Navi ong accusate di non seguire gli ordini di Tripoli e bloccate per mesi. Ma i tribunali italiani ora vogliono vederci chiaro
di Alessia CanditoSpari in acqua o in aria durante gli interventi di soccorso, manovre spericolate che provocano onde abbastanza alte da mettere in pericolo le lance delle navi umanitarie, minacce: da mesi la Guardia costiera libica si mostra sempre più aggressiva. Eppure l’accusa di non averne seguito le istruzioni è ormai sempre più spesso motivo di fermo per la flotta civile, che solo in tribunale – e non in tutti i casi in tempi utili – riesce a far ascoltare la propria versione dei fatti. E’ lo schema da più di un anno disegnato dal decreto Piantedosi. Ma prima a Brindisi, poi a Crotone, adesso forse anche a Trapani, qualcosa inizia a scricchiolare.
Il caso Geo Barents
In ordine di tempo, l’ultimo episodio riguarda la Geo Barents di Medici senza frontiere. Durante la missione appena conclusa, una motovedetta libica ha interrotto un intervento di salvataggio, bloccando per ore in acqua le lance di soccorso e tentando persino di abbordarne una .
“Attento, attento sta cercando di saltare a bordo”, si…
Spari in acqua o in aria durante gli interventi di soccorso, manovre spericolate che provocano onde abbastanza alte da mettere in pericolo le lance delle navi umanitarie, minacce: da mesi la Guardia costiera libica si mostra sempre più aggressiva. Eppure l’accusa di non averne seguito le istruzioni è ormai sempre più spesso motivo di fermo per la flotta civile, che solo in tribunale – e non in tutti i casi in tempi utili – riesce a far ascoltare la propria versione dei fatti. E’ lo schema da più di un anno disegnato dal decreto Piantedosi. Ma prima a Brindisi, poi a Crotone, adesso forse anche a Trapani, qualcosa inizia a scricchiolare.
Il caso Geo Barents
In ordine di tempo, l’ultimo episodio riguarda la Geo Barents di Medici senza frontiere. Durante la missione appena conclusa, una motovedetta libica ha interrotto un intervento di salvataggio, bloccando per ore in acqua le lance di soccorso e tentando persino di abbordarne una .
“Attento, attento sta cercando di saltare a bordo”, si sente dire nel video registrato dal ponte della nave umanitaria. “Tutto indietro, tutto indietro”, urla qualcuno. In sottofondo, gli inutili tentativi del bridge di mettersi in contatto con la motovedetta. Dall’alto, l’aereo civile Seabird di SeaWatch filmava tutto: l’arrivo a tutta velocità mentre l’intervento di salvataggio è già in corso, la motovedetta che taglia la strada al rhib che cerca di tornare verso la nave madre, i cerchi sempre più stretti disegnati attorno all’altro impegnato nel trasbordo dei naufraghi da un barchino pericolante, il tentativo di abbordaggio.
Barche donate dall’Ue contro soccorritori europei
La barca ha un profilo familiare, sembra una Cp della Guardia costiera. In realtà era proprio una di quelle, ma ancor prima di uscire dal Cantiere navale Vittoria è stata dirottata su Tripoli. La Ts- Lcg 300 è stata consegnata, con tanto di cerimonia ufficiale, alla viceministra libica Najla Al Mangoush dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ad Adria il 6 febbraio del 2023 ed oggi in mare è una delle più aggressive. Seguono la Fezzan, una delle prime finite in mano a Tripoli e la Morzak, consegnata la scorsa estate dall’Italia alle autorità libiche nell’ambito del programma europeo Support to integrated border and migration management in Libya, che dal 2017 ad oggi ha dragato 59 milioni di euro di fondi Ue. Ma la “flotta” donata da Italia e Ue conta con almeno altre 19 imbarcazioni, che più volte hanno messo in pericolo le navi di soccorso europee.
“Solo dopo diverse ore siamo riusciti a portare i naufraghi a bordo”, aveva spiegato Fulvia Conte dal ponte della nave umanitaria, poi spedita a Marina di Carrara. Appena arrivati in porto, l’incredibile sorpresa: venti giorni di fermo amministrativo e una multa. Per la Capitaneria, Geo Barents avrebbe causato “situazioni di pericolo in mare” non “coordinandosi” con Tripoli. “La Guardia costiera libica, finanziata dall’Ue, è quella che ha messo in pericolo la vita delle persone, ma a essere sanzionato – ha commentato il capomissione di Msf Juan Matias Gil - è chi cerca di salvare vite umane.”
Filo diretto con Tripoli
Non è una novità. Dopo i primi mesi in cui la contestazione più frequente era un salvataggio di troppo, dall’estate a pesare sul destino della flotta civile sono sempre più spesso le accuse di Tripoli. Scorrendo le pagine dei provvedimenti, sembrano quasi scritti in copia conforme. La versione che viene presa per buona è sempre quella dei libici – che sia il centro di coordinamento o la singola motovedetta – l’accusa talvolta è persino di aver “ostacolato un intervento di soccorso della Guardia costiera libica”. In realtà, le motovedette di Tripoli si limitano a riportare le persone esattamente da dove stavano scappando.
I libici sparano sui migranti
Tecnicamente, si tratta di un respingimento e per i Paesi che abbiano firmato la convenzione di Ginevra è illegale. La Libia non lo ha mai fatto. Anche per questo per la Cassazione non può essere definita un Paese sicuro. Eppure.
L’inferno di Iawo e Daniel
Iawo e Daniel sanno benissimo cosa significhi essere riportati indietro quando si è a un passo dalla salvezza. Il 25 marzo 2023 erano in mezzo al Mediterraneo su un gommone malconcio e con i tubolari già sgonfi che Ocean Viking di Sos Méditerranée si apprestava a soccorrere. Ma sono arrivati i libici e per impedirlo hanno persino sparato in aria. Qualche mese dopo lo hanno fatto puntando i rhib dell’ong.
Iawo, Daniel e altre ottanta persone sono stati caricati a forza sulla motovedetta 656, un’altra delle imbarcazioni che l’Italia ha fornito alla Libia. Quando mesi dopo sono riusciti a ritentare la traversata hanno nuovamente incontrato la Ocean Viking. E lì hanno potuto raccontare la parte della storia che dal ponte della nave quel 25 marzo l’equipaggio aveva solo potuto immaginare.
“Ricordo che c’era un aereo che sorvolava il gommone. Quando i libici ci hanno costretti a salire sulla motovedetta, hanno iniziato a picchiarci con il calcio dei kalashnikov”, spiega Daniel, 26 anni. “Appena siamo arrivati a terra, ci hanno caricato su degli autobus e portati al centro di Ain Zara”. È uno dei peggiori lager libici. Lì dentro – ha denunciato e documentato anche con video la rete Refugees in Lybia – avvengono regolarmente indicibili torture.
“Mi hanno preso il cellulare, i pochi soldi che avevo con me. Mi hanno picchiato, mi hanno anche rotto un braccio”, racconta Iawo, che a 17 anni ha già sperimentato sette tentativi di traversata, sette intercettazioni, sette giri all’inferno nei lager libici. Anche Daniel ha tentato più volte di attraversare il mare e più volte è stato sequestrato e detenuto. “Nella prigione 55 non sai mai se è giorno o notte, è sempre buio. Eravamo circa 1.800, ci davano da mangiare un tozzo di pane al giorno. Nove persone sono morte di fame”.
Caso Mare Jonio, a Trapani acquisiti i report Onu
Torture, vessazioni e abusi documentati in diversi report di agenzie delle Nazioni Unite. A Trapani il giudice civile che sta esaminando il ricorso di Mare Jonio ha deciso di vederci chiaro e acquisirli formalmente, per poi pronunciarsi “entro il 23 aprile”. Contro il fermo, la nave di Mediterranea Saving Humans ha fatto ricorso e il procedimento sta andando avanti anche se il fermo è già ampiamente scaduto e la Mare Jonio è già tornata in mare per nuove missioni.
È stata una delle prime a essere fermata con l’accusa di non aver seguito le indicazioni dei libici, ma si è andati anche oltre. La contestazione è stata anche di non aver chiesto “porto sicuro” a Tripoli. Per dimostrare come sia di fatto impossibile, i legali di Mediterranea hanno depositato non solo il report del medico di bordo che ha ricostruito la storia dei naufraghi soccorsi durante quella missione leggendo dita spezzate, ferite mai rimarginate, cicatrici slabbrate, ma anche le testimonianze arrivate dalla viva voce dei naufraghi.
Le navi liberate
A Brindisi e Crotone l’industria dei fermi ha iniziato a scricchiolare e Ocean Viking – al terzo fermo in tre mesi – e Sos Humanity sono riuscite a tornare in mare. In entrambi i casi, la versione fornita dai libici si è dimostrata totalmente falsa: alla nave di Sos Méditerranée si contestava di non aver obbedito agli ordini di una motovedetta che sulla scena non c’era, alla nave dell’ong tedesca, minacciata anche con colpi di arma da fuoco durante un soccorso, di aver “contribuito a creare situazioni di pericolo” e di “aver generato disordini e alcuni migranti si sono gettati in mare”.
Tutte bugie hanno stabilito i tribunali, smentite, prove alla mano, dagli equipaggi, la cui versione – ha sottolineato a Brindisi la giudice Roberta Marra - “non risulta allo stato essere stata verificata dall’autorità italiana prima dell’emissione del provvedimento sanzionatorio”. Una misura – si sottolinea in quella sentenza – che “rischia di pregiudicare il diritto di esercitare l’attività di soccorso in mare”, obiettivo “di indubbio valore ex se in ossequio al sistema di valori costituzionali e del diritto internazionale consuetudinario cui l’Italia aderisce e che è chiamata a promuovere”. In più – si legge – il vero rischio è di mutilare i diritti costituzionali di cui anche le ong godono.
Una sentenza che ha fatto sperare e ha trovato eco nel provvedimento con cui il giudice Antonio Albenzio di Crotone ha liberato la nave alla luce del rischio di “una evidente compromissione allo svolgimento di indifferibili attività a carattere umanitario”.
Le lunghe attese
Non sempre i tribunali si dimostrano così celeri o sensibili nel cogliere l’urgenza di tornare in mare, a dispetto del numero record di vittime – 442 da gennaio, una ogni 15 persone che tentino la traversata – registrate da inizio anno. Sea Watch, fermata a Pozzallo, si è vista fissare la discussione del ricorso urgente a termini del fermo già scaduti. Non è né il primo, né l’unico caso. E sempre più spesso i ricorsi “urgenti” contro i fermi vengono divorati dalla burocrazia di tribubali zavorrati da arretrati
Sea Eye 4 a Reggio Calabria aspetta. E la situazione è probabilmente la più delicata. Arrivata al quarto fermo, è la prima nave ad essere stata bloccata per due mesi. Dopo scatta la confisca. Il provvedimento è scarno, si limita a contestare all’equipaggio di non aver “rispettato le indicazioni fornite dall’autorità libica” e di aver “creato situazioni di pericolo”. In realtà, hanno ribattuto pubblicamente da Sea Eye4, l’intervento di soccorso era già iniziato, se avessero lasciato spazio ai libici “saremmo diventati penalmente responsabili per aver partecipato a un respingimento verso un paese in guerra civile che viola il diritto internazionale”. In tribunale aspettano ancora di poterlo fare.