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L’idrologo Francesco Avanzi: “Poca neve, e con un clima così ce ne sarà sempre meno. Dobbiamo prepararci”

(ansa)
“Il deficit rispetto alla media è del 21% sulle Alpi, ma raggiunge il 78% sugli Appennini. Le ondate di calore invernali hanno innescato fenomeni di fusione del tutto fuori stagione”
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La buona notizia è che il deficit di neve in Italia è diminuito. Grazie alle precipitazioni dell’ultimo mese siamo passati da meno 64% a meno 29% rispetto alla media.

Sono le gioie che ci sono rimaste ai tempi del cambiamento climatico. Ma Francesco Avanzi, uno dei ricercatori di Fondazione Cima - il centro internazionale di ricerca che ieri ha pubblicato i dati più aggiornati sulla situazione neve in Italia - avverte: “Alpi e Appennini si trovano in situazioni assai diverse”. Le prime hanno un deficit del 21%, che si riduce all'11% se consideriamo il bacino del Po. I secondi hanno un pesante meno 78%.

C’è una ragione?

“La neve rispetto alla pioggia è sempre stata più incostante e capricciosa. L’anno scorso a questo punto della stagione ci trovavamo in una situazione diametralmente opposta, con le Alpi a secco e gli Appennini sui quali l’inverno aveva fatto la voce grossa”.

Vedete comunque una tendenza?

“La tendenza misurata nei decenni sulle Alpi è chiaramente la riduzione della neve…

La buona notizia è che il deficit di neve in Italia è diminuito. Grazie alle precipitazioni dell’ultimo mese siamo passati da meno 64% a meno 29% rispetto alla media.

Sono le gioie che ci sono rimaste ai tempi del cambiamento climatico. Ma Francesco Avanzi, uno dei ricercatori di Fondazione Cima - il centro internazionale di ricerca che ieri ha pubblicato i dati più aggiornati sulla situazione neve in Italia - avverte: “Alpi e Appennini si trovano in situazioni assai diverse”. Le prime hanno un deficit del 21%, che si riduce all'11% se consideriamo il bacino del Po. I secondi hanno un pesante meno 78%.

C’è una ragione?

“La neve rispetto alla pioggia è sempre stata più incostante e capricciosa. L’anno scorso a questo punto della stagione ci trovavamo in una situazione diametralmente opposta, con le Alpi a secco e gli Appennini sui quali l’inverno aveva fatto la voce grossa”.

Vedete comunque una tendenza?

“La tendenza misurata nei decenni sulle Alpi è chiaramente la riduzione della neve. Per gli Appennini abbiamo meno misurazioni, ma mi sento di dire che l’andamento sia simile”.

Sapere quanta neve c’è in quota ci permette di fare previsioni sulla siccità dei prossimi mesi?

“Fare previsioni è difficile: non conosciamo la variabile delle piogge nel lungo periodo. Avere una buona riserva sulle Alpi e nel bacino del Po è una buona notizia. Non cancella però la tendenza al depauperamento delle falde acquifere sotterranee, che nella Pianura Padana va avanti da almeno vent’anni. L’annata più povera di neve dal secondo dopoguerra si è avuta nel 2022, seguita in classifica dal 2023. Non basta un mese di precipitazioni a recuperare questo deficit, perché l’acqua in profondità impiega più tempo a tornare ai livelli normali rispetto a quella in superficie. Le ondate di calore che abbiamo registrato anche in inverno hanno innescato poi dei fenomeni di fusione della neve del tutto fuori stagione. Anche febbraio, secondo i dati del servizio europeo Copernicus, è stato il più caldo di sempre nel mondo”.

La neve al nord è stata veramente abbondante. Sempre effetto del cambiamento climatico?

“Ne discutevamo oggi con dei colleghi. Con la neve osserviamo un fenomeno simile a quello della pioggia: precipitazioni meno frequenti ma più concentrate”.

Almeno la neve non provoca le alluvioni.

“Due metri di neve fresca possono essere pesanti per la viabilità, come ha visto la Valle d’Aosta. E bisogna fare moltissima attenzione alle valanghe”.

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