Cronaca

Dossier, la difesa di Laudati: “Tutti i miei atti firmati dal procuratore antimafia”

Antonio Laudati
Antonio Laudati 
Laudati era il superiore nell’ufficio Sos di Striano: per l’accusa non poteva non sapere. E’ quello che questa mattina cercherà di capire il procuratore Raffaele Cantone: il pm della Direzione nazionale antimafia respinge infatti ogni accusa
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Esiste un secondo livello nell’inchiesta sugli spioni di Perugia? Il luogotenente Pasquale Striano ha, davvero, fatto tutto da solo? O invece, come ha ipotizzato il procuratore Raffaele Cantone, qualcuno potrebbe averlo spinto, indirizzato o aiutato? Per cercare di ottenere una risposta a queste domande, e a molte ancora, bisognerà aspettare questa mattina quando il pm della Direzione nazionale antimafia Antonio Laudati, salvo ripensamenti last minute, si presenterà alla procura di Perugia per rispondere alle domande di Cantone.

La confezione di quattro dossier

Laudati è indagato insieme con Striano. Era il suo superiore nell’ormai famoso ufficio Sos. Era colui che, dunque, avrebbe dovuto controllarlo e indirizzarlo. E, invece, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe commesso a sua volta dei reati confezionando illecitamente almeno quattro dossier. Si tratta di informative, tecnicamente “atti di impulso” (una su un affare immobiliare a Santa Severa, la seconda sul presidente della Federcalcio Gravina, e due vicende legate al riciclaggio di denaro nelle squadre dilettantisiche e nel mondo dei procuratori sportivi) che secondo l’accusa Laudati non doveva inviare alle procure distrettuali. Sono infatti questioni non legate alla criminalità organizzata, che esulano dal perimetro delle materie di cui si occupa la Dna. Laudati potrebbe aver avuto interessi personali a lavorarle.

"Il ruolo di Laudati nell’ambito delle sue funzioni”

Una ricostruzione questa che, però, l’ex procuratore capo di Bari ha rispedito al mittente. Se infatti il suo avvocato, Andrea Castaldo, ha ripetuto in queste settimane che «il ruolo di Laudati è sempre stato quello nell’ambito delle sue funzioni», il magistrato si è sfogato con le persone a lui vicine per rivendicare la correttezza dei suoi comportamenti. «Non c’è mai stato nulla che ho fatto per ragioni personali», ha detto. «Sulla base di accertamenti pre-investigativi ho dato impulso ad attività che poi sono sfociate in procedimenti. E, soprattutto, tutto quello che è uscito dalla Direzione nazionale antimafia aveva la firma del procuratore nazionale». In sintesi il suo ragionamento è: se le attività fossero state slegate dalla lotta alla mafia, perché allora non è stato mai segnalato dai miei superiori?

Le 40 mila ricerche di Striano

A essere tirato in ballo, pare di capire, è il vecchio procuratore, Federico Cafiero De Raho. Ma anche il diretto superiore di Laudati, il magistrato Giovanni Russo (ora promosso e passato al Dap) che in tutti questi anni non si è mai accorto di ciò che accadeva nell’ufficio Sos e delle 40.000 ricerche fatte da Striano, molte volte «con leggerezza», «alla carlona», per usare le parole dello stesso luogotenente in un colloquio con un quotidiano: la sua difesa mediatica visto che a differenza di Laudati ha scelto per il momento di non rispondere alle domande dei pm. «Ma non potevamo accorgerci di tutti quegli accessi», spiegava Laudati ancora già in estate, quando il caso era esploso, perché secondo lui l’ufficiale li faceva, per la maggior parte, non dagli uffici e dalle reti della Dna, ma dai server del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza, da dove era stato distaccato alla Direzione nazionale antimafia.

Il “mercato delle informazioni”

Il passaggio non è neutro. Ma certifica anche un secondo step dell’inchiesta di Perugia. Come ha spiegato Cantone, e come ha ripetuto il procuratore nazionale Giovanni Melillo nell’audizione in Parlamento e al Copasir, il “mercato delle informazioni” non si è fermato con Striano. Altre segnalazioni di operazioni sospette (Sos) sono state pubblicate dai giornali. E soprattutto altre informazioni riservate sono transitate nei corridoi e nelle stanze della politica e della Finanza. Questo significa che i canali di fuoriuscita non erano soltanto in via Giulia. Anzi. L’Autorità delegata, Alfredo Mantovano, ha convocato la scorsa settimana una riunione a Palazzo Chigi per discutere della sicurezza delle reti con tutti gli attori principali (dai Servizi a Bankitalia).

Le intrusioni interne

Il quadro che è emerso è inquietante: se possono essere considerate sicure dagli attacchi esterni, le reti non sono in grado di proteggersi dalle intrusioni interne. È troppo facile cancellare gli accessi o arrivare a informazioni che invece non sarebbero consentite. Sarebbe necessaria una ristrutturazione delle reti non realizzabile in tempi brevi e soprattutto «non con i modi a cui sono abituati» ragiona una fonte che sta lavorando al dossier. «Abbiamo visto il nuovo software che dovrebbe servire a digitalizzare il processo e ci siamo messi le mani nei capelli…». Ecco perché al momento si è pensato a dei controlli periodici dei superiori sugli uffici più esposti, per verificare il tipo di ricerche. E contestualmente un lavoro a campione per verificare se ci sono ufficiali di polizia giudiziaria che effettuano troppi accessi.

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