Proteste all’università, Marino Sinibaldi: “Abbiamo bisogno di aprire spazi di discussione, non di chiuderli. Agli studenti di Napoli dico: mai tacere, ma mai far tacere”
di Viola Giannoli“Mai tacere, mai mettere a tacere”. Sembra uno slogan, è il riassunto ideale del pensiero di Marino Sinibaldi, che fu giovanissimo contestatore, aderì per cinque anni a Lotta continua, ed è stato poi conduttore e autore radiofonico e televisivo, critico letterario, giornalista, direttore del Teatro di Roma, presidente del Centro per il libro e la lettura.
È quello che ha pensato leggendo l’episodio accaduto all’università Federico II di Napoli?
«Sì, perché lì c’è stato il tentativo di impedire a qualcuno di parlare – il direttore di Repubblica Maurizio Molinari e il rettore Matteo Lorito – e il rifiuto a discutere. E invece io spero sempre nel dialogo perché altrimenti, prima ancora di entrare nelle ragioni e nei torti, qualsiasi elemento di discussione cessa. E invece noi oggi più che mai abbiamo bisogno esattamente del contrario».
Di cosa c’è bisogno?
«Di discutere di tutto, di allargare l’area e lo spazio fisico e ideale di discussione, non di restringerlo. Oggi siamo in una fase …
“Mai tacere, mai mettere a tacere”. Sembra uno slogan, è il riassunto ideale del pensiero di Marino Sinibaldi, che fu giovanissimo contestatore, aderì per cinque anni a Lotta continua, ed è stato poi conduttore e autore radiofonico e televisivo, critico letterario, giornalista, direttore del Teatro di Roma, presidente del Centro per il libro e la lettura.
È quello che ha pensato leggendo l’episodio accaduto all’università Federico II di Napoli?
«Sì, perché lì c’è stato il tentativo di impedire a qualcuno di parlare – il direttore di Repubblica Maurizio Molinari e il rettore Matteo Lorito – e il rifiuto a discutere. E invece io spero sempre nel dialogo perché altrimenti, prima ancora di entrare nelle ragioni e nei torti, qualsiasi elemento di discussione cessa. E invece noi oggi più che mai abbiamo bisogno esattamente del contrario».
Di cosa c’è bisogno?
«Di discutere di tutto, di allargare l’area e lo spazio fisico e ideale di discussione, non di restringerlo. Oggi siamo in una fase in cui i parametri di passato, soprattutto quelli di una tradizione pacifista, sono in crisi; in cui sono sempre più i conflitti che ci si presentano; in cui c’è un governo di destra piena nel nostro Paese; in cui abbiamo di fronte cose estremamente complesse e sconvolgenti. Ecco, per tutte queste ragioni e altre ancora dobbiamo aprire gli spazi di discussione, non privarcene. Anzi dovremmo crearne di nuovi, darci un nuovo metodo, trovare altre forme. Il paradosso si dà se le poche occasioni pubbliche pubbliche che abbiamo, come quelle nelle università, invece di essere dilatate, vengono ristrette. Allora mi chiedo: cosa ci resta? Quali spazi abbiamo?».
Da giovanissimo anche lei è stato un contestatore.
«Sì, ma per tutta la vita ho cercato spazi di discussione. Al ginnasio, a 14 anni, quando frequentavo il liceo Mamiani di Roma interrompevo anche io le lezioni dei professori, ma per parlare, mai per cacciarli dalla classe. Ho sempre pensato, anche allora, che non si deve fermare la parola. Sono arrivato poi ad andare anche nei talk show, una cosa che non mi entusiasma se devo essere sincero, ma credo valga la pena portare le proprie ragioni anche lì, sempre, ovunque, il più possibile, laddove c’è un luogo per esprimerle. E non essendoci più oggi i circoli, le sezioni, quelle realtà classiche sociali e politiche che abbiamo conosciuto, ecco che le università restano uno spazio importante del dialogo. questo direi agli studenti di Napoli se li avessi di fronte».
Cosa altro direbbe a chi protesta?
«Vorrei dire che non si può esportare negli spazi fisici la logica dei social. Io ho sempre creduto, e si vede anche nel lavoro che ho fatto, nella superiorità della parola, la parola orale. E invece stiamo portando fuori dai social la loro stessa logica: inchiodiamo una persona a un’immagine, a un account, a una bandierina e, per quanto ce ne siano alcune che personalmente sento più vicine di altre, in base a quella applichiamo etichette e decidiamo a priori con chi discutere e con chi no. Una logica dell’appartenenza, del pregiudizio. Ma questo è dannoso per la discussione. Io invece vorrei una discussione senza bandierine. E per questo dovremmo fermarci a discutere all’ingresso dell’università, sulle scale, approfittare di parlare sempre e ascoltare sempre perché non c’è parola senza ascolto. E, per quanto mi riguarda, non esiste nemmeno ascolto senza parlare”.
Dove sta il confine tra il diritto al dissenso e la libertà di parola per chi la pensa diversamente?
“Io credo sia sacrosanto il diritto al dissenso, e ne discutiamo proprio mentre in Russia si vota senza che sia garantito, mentre sotto le bombe o i razzi non è garantito, mentre gli osservatori internazionali sulla democrazia ci dicono che i luoghi in cui si limita la critica aumentano. Già solo questo renderebbe più prezioso quel che abbiamo. La pluralità implica il dissenso. Ma proprio per questo il dissenso deve avere a cuore libertà del dibattito pubblico ed essere compatibile con le forme fisiche della libertà e della democrazia. Se chiudiamo gli spazi di discussione è proprio il dissenso a risentirne di più, non quello che chiamiamo mainstream. Lo spazio della differenza, dell’opposizione, dell’antagonismo non ci devono spaventare, il conflitto delle idee è una virtù ma le idee vanno espresse tutte, altrimenti c’è una sordità reciproca».
Lei crede, come la ministra Bernini, che ci sia una «emergenza intolleranza negli atenei»?
«La parola “emergenza” mi disturba perché per la logica di questo governo attribuire un carattere di emergenza a un evento significa prepararsi a legiferare per inasprire le pene e ridurre gli spazi. Per questo dobbiamo stare attenti a non cadere in una logica di rimbalzo reciproco che genera la repressione e la punizione, in una logica speculare di inibizione del pensiero dell’altro. Di nuovo quel che farei è non smettere di parlare, di discutere, senza tacere e senza, assolutamente, far tacere».