a farti vivere come un incidente o un sabotaggio. Poi magari ottieni tutto ciò a cui hai diritto, ma negli sguardi e nei toni di voce respiri con chiarezza che hai mancato di rispetto a chi ti paga. Qui da noi c’era un collega, Rudy, che si ammalò di depressione. Ecco, nei discorsi che sentivi, erano messi sullo stesso piano, Rudy e Giulia che a 24 anni era rimasta incinta: tutti e due vittime di un tranello, una specie di colpo sferrato a tradimento».

Mentre Amina mi parla, 48 ore prima del giorno in cui si spenderanno milioni in mimose, non posso non pensare a questa strisciante modalità di infierire in nome del potere, che poi è sempre il frutto di un posizionamento gerarchico, piramidale. Saluto Amina, la ringrazio per il suo tempo. Mi ribadisce che l’8 marzo sarà per strada, a protestare. Contro il potere? «Contro l’omertà, che è complice del potere».

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