✕

In convento con i manager a lezione di leadership. “Il capo si faccia amare”

Le undici suore benedettine di Poffabro (Pordenone) fanno anche loro impresa con 15 capre cachemire

 (agf)
Il corso organizzato dalle suore di Poffabro parte dalla Regola di San Benedetto. “Ascolto” e “silenzio” sono le parole d’ordine. “Ma anche buonsenso”
3 minuti di lettura

Frisanco (Pordenone) — Come dice suor Giuliana, «l’economia, o è sociale, o non è» (intanto prende per le corna una capra cachemire che non vuole tornare nel recinto). Nel frattempo qui, nel monastero intitolato a Santa Maria, si parla di azienda e profitto, del rapporto con i dipendenti, del senso che ha fare impresa oggi, e proprio nel Nordest produttivo e campione dell’export, dove pure tira una certa aria di crisi. Ma un senso c’è e si radica nella Regola di San Benedetto, da lì bisogna partire per capire perché, una volta al mese, monache e imprenditori, manager parecchio stressati e anche cittadini curiosi del tema, si incontrino quassù davanti a una grande stufa rovente, e sopra incombe il monte Raut, perché siamo nelle Dolomiti friulane.

Non tutte le aziende sono capaci di fare impresa

«San Benedetto, fondatore della vita monastica in Occidente, e costruttore di monasteri…», ricorda suor Gigliola, che del monastero benedettino di Poffabro è madre badessa. E Vanni Basso, costr…

Frisanco (Pordenone) — Come dice suor Giuliana, «l’economia, o è sociale, o non è» (intanto prende per le corna una capra cachemire che non vuole tornare nel recinto). Nel frattempo qui, nel monastero intitolato a Santa Maria, si parla di azienda e profitto, del rapporto con i dipendenti, del senso che ha fare impresa oggi, e proprio nel Nordest produttivo e campione dell’export, dove pure tira una certa aria di crisi. Ma un senso c’è e si radica nella Regola di San Benedetto, da lì bisogna partire per capire perché, una volta al mese, monache e imprenditori, manager parecchio stressati e anche cittadini curiosi del tema, si incontrino quassù davanti a una grande stufa rovente, e sopra incombe il monte Raut, perché siamo nelle Dolomiti friulane.

Non tutte le aziende sono capaci di fare impresa

«San Benedetto, fondatore della vita monastica in Occidente, e costruttore di monasteri…», ricorda suor Gigliola, che del monastero benedettino di Poffabro è madre badessa. E Vanni Basso, costruttore di strutture turistiche a Bibione: «Fare impresa non è mica facile, e io che d’estate arrivo a mille dipendenti…». E «potrebbe sembrare un azzardo, usare un testo che ha 1.400 anni per parlare all’uomo di oggi, e a chi fa impresa», spiega don Andrea Vena, che è cappellano del monastero, «ma un conto è essere azienda, un conto è fare impresa. Non tutte le aziende sono capaci di fare impresa, che richiede visione, lungimiranza, non solo la ricerca del profitto..». D’altra parte, qui si impara anche che la partita doppia è nata in convento, seppure francescano.

(agf)

Ora et labora

L’idea è venuta alle monache, che sono undici e nel loro piccolo fanno «microimpresa di montagna, abbiamo le nostre 15 capre cachemire», progetto di allevamento diffuso nella Val Colvera, e sono sapienti e curiose, sicure che «in un’azienda ci sono dei ruoli, esattamente come in una comunità come la nostra». E che il motto “Ora et labora” è sempre valido. Il corso, che si concluderà a metà aprile, è condotto da Massimo Folador e da Maria Elettra Favotto. Consulenti aziendali e formatori, e anche conoscitori del monachesimo benedettino. «I monaci hanno sempre percorso la via della spiritualità e della meditazione, la ricerca della relazione con sé stessi e con gli altri», dice Folador. Quindi, «nei momenti di confusione bisogna tornare a fare comunità, essendo consapevoli anche nel lavoro che l’efficienza è nella relazione, non nella singola performance».

La Regola dell’ascolto

Detto questo, si parte dalla parola fondamentale, che è “ascolto”, ed è proprio la parola con cui inizia la Regola (“Ascolta figlio, i precetti del maestro…”), e il dibattito, con le monache parte attiva, si avvia verso un altro concetto fondamentale, che è “silenzio”. Sappiate dunque che, se non ci si mette in silenzio e in ascolto dell’altro, non si va da nessuna parte. «E dev’essere un ascolto che tocca», interviene suor Giulia. «E bisogna ascoltare sé stessi, prima di ascoltare gli altri», e questa è suor Daniela.

Impresa e anima

Carlo Bogoni, imprenditore nel settore petroli, da Padova: «Io penso che se uno fa impresa con lo scopo dell’utile, o del ricavo, o dei bilanci, non è un imprenditore. Lo scopo vero è arricchire sì, ma dal punto di vista della crescita di chi lavora, e della comunità». E da capo azienda evidentemente illuminato, spiega che lui dal lunedì al venerdì si occupa dell’azienda, «ma il sabato e la domenica cerco di collegarmi con la mia anima». Spiega anche il modello imprenditoriale del Nordest, dove «i trentini e i friulani sono decisamente chiusi, noi veneti invece no». E che «non è solo questione di fare gli schéi, i soldi. C’è dell’altro».

Il capo si faccia amare

La sfida è «portare la spiritualità in azienda», dice la dottoressa Favotto. Almeno un po’, e legge l’attacco del capitolo 3: «Ogni volta che in monastero si devono trattare cose d’importanza, l’abate raduni tutta la comunità ed esponga egli stesso di che si tratta, e udito il parere dei fratelli consideri dentro di sé la cosa, e faccia quel che gli sembrerà più utile». Insomma, il capo resta capo, ma deve saper dialogare per coinvolgere, «e si sforzi di essere amato più che temuto». Non deve cioè essere «turbolento, inquieto, violento, ostinato, invidioso, sospettoso», qui San Benedetto traccia proprio il ritratto del leader perfetto.

Fare gruppo

«Il segreto è fare gruppo», dice Basso (Europa Group Spa), che ha a che fare «con dipendenti di tutte le etnie e religioni, dal lavapiatti a quello che fa il front office. E con tutti bisogna saper parlare. E poi, l’imprenditore deve avere una relazione con il mondo che gli sta intorno», non solo con la sua azienda. Come in questo silenzio di Poffabro, la neve bassa, le capre che chiedono il fieno. «È uno stile di vita che è sicuramente collegato al mondo del lavoro», lo ammette Maurizio Michelin (azienda di caminetti e stufe a Sacile). «E qualcosa dentro ti resta. La necessità del silenzio, ad esempio. Però è difficile da mettere in pratica, quando tutti i trattori stanno lavorando» (Antonio Vivan, azienda agricola).

E bisogna dire, e lo dice la madre badessa, che «molti già usano la Regola per mettere ordine nelle loro imprese, perché anche in una fabbrica, in una ditta, o in una comunità monacale come siamo noi, ci vuole ordine». Aggiunge che «serve anche il senso comune», e sono sante parole.

Leggi i commenti