Cronaca

La Normale di Pisa sulle barricate: “Ma il nemico è solo la guerra”

La Normale di Pisa sulle barricate: “Ma il nemico è solo la guerra”

Viaggio nelle contraddizioni dell’ateneo che chiede alla Farnesina di “rivalutare” il bando sui rapporti di ricerca con Israele

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PISA — «Per favore, niente cognomi e niente foto. Non vogliamo che la nostra lotta venga personalizzata o banalizzata». Piazza dei Cavalieri, tavolino di un bar. Ottavia ha 25 anni, dottoranda in Lettere moderne, Luca è dottorando in Lettere classiche, Daniele al terzo anno di Fisica. Studenti della Normale, scottati dalle polemiche, arrabbiati con i giornali.

Chi se l’aspettava che la rivolta montasse da qui? Che la Scuola degli allievi eccellenti — Fermi, Rubbia — diventasse l’esempio da seguire per i collettivi in rivolta di tutt’Italia? La seconda, dopo Torino, a chiedere al ministro Tajani di «riconsiderare» il bando Maeci per la collaborazione scientifica tra Italia e Israele, facendo così infuriare gli “Amici della Normale” — l’ex premier Giuliano Amato, ad esempio — «sconcertati» per la decisione del Senato accademico.

I ragazzi riattaccano: «In queste settimane ci hanno dipinto con paternalismo, hanno provato a delegittimarci dicendo che siamo estremisti, antisemiti addirittura. Non c’è nessun estremismo, solo la forza di un’assemblea», dice Daniele, uno dei 780 ammessi. Alla Normale non ci sono liste, gruppi interni, troppo pochi gli studenti. Forse anche per questo le posizioni sono più larghe. Luca snocciola risoluzioni Onu, rapporti di Amnesty: «Vogliamo avere il diritto di criticare Netanyahu, ma non ci sono parole contro una religione, un popolo o i ricercatori nei nostri comunicati. Il problema è la guerra e la punizione collettiva di Gaza».

Nelle piazze, in assemblea, persino dalla Torre ha sventolato una sola bandiera, quella palestinese, portata dal collettivo pisano Trame e da quello comunista che si agita un po’ ovunque, Cambiare rotta. Il direttore della Normale, Luigi Ambrosio, però è certo: «Le derive estremistiche o antisemite vanno sempre monitorate e censurate, e sarebbe mia responsabilità farlo anche nella Scuola, ma al momento non è davvero questo il caso. Piuttosto mi preoccupa che certe accuse siano usate per polarizzare il dibattito su temi divisivi ma difficili, oggi, da eludere».

L’“oggi” qui è iniziato a novembre con una prima mozione del Senato accademico che condannava l’attentato di Hamas del 7 ottobre, chiedeva la liberazione degli ostaggi, il cessate il fuoco e «una risoluzione pacifica del conflitto con la necessaria cessazione delle politiche insediative israeliane e del controllo in Cisgiordania, Gerusalemme Est e striscia di Gaza». Ma per capire il dopo bisogna ripartire dalla cicatrice del 23 febbraio, dai fatti di via San Frediano: le cariche della polizia sui liceali in corteo per la Palestina su cui indaga la procura.

Ora sul palazzo della Carovana non c’è traccia dei fumogeni accesi sulla scalinata, delle lenzuolate con citazioni di Tacito, di Dante — “Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”, “E se non piangi, di che pianger suoli?” — , dei blitz con il megafono durante le lezioni o a mensa, dello sciopero del 20 marzo che ha radunato per dieci ore un centinaio di studenti. «Ci sembrava assurdo entrare ogni giorno in aula facendo finta di nulla», racconta Ottavia.

La mozione contro il bando Maeci è stata il punto di caduta, la mediazione dei prof davanti agli studenti che chiedevano, tra l’altro, «l’esposizione della bandiera palestinese e un’istruttoria sulle collaborazioni con le istituzioni israeliane che supportano lo sforzo bellico». Il direttore precisa: «La mozione chiede garanzie sul fatto che i bandi di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica emessi dall’Italia per collaborare con altri Stati rispettino il principio dell’articolo 11 della Costituzione sul ripudio della guerra». Ma cosa c’entra poi un accordo di studio tra università con la guerra? «Per noi — spiega Luca — il primo problema era la tempistica, il bando è stato pubblicato il 21 novembre, quando il conflitto aveva già dimensioni drammatiche». Il secondo, sostiene, è il rischio di “dual use”, il potenziale utilizzo militare delle tecnologie. È uno dei punti più controversi, dato che il bando Maeci si occupa di fertilizzanti, trattamento dell’acqua potabile e rilevatori di onde gravitazionali. Tanto che a Tajani l’Associazione degli accademici di origine italiana in Israele chiede il contrario: rafforzare il bando, anziché eliminarlo, perché «il boicottaggio è figlio di un antisemitismo che si sta risvegliando anche in Italia».

Sui social i collettivi rilanciano i post di Bds, acronimo della campagna palestinese anti-Israele. Ma il direttore Ambrosio precisa: «Per la Normale il boicottaggio non c’entra nulla. Era menzionato in una delle mozioni degli allievi, ma è stato rigettato e la mozione non è stata neanche messa ai voti. Non abbiamo accordi di collaborazione scientifica con atenei israeliani, ma abbiamo una fitta rete di relazioni non strutturate alle quali non intendiamo rinunciare. Anche per questo abbiamo deciso, avvalendoci della rete “Scholars at risk”, di bandire assegni di ricerca sul tema del conflitto, auspicando candidature di palestinesi e israeliani».

Eppure davanti alla vittoria studenti e collettivi non si fermano. «Il direttore ci ha promesso uno spazio pubblico di dibattito — racconta Ottavia — La ministra Bernini sostiene che le università non devono entrare in guerra, ma il silenzio non è neutralità». La giornata più calda sarà martedì 9: collettivi e Usb hanno annunciato uno sciopero da Pisa a Genova, da Milano a Napoli. A Roma l’appuntamento nazionale è davanti alla Farnesina, alla vigilia della scadenza del bando, c’è il rischio di tensioni.

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