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Stefano Boeri: il futuro, l'architettura e l'amore. "Mia madre diceva che i matrimoni dovrebbero scadere dopo 5 anni. Ma non le ho creduto, sono sposato da 36"

Stefano Boeri, foto Chiara Cadeddu 
“Tra i miei studenti ci sono afro-italiani, orgogliosi delle proprie origini. Io sto imparando tantissimo da loro”
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Nato sotto il segno di Gio Ponti (1956, inizio costruzione del grattacielo Pirelli) da madre architetta e padre neurologo, famoso lui a sua volta per i grattacieli alberati detti Bosco Verticale, e per molti altri progetti di cui si vedono tracce nello studio di Milano, tra librerie assai disordinate, faldoni di vecchi lavori, e anche un disegno magico, fatto con il gesso sul muro da Ettore Sottsass. Forse un occhio, forse è l’occhio dell’architetto. E anche nonno entusiasta e persino vagamente “rimbambito” - la definizione è sua - al punto da trasformarsi persino in scimmietta-architetto, con gli stessi occhiali tra i capelli. Sarà un ritratto nuovissimo di Stefano Boeri, sotto forma di cartone animato.

Nato sotto il segno di Gio Ponti (1956, inizio costruzione del grattacielo Pirelli) da madre architetta e padre neurologo, famoso lui a sua volta per i grattacieli alberati detti Bosco Verticale, e per molti altri progetti di cui si vedono tracce nello studio di Milano, tra librerie assai disordinate, faldoni di vecchi lavori, e anche un disegno magico, fatto con il gesso sul muro da Ettore Sottsass. Forse un occhio, forse è l’occhio dell’architetto. E anche nonno entusiasta e persino vagamente “rimbambito” - la definizione è sua - al punto da trasformarsi persino in scimmietta-architetto, con gli stessi occhiali tra i capelli. Sarà un ritratto nuovissimo di Stefano Boeri, sotto forma di cartone animato.

“E’ il personaggio di Archibò, e fa parte di una serie Rai che andrà in onda in autunno. Uno che vive sugli alberi, come il Barone rampante di Calvino… E sono proprio io”.

E perché un architetto urbanista come lei si prende in giro in un cartone animato?

“Non mi prendo in giro, è che mi è facile entrare in sintonia con i bambini, che hanno una predisposizione naturale al fantastico. Non alla fantasia, non alla fantascienza, ma proprio al fantastico plausibile di Italo Calvino. E i bambini amano costruire grattacieli, lavorare su quello che va contro la gravità. Basta guardarli alle prese con il Lego, o le piccole costruzioni di legno. E non sono “solo giochi”, perché con i bambini si gioca molto seriamente. Adesso, nel mio rimbambimento di nonno, ho messo su con Dynamo Camp una piccola scuola di architettura per bambini, e il primo laboratorio partirà a giugno. Sarà per bambini tra i tre e i sette anni, perché fin da piccoli devono cominciare a capire cosa è uno spazio, un edificio, i rischi del vento e della pioggia”.

Archibò è la scimmietta architetto, che si ispira a Stefano Boeri, protagonista di una serie Rai che andrà in onda a ottobre 

L’età dei suoi nipoti?

“Quasi. Sono due bambine, una di 3 anni, l’altra di 3 mesi, figlie di mio figlio maggiore, che vive a Londra. Poi ho un altro figlio ormai grande, e uno nuovo, più giovane, in affido. E pensando al futuro delle mie nipotine, ammetto di essere a volte angosciato”.

Ci spieghi questa angoscia.

“Come sappiamo, fra 50 anni non esisteranno più i ghiacciai. I miei genitori, io e i miei figli abbiamo invece avuto la fortuna di avere il contatto con la potenza del ghiacciaio, che è un pezzo di vita, di letteratura e di cinema. Ma basta andare in Engadina e guardare come è ridotto il Morteratsch. Due-tre chilometri più giù di dov’era quando ero bambino. Lì misuri davvero lo spazio e il tempo. E infatti ci sono molti giovani che non fanno figli, perché temono di regalare loro una vita difficile. Questo è molto triste”.

Lei vive tra i giovani, in studio e al Politecnico, dove è ordinario di Urbanistica. Un contatto diretto, come con il ghiacciaio.

“E anche in Triennale, di cui sono presidente, e nel mio studio, dove facciamo ricerca come se fossimo un dipartimento universitario, su progetti che a volte non hanno un ritorno economico, in uno sbilanciamento verso il rischio di impresa. Ecco, cerchiamo di anticipare il futuro, studiando ad esempio il tema delle diseguaglianze. Dove scoppieranno, nei prossimi decenni? Nei diritti di genere? Nella crisi ambientale? Nel sociale? Ammetto che questo tipo di lavoro rende la vita interessante. Sono fortunato”.

Perché lavorare con i giovani è così importante per lei?

“E’ una proiezione costante con chi sarà protagonista del futuro. E gli architetti e gli urbanisti non possono vivere in una bolla. Il senso dell’architettura è il futuro degli spazi, l’anticipare i bisogni umani, perciò dobbiamo essere inclusivi, aperti. Ma poi c’è il progetto, che è un momento invece solitario, e crudele. Bisogna infatti arrivare a una forma compiuta, unica, che sia una casa, una città, o questa tazzina da caffè. Si oscilla tra l’apertura al mondo e la chiusura, quando si decide un solo futuro”.

Quanti studenti ha al Politecnico?

“Ottanta, tra i 23 anni e i 28, cioè quelli che fanno il master, in inglese. Su ottanta, 75 sono stranieri”.

E come sono, cosa pensano.

“Vedo la loro disillusione. Il rifiuto di credere e di investire nelle grandi utopie, che sicuramente è anche un’eredità della pandemia. E c’è una grande rabbia, il sentirsi non responsabili di un futuro non scelto, ma di cui diventeranno comunque protagonisti. Poi, i giovani hanno sempre comunque risorse pazzesche, un potere enorme di interesse e curiosità della vita, su cui bisognerebbe investire di più”.

Eppure, tra loro ci sono anche emergenti, giovani di successo.

“Sì, e penso soprattutto a una generazione di ragazzi afro-italiani che spesso sono eccellenze nello sport, nella musica e nel cinema. Orgogliosi delle proprie origini e dell’essere italiani, sono portatori di cultura, non di richieste di aiuto, servizi o spazi. Basta seguire i loro podcast, le loro storie su Instagram. Io sto imparando tantissimo da loro. Per l’Italia è una cosa nuova, ma è uno dei segni controcorrente e straordinari che riesco a cogliere”.

E il razzismo?

“C’è. Subdolo, nascosto da un perbenismo ipocrita”.

Che ragazzo è stato, lei?

“Uno che voleva fare l’oceanografo, infatti ho poi fatto Architettura. Uno studente furbo, uscito con 56 dal Manzoni negli anni della contestazione. E avendo studiato poco, ho ancora dei buchi culturali, e talvolta sogno di dover studiare matematica, che non mi piaceva. All’università dal ’75 all’’80, e allora c’erano gli esami di gruppo, quindi altri buchi. Però ho recuperato come autodidatta: gli esami più tecnici li ho imparati lavorando nei cantieri”.

Cosa ricorda di quegli anni?

“Io facevo politica nel movimento studentesco, ed era un mondo duro, di tensioni e passioni, i Settanta erano così. Ma c’erano anche delle bombe di colore e luce, e qui penso alla figura incredibile di Elio Fiorucci, all’influenza che ha avuto sulla moda, sul design, e su musica, vita notturna, a Milano e non solo”.

Presto dimenticato, però.

“Infatti ci facciamo una mostra a ottobre, in Triennale. E non sarà solo il pop, ma la sua rapsodia cromatica, il suo mondo esteticamente caotico”.

Lei com’è, da professore?

“Molto attento. La dimensione del gruppo esiste ancora, ma come lavoro di gruppo. Penso ai giovani progettisti del laboratorio Roma 050, voluto insieme al sindaco Gualtieri: lo stato attuale dell’urbanistica, e le strategie per il futuro. E’ una grande sfida, perché Roma ha dentro di sé tutte le città del mondo, è il futuro dell’umanità urbana, che si gioca proprio lì”.

Ma lei è molto milanese.

“Famiglia borghese, e Milano è la città al mondo che rappresenta meglio la sfera delle libere professioni. Mio padre Renato, neurologo. Mia madre, Cini Boeri, architetta razionalista”.

Quando è morta, nel 2020, lei l’ha definita “tigre e chioccia”.

“Era così. Grande presenza, grande amore per noi tre figli. Seguiva tutto, pur avendo una grande autonomia, e i suoi spazi. E così teorizzava nel suo lavoro. La vita di coppia deve garantire spazi di autonomia, e quindi due stanze da letto, due letti. Teorizzava anche che i matrimoni dovessero scadere dopo 5 anni. E che lì decidi se andare avanti. Se sì, allora si rifà una festa e si ricomincia. In questo non l’ho seguita, essendo sposato da 36 anni con Maddalena. Ma la sua lezione è vera, l’autonomia tra due persone che si amano è la vera garanzia del loro legame”.

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