✕

Proteste all’università, Bernini chiama il capo della polizia: “Tenere insieme libertà e sicurezza”

Momenti di tensione tra studenti universitari e forse dell’ordine, davanti l’entrata del rettorato alla Sapienza. Roma 26 marzo 2024 ANSA/MASSIMO PERCOSSI (ansa)
La telefonata con Pisani, nei prossimi giorni un incontro. Il ministro Piantedosi: “Nessuna modifica alla gestione dell’ordine pubblico negli atenei”. Contestazioni studentesche da Torino a Genova, da Roma a Bari
2 minuti di lettura

ROMA — Sono da poco passate le quattro di pomeriggio quando la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, alza il telefono. All’altro capo del filo c’è il capo della polizia, Vittorio Pisani. La telefonata è breve, si parla di quel che accade negli atenei: manifestazioni, irruzioni, scontri. Un dissenso legato al conflitto in Medio Oriente che cova da mesi ma che ora si è fatto protesta accesa dei collettivi: i comunisti di Cambiare rotta e Fgc, Cua (Collettivi universitari anonimi), Zaum (Zone autonome università e metropoli). Il colloquio serve a Bernini per chiedere direttamente a Pisani la disponibilità a un incontro, che avverrà già nei prossimi giorni, e definire, insieme, l’ordine del giorno: «la ricognizione sul livello di allarme raggiunto nelle università» e «una valutazione sui modi più opportuni per intervenire per coniugare libertà e sicurezza all’interno degli atenei».

Due ore più tardi, in Consiglio dei ministri, Bernini ne parlerà anche con Matteo Piantedosi. È dal…

ROMA — Sono da poco passate le quattro di pomeriggio quando la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, alza il telefono. All’altro capo del filo c’è il capo della polizia, Vittorio Pisani. La telefonata è breve, si parla di quel che accade negli atenei: manifestazioni, irruzioni, scontri. Un dissenso legato al conflitto in Medio Oriente che cova da mesi ma che ora si è fatto protesta accesa dei collettivi: i comunisti di Cambiare rotta e Fgc, Cua (Collettivi universitari anonimi), Zaum (Zone autonome università e metropoli). Il colloquio serve a Bernini per chiedere direttamente a Pisani la disponibilità a un incontro, che avverrà già nei prossimi giorni, e definire, insieme, l’ordine del giorno: «la ricognizione sul livello di allarme raggiunto nelle università» e «una valutazione sui modi più opportuni per intervenire per coniugare libertà e sicurezza all’interno degli atenei».

Due ore più tardi, in Consiglio dei ministri, Bernini ne parlerà anche con Matteo Piantedosi. È dal Viminale, visto che la materia è in realtà di sua competenza, che in serata il ministro fa filtrare che per ora «non sono previste modifiche di alcun tipo alla gestione dell’ordine pubblico all’interno degli atenei né sono state fatte valutazioni in proposito». Pd e Avs si ribellano: «Inaccettabile che la ministra chieda l’intervento della polizia per chi protesta», dice il responsabile sicurezza dem Matteo Mauri. «Aumentare la tensione da parte delle istituzioni è un errore e un segnale sbagliato», aggiunge Elisabetta Piccolotti. Ma la ministra frena: «Né lassismo, né militarizzazione», è l’approccio che va ripetendo da giorni. «Non sottovalutiamo, ma non drammatizziamo», aveva detto anche a Repubblica una settimana fa. D’altronde dopo i “fatti di Pisa”, le cariche sui liceali in corteo, l’ordine alle questure è tentare il contenimento più che la forza.

Per capire però come si è arrivati alla telefonata di ieri pomeriggio bisogna riavvolgere il nastro di qualche ora, fino all’ennesima mattinata di proteste nelle università di tutta Italia. È in realtà da novembre, dalle prime occupazioni su cui sventolavano le bandiere palestinesi, che i collettivi sono in agitazione. Nelle ultime settimane le mobilitazioni si sono fatte però più irruenti, arrivando a bloccare dibattiti o al corpo a corpo con gli agenti.

E così pure ieri alla Sapienza, sotto al rettorato occupato fino a sera, è finita con gli spintoni tra Digos e studenti che premevano per entrare in assemblea, costretti poi a spostarsi altrove per organizzare i prossimi appuntamenti: il 16 aprile di nuovo in ateneo, il 9 alla Farnesina, alla vigilia della scadenza del bando Maeci Italia-Israele. Scambi che vanno avanti dal 2002 ma che ora sono diventati il principale bersaglio degli studenti perché, a loro dire, pur occupandosi di fertilizzanti, trattamento dell’acqua potabile e rilevatori di onde gravitazionali, potrebbero essere dual use, usati per scopi civili e militari.

È il precedente di Torino, che ha votato no al bando, a dare forza alla lotta. E così, ovunque, si prova a forzare. A Genova il rettore Federico Delfino, scortato dalla Digos, è passato tra due ali di studenti che gridavano «genocida», «assassino». «Un’azione squalificante che va ben oltre la libera manifestazione del pensiero o la protesta pacifica», ha detto Bernini. Poi l’irruzione in Senato accademico «perché la nostra voce non è mai presa in considerazione», la richiesta di sospendere gli accordi, sostenuta anche da alcuni prof, la riunione interrotta, il rettore che scappa via.

A Torino l’assemblea si è spostata nelle strade e a sera ci sono stati di nuovo scontri con la polizia. A Bari gli studenti hanno bussato forte sulle porte del rettorato e alla fine il rettore Stefano Bronzini è uscito fuori a promettere una seduta straordinaria del Senato accademico per discutere del bando. «Solo la lotta paga», dicono i ragazzi anche a Bologna dove dopo sei giorni di occupazione «l’assemblea ha ottenuto un incontro con il rettore Molari — annuncia Ettore — Ma la nostra vittoria sarà tale solo quando avremo un’università libera dagli accordi con chi fabbrica armi e con lo stato di Israele. Prima non ci fermeremo». È di quest’ultima prospettiva che parleranno Bernini e Pisani.

Leggi i commenti