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Dalla difesa della Nato al sostegno a Putin: la parabola di Inzerilli, il generale di Gladio

Morto a 90 anni l’ufficiale che guidò dal 1974 al 1986 la struttura segreta. Una vita di misteri, fino all’epilogo paradossale
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ROMA — Alla fine si è passati dal ritenere Gladio responsabile di tutte le trame della Strategia della Tensione al ridimensionarla, come se fosse stata un figlio legittimo e disciplinato della Guerra Fredda. Una bella soddisfazione per quei maestri degli affari riservati che hanno gestito l’organizzazione militare più segreta e più misteriosa: in particolare per il generale Paolo Inzerilli, l’ufficiale degli alpini che l’ha diretta tra il 1974 e il 1986. Inzerilli si è spento ieri a novant’anni, con la fedina penale immacolata e la raccolta di onorificenze per la carriera nell’esercito e nell’intelligence.

Ma, a 34 anni dalla rivelazione della sua esistenza, la realtà di Gladio resta ancora da mettere a fuoco. E forse bisognerebbe ripartire dalle conclusioni del senatore Libero Gualtieri, che ha presieduto la prima commissione d’inchiesta sulla questione: «La “illegittimità” di Gladio, invece di attenuarsi con il passar degli anni e con la diminuzione delle tensioni internazionali, a…

ROMA — Alla fine si è passati dal ritenere Gladio responsabile di tutte le trame della Strategia della Tensione al ridimensionarla, come se fosse stata un figlio legittimo e disciplinato della Guerra Fredda. Una bella soddisfazione per quei maestri degli affari riservati che hanno gestito l’organizzazione militare più segreta e più misteriosa: in particolare per il generale Paolo Inzerilli, l’ufficiale degli alpini che l’ha diretta tra il 1974 e il 1986. Inzerilli si è spento ieri a novant’anni, con la fedina penale immacolata e la raccolta di onorificenze per la carriera nell’esercito e nell’intelligence.

Ma, a 34 anni dalla rivelazione della sua esistenza, la realtà di Gladio resta ancora da mettere a fuoco. E forse bisognerebbe ripartire dalle conclusioni del senatore Libero Gualtieri, che ha presieduto la prima commissione d’inchiesta sulla questione: «La “illegittimità” di Gladio, invece di attenuarsi con il passar degli anni e con la diminuzione delle tensioni internazionali, aumenta, soprattutto nella seconda metà degli anni Ottanta».

La struttura viene creata come una rete clandestina destinata a operare dietro le linee sovietiche in caso di invasione del nostro Paese. Il modello erano i gruppi di “lupi mannari” tedeschi, e in scala minore della Repubblica di Salò, predisposti per condurre sabotaggi e spionaggio nelle regioni liberate dagli Alleati durante la seconda guerra mondiale. Già nel 1945 in Friuli reduci partigiani della brigata Osoppo danno vita a un embrione di milizia anticomunista. Successivamente, l’ingresso dell’Italia nella Nato fa elaborare una strategia in cui la “resistenza in profondità” diventa fondamentale: si prevede che, davanti a un attacco dell’Armata Rossa, le nostre truppe si ritirino dal Nord Est, lasciandosi alle spalle una ragnatela di combattenti addestrati ed equipaggiati. Questa appunto è Gladio, creata ufficialmente nel 1956, come un’organizzazione “Stay Behind” — letteralmente “che resta indietro” — per proseguire la lotta contro gli occupanti.

Dicono che all’inizio selezione degli uomini e gestione dei depositi top secret di armi ed esplosivo — chiamati in maniera un po’ surreale Nasco — sia stata rigorosa: Francesco Cossiga, difensore a oltranza di Gladio, ha dichiarato che «era vietato arruolare monarchici, fascisti e anche solo parenti di fascisti». A un certo punto però il segreto assoluto che copre l’operazione permette a molti di approfittarne. Ci sono piccoli intrallazzi — come i soldi fatti sparire dalle riserve dei Nasco — e azioni più inquietanti che si legano alla stagione delle stragi nere, come il prelievo di plastico e pistole dagli arsenali sotterrati a centinaia tra Milano e Gorizia.

Anche la presenza di neofascisti tra i gladiatori è stata accertata, nonostante la lista fornita agli inquirenti e al Parlamento comprenda solo 622 nomi, un numero apparso sempre poco credibile. «Non vi è alcuna giustificazione per Gladio. Né all’inizio né alla fine — ha scritto il senatore Gualtieri — . Vi è invece un accrescimento della sua pericolosità e della sua illegittimità con il passare degli anni. Non tutto ciò che è accaduto negli anni torbidi della nostra storia recente va addebitato a Gladio. Ma Gladio è stata una componente di quella strategia che, immettendo nel sistema elementi di tensione, ha giustificato la necessità di opportuni interventi stabilizzatori».

Un mese fa il generale Roberto Jucci, ex capo del Sios ed ex comandante dei carabinieri, che a 98 anni ora resta l’ultimo protagonista di quell’epoca, ne ha parlato nella lunga intervista a Repubblica: «L’intelligence militare Usa ha operato a volte in una maniera assai discutibile. E purtroppo ci sono stati italiani che hanno agito seguendo le loro indicazioni per obiettivi che forse non dovevano essere né fatti, né pensati». Un riferimento — ha spiegato Jucci — «a Gladio: doveva essere fatta, ma andava gestita in maniera diversa. Se qualcuno l’ha usata per altri fini è sua responsabilità personale».

Cossiga ha detto che «padri di Gladio sono stati Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Gaetano Martino e i generali Musco e De Lorenzo, i capi del Sifar. Io ero un piccolo amministratore». E anche sul ruolo di Moro le polemiche continuano a essere attuali. Nei memoriali scritti dal presidente dc nella “prigione del popolo” ci sono frasi interpretate come riferimenti alla rete segreta: Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione Stragi, sostiene che lo statista ne abbia parlato ai brigatisti e gli abbia fatto avere documentazione top secret. Nel 1978 la rete Stay Behind, attiva pure nelle altre nazioni lungo la Cortina di Ferro, era il segreto dei segreti della Nato: una cellula armata clandestina, con labili controlli e grandi protezioni, nota a pochissime autorità istituzionali e nascosta ai parlamenti.

Il generale Inzerilli non ha mai dato spazio alle letture complottiste ed è stato assolto da qualsiasi accusa. Nell’ultimo periodo ha difeso le ragioni di Putin nell’invasione dell’Ucraina: un epilogo paradossale per un ufficiale che ha dedicato la vita a fronteggiare nel segreto le manovre di Mosca.

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