“Sandokan”, violento e stratega. Perché il boss Schiavone è un mafioso e non un camorrista
di Lirio AbbateUn boss anziano come Francesco Schiavone, dopo 26 anni di carcere, gran parte dei quali trascorsi al 41 bis, decide di collaborare con la giustizia perché è possibile che abbia guardato indietro, analizzato come le retrovie del suo clan si sono logorate, e si sono usurati anche i limiti detentivi che si era imposto e piano piano ha immaginato e ragionato su quello che resta del suo futuro. E come lo vorrà trascorrere.
Si definisce un mafioso e non camorrista. Perché è stato punciuto, ossia affiliato con l’antico rito della mafia. E la sua mentalità criminale, influenzata dalla vecchia amicizia con gli uomini di Cosa nostra, lo ha portato non solo a essere violento, e allo stesso tempo stratega politico e imprenditore della malavita.
Mostra adesso apertamente la sua mafiosità perché vuole elevarsi rispetto agli altri criminali campani. Non si vuole definire camorrista, anche se Sandokan non ha bisogno davanti ai magistrati di elencare il suo pedigree che parte già dai tempi di Bardelli…
Un boss anziano come Francesco Schiavone, dopo 26 anni di carcere, gran parte dei quali trascorsi al 41 bis, decide di collaborare con la giustizia perché è possibile che abbia guardato indietro, analizzato come le retrovie del suo clan si sono logorate, e si sono usurati anche i limiti detentivi che si era imposto e piano piano ha immaginato e ragionato su quello che resta del suo futuro. E come lo vorrà trascorrere.
Si definisce un mafioso e non camorrista. Perché è stato punciuto, ossia affiliato con l’antico rito della mafia. E la sua mentalità criminale, influenzata dalla vecchia amicizia con gli uomini di Cosa nostra, lo ha portato non solo a essere violento, e allo stesso tempo stratega politico e imprenditore della malavita.
Mostra adesso apertamente la sua mafiosità perché vuole elevarsi rispetto agli altri criminali campani. Non si vuole definire camorrista, anche se Sandokan non ha bisogno davanti ai magistrati di elencare il suo pedigree che parte già dai tempi di Bardellino e Cutolo che conosceva molto bene. Schiavone forse ha bisogno di farlo sapere all’esterno, vuole differenziarsi dagli altri clan quando sarà il momento di parlare pubblicamente in aula davanti ai giudici nei processi in cui verrà chiamato a testimoniare.
Il capo dei casalesi è un mafioso. E da vecchio padrino ha affrontato questo lungo percorso che lo ha portato, tardi, con fatica e rassegnazione, a collaborare con la giustizia. Una decisione a quanto pare sofferta che ha già toccato in passato il figlio, e poi la moglie, Giuseppina Nappa, che di fatto “lavora” già per lo Stato collaborando alle inchieste dei pm. Un’opera iniziata con i colloqui investigativi del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo e il sostituto Antonello Ardituro, due magistrati che conoscono bene i clan dei Casalesi e Schiavone per averli indagati a lungo.
E adesso il boss è passato nelle mani del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che ha esperienza nella gestione dei grandi boss che collaborano con la giustizia.
Non si può non mettere in conto che con il “pentimento” Sandokan avrà la possibilità fra poco tempo di uscire dal 41 bis, e quindi dal carcere, e in questo modo potrà godersi i nipoti. E i familiari che hanno rifiutato di entrare con lui nel programma di protezione, e quindi non lo seguiranno su questa strada, purtroppo avranno la possibilità di portare avanti quel che resta del clan perché saranno forti della scelta di schierarsi contro lo Stato.
Dal 16 marzo Francesco Schiavone è nel carcere dell’Aquila, in precedenza è stato a Parma dove ha iniziato a riflettere sul suo futuro.
I segnali li aveva inviati già tre anni fa quando ha avanzato una strana richiesta alla direzione del carcere, quella di poter fare lo “scopino”, un ruolo di solito ambito dai detenuti meno abbienti perché consente di guadagnare qualcosa e poi è un’attività — per i codici mafiosi — che non si addice al rango di un capomafia. Schiavone non aveva certo bisogno di arrotondare con mestieri umili. E allora il messaggio era chiaro: aveva iniziato a riflettere sul futuro.
Tre anni dopo, seduto davanti ai magistrati, il boss si presenta con un fisico più asciutto, dimagrito rispetto alla foto che lo ritrae nel giorno del suo arresto. E questo cambiamento fisico e qualche piccola malattia hanno facilitato la motivazione con la quale è stato trasferito per non destare sospetti sull’avvio della collaborazione. È stata fatta circolare la voce che il capo dei Casalesi era affetto da una neoplasia ma si trattava di avvisaglie che gli esami hanno poi smentito. Ma la voce è rimasta proprio per mantenere più riservata la sua scelta di saltare il fosso.
Dalle sue parole ci si aspetta molto e se dovesse fare rivelazioni anche sull’attualità, nonostante i 26 anni di carcere, allora significa che il 41 bis avrà fallito e lui è riuscito in questi anni a comunicare con l’esterno. Perché da lui ci aspettiamo molte risposte non solo sugli equilibri politici che Sandokan ha contributo a mantenere, sull’imprenditoria e i professionisti collusi, sui corrotti e gli infedeli dello Stato che lo hanno aiutato. Da lui ci aspettiamo uno squarcio di verità in un lungo periodo ancora oscuro, che collega pure Cosa nostra, su cui i magistrati dovranno indagare e fare giustizia.