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I santuari diventano rifugi per animali liberi. “La nostra economia è al contrario. Da noi queste creature non danno reddito ma creano debito”

Oggi in Italia i luoghi dove si ridà dignità a pecore, asini, tacchini sono circa una trentina. “Per noi è importante fare rete per sostenere un cambiamento culturale. Ma lo Stato non ci aiuta”
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Ci sono luoghi, in Italia, dove mucche, maiali, asini, galline e tacchini vivono liberi, senza produrre niente per noi. Non si tratta di zoo o di circhi e nemmeno di fattorie didattiche. Per entrare non si paga il biglietto, ma chi vuole può prenotarsi e andare a visitarli, scoprendo che un altro mondo – e un altro modo di relazionarsi - è possibile. Stiamo parlando dei rifugi e dei santuari per animali liberi, realtà che fino a venti anni fa in Italia non esisteva, come anche il concetto di rispetto della dignità dell’animale – tanto meno di quello cosiddetto da allevamento - così come lo intendiamo oggi. Ma i tempi cambiano e così anche la cultura e la sensibilità delle persone.

Trenta realtà in Italia

In Gran Bretagna i santuari esistono già da diversi anni e sono piuttosto numerosi, da noi al momento sono poco meno di trenta, più un’altra decina di strutture che sta facendo il percorso per entrare all'interno della …

Ci sono luoghi, in Italia, dove mucche, maiali, asini, galline e tacchini vivono liberi, senza produrre niente per noi. Non si tratta di zoo o di circhi e nemmeno di fattorie didattiche. Per entrare non si paga il biglietto, ma chi vuole può prenotarsi e andare a visitarli, scoprendo che un altro mondo – e un altro modo di relazionarsi - è possibile. Stiamo parlando dei rifugi e dei santuari per animali liberi, realtà che fino a venti anni fa in Italia non esisteva, come anche il concetto di rispetto della dignità dell’animale – tanto meno di quello cosiddetto da allevamento - così come lo intendiamo oggi. Ma i tempi cambiano e così anche la cultura e la sensibilità delle persone.

Trenta realtà in Italia

In Gran Bretagna i santuari esistono già da diversi anni e sono piuttosto numerosi, da noi al momento sono poco meno di trenta, più un’altra decina di strutture che sta facendo il percorso per entrare all'interno della rete, nata proprio per riunirli e coordinarli. Di realtà che accolgono animali non a scopo di alimentazione ovviamente ce ne sono centinaia ma questi sono luoghi diversi e rispondono a requisiti precisi, ovvero a una carta di valori che cerca di dare una direzione unitaria. Con l’obiettivo di crescere insieme e ottenere sempre più, giorno dopo giorno, un cambiamento sia legislativo che culturale. “Insieme riusciamo a fare cose che ogni singolo santuario da solo non è in grado di realizzare”, spiega Sara D’Angelo, presidente di Vitadacani odv, responsabile del santuario Porcikomodi e referente della Rete dei Santuari di Animali Liberi. “La logica di rete è fondamentale, perché è vero che ogni santuario rispetta i principi che la rete si è data ma è anche vero che la carta dei valori è in continua evoluzione, ogni tot la riprendiamo in mano e vediamo, insieme, se c'è da cambiare qualcosa. Siamo dei pionieri e scambiare impressioni su modus operandi e aspetti sanitari e veterinari è l’unico modo per crescere”.

L’importanza di fare rete

La carta di valori crea un network al quale uno può o non può aderire, ma se aderisce l’organizzazione chiede di partecipare in modo attivo ai momenti di confronto e di decisione delle strategie e degli obiettivi. “I principi fondanti sono abbastanza ovvi”, continua D’Angelo. “Gli animali non si utilizzano, quindi non lavorano, non devono fare né produrre nulla, non devono essere trasformati in prodotti e devono gestire il tempo e gli spazi il più possibile secondo le proprie necessità e desideri. Ovviamente questo va calato nella realtà, quindi vengono utilizzati recinti, così da evitare litigi, e si ricorre alla castrazione e alla sterilizzazione o alla separazione tra maschi e femmine, anche perché un altro dei principi è quello che gli animali non si riproducono”. Per entrare non si paga il biglietto ma una delle finalità di questi luoghi è proprio l'apertura al pubblico, perché è solo attraverso la comunicazione che è possibile toccare la sensibilità delle persone. “Un altro principio fondamentale – continua D’Angelo - è che gli animali non si comprano, quindi normalmente escludiamo l'acquisto di esemplari attraverso collette, non le promuoviamo e non le facciamo. Poi non escludo che dentro a ognuno dei nostri santuari ci siano animali che forse un tempo sono stati riscattati economicamente, però di fatto non è quello che noi promuoviamo”. Mucche, maiali, pecore e capre sono dunque individui e come tali non hanno un prezzo, anche perché acquistarli significherebbe andare a foraggiare il mercato dell'allevamento.

Un cambiamento culturale

La rete dei santuari è impegnata in un lavoro costante, molto pratico ma anche altrettanto politico, portato avanti ogni giorno provando a mettere d’accordo tutti. “Impresa non facile – conferma D’Angelo – ma anche molto stimolante”. Una fatica ripagata dalla soddisfazione di vedere piano piano la cultura cambiare, e dalla consapevolezza di diffondere, poco a poco, un nuovo modo di porsi rispetto agli esseri viventi. I primi santuari in Italia nacquero una ventina di anni fa in Lombardia, Piemonte e Toscana. “Oggi sono sparsi da nord a sud, anche nelle isole – spiega D’Angelo - è una crescita continua, c'è un grande fermento”. La sfida è ora quella di cambiare status, dato che dal punto di vista normativo questi luoghi sono tuttora paradossalmente equiparati agli allevamenti e non ricevono alcun tipo di sussistenza da parte dello Stato. “Per sopravvivere cerchiamo di fare una sorta di magia, portando avanti un'economia al contrario”, spiega D’Angelo. “Animali che per tutti sono considerati da reddito da noi diventano da debito ma nessuna istituzione ci aiuta. L’unico Comune virtuoso è stato quello di Milano, che ha fatto una convenzione nel 2012 ancora attiva con un santuario - che poi siamo noi, il Porcikomodi - dando un corrispettivo ogni volta che invia un animale da reddito, proprio come fosse un cane, per intendersi”.

Nessun fondo pubblico

“Sui santuari e sugli ospiti dei santuari – continua - è uscito da poco un decreto che però non prevede ancora nulla dal punto di vista dei fondi pubblici; quelli ai quali noi cerchiamo di accedere sono i fondi che riguardano quella particolare fetta di ospiti che entrano qui dopo essere stati posti a sequestro penale. In questi casi sarebbero previsti gli oneri di custodia, gli animali sottoposti a sequestro dovrebbero essere sostenuti da un fondo sul maltrattamento, che è un fondo dello Stato che le procure dovrebbero attivare. Ma purtroppo tutto questo non accade”. Il decreto in questione è quello del 7 marzo 2023, pubblicato il 16 maggio in Gazzetta Ufficiale: è qui che si legge, per la prima volta, la parola “santuari”. Il Manuale Operativo, facendo riferimento al decreto legislativo 134 del 2022, (recepimento del regolamento europeo 2016/429) elenca e descrive le diverse strutture che detengono e ospitano, animali. Ed è a pagina 23, precisamente al punto 12, comma 3, sottopunto C che, tra le sotto voci del “Rifugio per animali diversi da cani, gatti e furetti”, compare la nuova, importante definizione.

L’alternativa è l'abbattimento

Dal punto di vista culturale però c'è ancora molta resistenza ad attivare i fondi per oneri di custodia quando si parla di sequestro penale di animali cosiddetti da reddito, perché la soluzione, come sempre, è l'abbattimento. “Siamo ancora molto indietro da questo punto di vista – spiega D’Angelo – ma ci sono anche tanti casi che abbiamo seguito in cui ci sono state procure della Repubblica virtuose, che hanno pagato tutti gli oneri di mantenimento. A noi purtroppo anche in queste situazioni è toccato pagare migliaia di euro di trasporto: sono animali che non possono essere certo messi in macchina. Le istituzioni pensano che tutto debba ricadere sulle nostre spalle e questo è inaccettabile”. L’auspicio è che il decreto permetta a questi luoghi di ricevere lo status di rifugio permanente e non più di allevamento, consentendo a chi li gestisce di ricevere fondi pubblici per svolgere la propria attività. “Un’attività – precisa D’Angelo - nella quale noi ci prendiamo carico anche degli scarti della produzione, di quel mondo produttivo intensivo che genera maltrattamento e che viene continuamente foraggiato mentre continua a produrre inquinamento”.

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