“Sono italiano ma mi hanno costretto ad arrivare in Italia con i trafficanti. Ora mi aiutino a far venire qui mia madre e mio fratello”
di Alessandra Ziniti«Mi chiamo Michel Ivo Ceresoli, sono italiano, nato e vissuto in Guinea ».
E perchè per arrivare in Italia si è affidato ai trafficanti ed è salito su un barchino per Lampedusa?
« Non so neanche io quante volte ho ripetuto il mio nome, ho mostrato il documento di riconoscimento da parte di mio padre, italiano. La mia pelle è scura, come quella di mia madre, guineana, io parlo solo francese. Gli uffici diplomatici italiani mi hanno ignorato. E, alla fine, mi sono rassegnato al viaggio dei migranti, rischiando la vita pur di arrivare qui per cercare mio padre».
È una storia incredibile quella che oggi, finalmente con la carta di identità da cittadino italiano, racconta questo ragazzo di 34 anni, che ha impiegato sei mesi per arrivare dalla Guinea a Lampedusa e per altri nove mesi è stato costretto a vivere nel centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto.
Michel, cominciamo dall’inizio.
«Sono nato nel 1990 in Guinea Conakry - Mio padre è un italiano, era il direttore dei lavori del…
«Mi chiamo Michel Ivo Ceresoli, sono italiano, nato e vissuto in Guinea ».
E perchè per arrivare in Italia si è affidato ai trafficanti ed è salito su un barchino per Lampedusa?
« Non so neanche io quante volte ho ripetuto il mio nome, ho mostrato il documento di riconoscimento da parte di mio padre, italiano. La mia pelle è scura, come quella di mia madre, guineana, io parlo solo francese. Gli uffici diplomatici italiani mi hanno ignorato. E, alla fine, mi sono rassegnato al viaggio dei migranti, rischiando la vita pur di arrivare qui per cercare mio padre».
È una storia incredibile quella che oggi, finalmente con la carta di identità da cittadino italiano, racconta questo ragazzo di 34 anni, che ha impiegato sei mesi per arrivare dalla Guinea a Lampedusa e per altri nove mesi è stato costretto a vivere nel centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto.
Michel, cominciamo dall’inizio.
«Sono nato nel 1990 in Guinea Conakry - Mio padre è un italiano, era il direttore dei lavori della multinazionale Astaldi che stava realizzando strade. Quattro anni dopo nacque mio fratello Abraham, ma quando io avevo solo sei anni, mio padre lasciò il Paese».
Come siete andati avanti?
«L’azienda ci aiutò per diversi mesi, mia madre ha sempre lavorato per farci studiare me e mio fratello. E ci siamo entrambi laureati, io in diritto internazionale alla ‘Nongo Conakry University, mio fratello in turismo».
E vostro padre, sparito nel nulla?
«Sì, ci aveva abbandonato. Per noi la vita è stata assai complicata. Questo sangue italiano nelle vene ci ha solo ostacolato. Non ci consideravano guineani puri e venivamo discriminati. Io sono stato tra i primi dieci laureati, gli altri nove sono stati subito assunti, io mai. A me chiedevano soldi per lavorare».
E così ha deciso di partire?
«Sì, nel 2006, ho deciso che era l’ora di venire in Italia, ma a Conakry non c’era una rappresentanza diplomatica italiana. Io avevo il mio atto di nascita con il riconoscimento di paternità ufficiale, mi serviva un visto che nessuno mi poteva dare. Quattro anni dopo, tramite un’amica di mia madre che vive in Italia siamo riusciti a rintracciare mio padre. Lui, al telefono con il console onorario, prima negò di avere dei figli in Guinea. In Italia aveva una moglie, un altro figlio, ma poi richiamò il console e ammise la verità. Ci eravamo illusi di aver ritrovato un padre».
E invece?
«Sparì di nuovo, a quel telefono non ha più risposto, il console onorario mi aveva promesso che ai miei 18 anni avrei avuto il passaporto italiano».
Mai arrivato?
«Mai. Nel frattempo, nel 2018 aveva aperto l’ambasciata. Stavolta eravamo sicuri che avremmo avuto passaporto e visto. Altra delusione. Un appuntamento dietro l’altro, sempre rinvii, mille scuse. Davvero non capisco perchè le autorità italiane non mi abbiano aiutato».
E si è affidato ai trafficanti?
«In Guinea ci trattavano malissimo, con razzismo. Non potevo più restare lì. Era mio diritto venire in Italia legalmente, e invece mi hanno obbligato a viaggiare clandestinamente e a mettere a rischio la vita. Non ho detto nulla a mia madre e a febbraio del 2023 ho preso i miei risparmi e sono partito».
Quanto è durato il viaggio?
«Sei mesi. Terribili. In macchina fino al Mali e poi in taxi fino al Niger dando in cambio il mio cellulare. I soldati nigeriani mi hanno rubato il passaporto. Ero riuscito ad arrivare in Algeria ma mi hanno beccato, messo in carcere e riportato al confine con il Niger. Lì mi sono rifugiato con altri migranti in una casa diroccata nel deserto. Non avevamo viveri, pochissima acqua. Un ragazzo mi ha permesso di chiamare la mia famiglia e mia madre ha mandato i soldi ai trafficanti che mi hanno portato in Algeria. L’ultima tappa, fino in Tunisia, 400 chilometri, a piedi».
Destinazione Lampedusa?
«Ci ho provato tre volte, le prime due ci hanno riportato indietro, la terza ce l’ho fatta. Sono arrivato a Lampedusa il 4 luglio scorso».
E pensava che la sua odissea fosse finalmente finita.
«Sì, non immaginavo certo che all’hotspot non mi avrebbero creduto. “Mi chiamo Ceresoli, non ho i documenti ma sono italiano”, ho detto alla polizia. Ma non mi credevano: ho la pelle scura, non parlo italiano. Alla fine mi hanno chiesto da dove venivo e quando ho risposto Guinea hanno messo quel Paese nella mia scheda e mi hanno spedito in un centro di accoglienza in Calabria».
Possibile che ci siano voluti altri nove mesi per ottenere il suo documento ed essere libero?
«Sembra incredibile, ma è così. Volevano farmi fare la richiesta di protezione internazionale. Ma io sono italiano, accidenti. E devo dire grazie al direttore del Cara di Isola Capo Rizzuto, al prefetto e alla polizia che alla fine si sono mossi per ricostruire la mia storia».
Il 22 febbraio scorso ha conquistato il suo documento italiano. E ora? Qual è il suo desiderio?
«Sono uscito dal Cara e grazie all’associazione Sabir sono stato accolto da una famiglia che mi sta ospitando. Sono laureato, vorrei poter trovare un lavoro, ma soprattutto vorrei trovare le mie origini. So che mio padre qui ha un’altra famiglia, oggi ha 85 anni, non voglio sconvolgere la sua vita, non voglio nulla, solo potergli parlare e sapere perchè ci ha abbandonati. All’Italia, dopo questa assurda odissea, chiedo solo di poter far venire qui mia madre e mio fratello».
