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Università, dopo Pasqua un’altra settimana di mobilitazioni. Ecco chi guida il fronte caldo della protesta

Le date, gli slogan, gli obiettivi: tutto quello che c’è da sapere sulle proteste negli atenei. E sui collettivi: da Cambiare rotta a Fgc e Link
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Lo stato di agitazione dei collettivi all’università non si arresta. Tutto rinviato a dopo Pasqua. Ma dal 3 al 10 aprile, da Torino a Bari, passando per Roma, Genova, Firenze, Bologna, Napoli e Reggio Calabria, sarà una settimana di mobilitazione.

Sette giorni di manifestazioni che vedono riunite alcune sigle delle organizzazioni universitarie, il fronte più caldo della protesta. Quello che, nel parteggiare per la Palestina all’interno del conflitto in corso dal 7 ottobre in Medio Oriente, ha messo all’indice i bandi Maeci, accordi di scambio del ministero degli Esteri che prevedono progetti di collaborazione e di ricerca tra le università italiane e quelle israeliane. Le partnership hanno, quest’anno, tre rami d’azione: tecnologie del suolo, idriche e di precisio…

Lo stato di agitazione dei collettivi all’università non si arresta. Tutto rinviato a dopo Pasqua. Ma dal 3 al 10 aprile, da Torino a Bari, passando per Roma, Genova, Firenze, Bologna, Napoli e Reggio Calabria, sarà una settimana di mobilitazione.

Sette giorni di manifestazioni che vedono riunite alcune sigle delle organizzazioni universitarie, il fronte più caldo della protesta. Quello che, nel parteggiare per la Palestina all’interno del conflitto in corso dal 7 ottobre in Medio Oriente, ha messo all’indice i bandi Maeci, accordi di scambio del ministero degli Esteri che prevedono progetti di collaborazione e di ricerca tra le università italiane e quelle israeliane. Le partnership hanno, quest’anno, tre rami d’azione: tecnologie del suolo, idriche e di precisione: dai fertilizzanti alle onde gravitazionali. “Accordi problematici – secondo i collettivi e i docenti firmatari di un appello al ministro Antonio Tajani che ha superato le 2mila firme, raccolte qua e là per l’Italia – perché sono prodotti dual use, possono avere cioè applicazioni sia industriali che militari”.

La nuova settimana di azioni dopo i presidi, le occupazioni di facoltà e rettorati, le incursioni in lezioni e inaugurazioni di anni accademici, le irruzioni a convegni e dibattiti bloccati o impediti con la volontà di contestare e silenziare gli ospiti, gli scontri e le tensioni con la polizia, è stata decisa durante un'assemblea nazionale telematica che ha collegato un centinaio di studenti, più alcuni professori, ricercatori, dottorandi e personale tecnico amministrativo da 19 atenei d’Italia.

Ci saranno dunque "seminari sulla smilitarizzazione delle università", lettura pubblica dei report della relatrice speciale dell'Onu Francesca Albanese sulla situazione dei diritti umani in Palestina, assemblee straordinarie, manifestazioni negli atenei per presidiare le riunioni dei Senati accademici e spingere a seguire l’esempio di Torino che ha detto no al bando Maeci. Poi l’appuntamento, considerato cruciale, del 9 aprile, davanti alla Farnesina. Alla vigilia della scadenza del bando, l’ultima data utile per presentare i propri progetti e partecipare allo scambio tra università italiane ed israeliane. Lo stesso giorno ci sarà lo sciopero di Usb Università.

Chi guida la protesta

Alla testa delle proteste e anche dell’assemblea telematica che ha deciso le nuove tappe della mobilitazione c’è il collettivo Cambiare rotta, stella rossa e scritta bianca con un R allo specchio. Si autodefinisce organizzazione giovanile comunista, è nata nell’aprile del 2021 all’Acrobax, uno dei centri sociali di Roma, salutata con favore da Usb, Unicobas, l’ex Opg di Napoli, compagni comunisti cubani. Ha una ramificazione liceale nelle scuole, Osa, acronimo di Opposizione studentesca d’alternativa, pesca parecchi aderenti tra i militanti di Potere al popolo e ha legami con la Rete dei comunisti.

All’ombra di Cambiare rotta si sono avvicinate altre sigle di collettivi universitari, saldate tra loro dall’opposizione alla politica dello Stato d’Israele e dalla lettura dell’attentato terroristico del 7 ottobre di Hamas, definito da molti “legittima risposta di Gaza, atto di resistenza del popolo palestinese che vuole autodeterminarsi”. Ci sono gli autonomi delle Zaum (Zone autonome-università e metropoli) e del Cau (collettivi autonomi metropolitani), i comunisti del Fgc (Fronte della gioventù comunista, nato nel 2012 come costola del partito di Marco Rizzo da cui ha preso del tutto le distanze nel 2020) e poi Collettivo Palestina, Progetto Palestina, Assemblea per la Palestina. Sono loro ad aver dato vita alle azioni di queste settimane, anche quelle più calde e irruente. Si parla di qualche centinaio di studenti. Quelli che gridano al “genocidio di Gaza”, cantano “free palestine, from the river to the sea”, vogliono che le università interrompano le collaborazioni non solo con Israele ma anche con tutti quegli enti o fondazioni accusate da osservatori indipendenti di vendere armi, urlano ai rettori che “hanno le mani sporche di sangue, sono vigliacchi, assassini, fascisti, sionisti”. Un blocco duro, rumoroso, visibile, che però, almeno per ora, non si è fatto molto più numeroso.

Poi c’è Link, un coordinamento universitario ormai storico, nato nel 2010 durante le proteste del movimento anti-Gelmini chiamato “Onda”, che rivendica le occupazioni nelle facoltà in una lettera alla Crui in cui si legge: "Care rettrici, cari rettori, noi crediamo nell'università come luogo che può essere trasformativo della società tutta. Quindi crediamo nell'impatto che le vostre parole e i vostri gesti possono avere. E crediamo che, avendo queste possibilità, il silenzio e la mancanza di condanne, sotto la retorica di una neutrale richiesta di pace, siano complicità. Noi pensiamo che dopo tutte le mobilitazioni della comunità accademica non si possa far finta di nulla e che tutte le università debbano prendere una posizione netta su quello che sta succedendo in Palestina e trarne le conseguenze per quanto riguarda i rapporti con le istituzioni israeliane. E ve lo chiederemo argomentando, ma anche piangendo, interrompendo, gridando, occupando”.

Il fronte dei docenti

C’è poi un fronte accademico assai più largo, fatto anche di docenti, ricercatori, tecnici e altri studenti. A Torino sono quelli che hanno fermato il bando Maeci votando no in Senato accademico, e così alla Normale di Pisa, a Roma è da poco nato il gruppo “docenti per Gaza”, a Bologna in 500 tra docenti e ricercatori hanno firmato una petizione per il cessate il fuoco e la mozione è stata approvata dall’ateneo con il favore del rettore Giovanni Molari, e lo stesso vale per Pisa e per Siena. Qui come altrove è forte la condanna netta per ogni forma di violenza, di antisemitismo, di estremismo, di terrorismo, ma un dibattito, sentito, sulla guerra e sul cessate il fuoco è acceso in ogni università.

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