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“Basta violare le vette con trapani ed elicotteri. L’Himalaya è una discarica, io adesso scalo e pulisco”

Matteo Della Bordella durante le imprese al Cerro Torre 
Intervista a Matteo Della Bordella, l’alpinista green: “Anche sul Cerro Torre ho visto un compressore da 150 chili piantato sulla roccia: è il simbolo di chi vuole le cime a qualunque costo”
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Settimo Vittone (Torino) — Sulla montagna più bella e forse più difficile del mondo, che si chiama Cerro Torre ed è in Patagonia, Matteo Della Bordella ha nel tempo capito alcune cose. Forse le sapeva già prima, lì sono diventate concrete. Uno: «Quella montagna mi chiama a sé come una sirena». Due: «Negli anni tutte le montagne sono state sporcate, adesso bisogna pulirle».

Mai come ora serve un alpinismo più leggero, che lasci dietro di sé il meno possibile, nel rispetto della natura che in quota è terribile, e non perdona gli errori, ma è pure delicata e fragile, come è la Terra.

Della Bordella ha 39 anni, è di Varese, vive in Canavese con la compagna Arianna Colliard, sul confine tra Piemonte e Valle d’Aosta. È un accademico del Cai, e un Ragno della Grignetta, che è l’aristocrazia dell’alpinismo internazionale. I famosi Ragni di Lecco, quelli del maglione rosso, di cui è stato presidente, ora guidati da Matteo De Zaiacomo. È uno dei più forti alpinisti al mondo della sua generazion…

Settimo Vittone (Torino) — Sulla montagna più bella e forse più difficile del mondo, che si chiama Cerro Torre ed è in Patagonia, Matteo Della Bordella ha nel tempo capito alcune cose. Forse le sapeva già prima, lì sono diventate concrete. Uno: «Quella montagna mi chiama a sé come una sirena». Due: «Negli anni tutte le montagne sono state sporcate, adesso bisogna pulirle».

Mai come ora serve un alpinismo più leggero, che lasci dietro di sé il meno possibile, nel rispetto della natura che in quota è terribile, e non perdona gli errori, ma è pure delicata e fragile, come è la Terra.

Della Bordella ha 39 anni, è di Varese, vive in Canavese con la compagna Arianna Colliard, sul confine tra Piemonte e Valle d’Aosta. È un accademico del Cai, e un Ragno della Grignetta, che è l’aristocrazia dell’alpinismo internazionale. I famosi Ragni di Lecco, quelli del maglione rosso, di cui è stato presidente, ora guidati da Matteo De Zaiacomo. È uno dei più forti alpinisti al mondo della sua generazione, che è quella millennial.

«Ma il più forte è Alex Honnold. Più uno scalatore, ma il migliore per autocontrollo di testa. Un altro è Sean Villanueva, belga. Eccezionale, ha fatto in solitaria tutte le cime del Fitz Roy, in Patagonia. Da solo. Una cosa che io non farei mai».

Perché?

«Ammiro chi fa da solo, ma la condivisione è la parte di maggior valore. Il tesoro più grande va condiviso con gli amici. Ed è quello che rimane quando gli amici li perdi, come mi è successo. Matteo Pasquetto, sulla Grand Jorasses, e poco prima Matteo Bernasconi, ‘Berna’, travolto da una valanga in Valtellina. E anche Corrado Pesce, ‘Korra’, morto proprio sulla parete Est del Cerro Torre. Io, con David Bacci e Matteo De Zaiacomo, avevamo appena aperto una nuova via, ‘Brothers in arms’. Eravamo a poca distanza».

Lei ha provato a salvarlo, a recuperarne almeno il corpo.

«Non ci sono riuscito».

Cosa resta, quindi.

«Nel dolore della perdita, l’unica cosa che a volte mi fa sorridere è il ricordo della quotidianità, di quello che c’è dietro un’impresa, una spedizione. Sono banale? Ma sono sentimenti che magari focalizzi dopo e restano per sempre dentro di te, soprattutto in certi posti».

Il Cerro Torre. Un posto mitico, ci spieghi il suo motivo.

«Altre montagne hanno una via normale, quella no. È una guglia, e da qualunque parte la prendi, è sempre e solo verticale. Poi è grande, è imponente, è un fulmine al contrario. E ha una combinazione di difficoltà tecniche e ambientali che la rende unica. Lì, ti senti veramente solo».

Perciò è importante non essere soli?

«Sì. Meglio avere degli amici con sé. Sennò non passi 12 giorni dentro una ‘truna’ di ghiaccio ad aspettare che passi la bufera. Lo abbiamo fatto io e ‘Berna’ nel primo tentativo sulla Ovest della Torre Egger, nel 2011».

Una volta le è capitato di dovere la vita a un ‘friend’, un amico, nel senso dell’attrezzo.

«Nel 2012, sulla Egger, sempre con ‘Berna’. Il friend una volta non esisteva, ma è l’unico attrezzo che ti permette di lasciare la montagna pulita. Lo metti e poi lo togli facilmente. Una volta c’erano solo i chiodi, quindi dovevi martellare e poi smartellare».

O lasciare tutto lì.

«Sì, infatti ha rivoluzionato l’approccio alla montagna. Quella volta, io e Berna siamo rimasti appesi a un friend, in due. E ha tenuto. È stato un episodio importante della nostra vita, perché siamo andati vicini alla morte. Lì capisci che forse hai superato il limite, e se lo superi, dopo sei in balia degli eventi. E andare in montagna è sempre un compromesso tra l’osare e il rinunciare. Se non osi, non vai da nessuna parte. Ma a volte non puoi spingerti oltre. Bisogna saper rinunciare, saper calcolare. È una delle cose più affascinanti dell’alpinismo».

Una delle questioni sull’alpinismo, è la quantità di scorie che si lascia dietro. L’Everest, sommerso dai rifiuti di centinaia di spedizioni. Bombole, tende, attrezzature abbandonate.

«Io credo in un modo più naturale di scalare, ed è quello che non lascia tracce. Sono cresciuto con l’idea che meno aiuti e meno tecnologia hai, più avvalori la tua salita e la tua esperienza, che è un confronto diretto tra te e la montagna. Poi, la prima volta che mi sono trovato sulla testa il compressore…».

Parliamo della famosa “via del compressore”, aperta da Cesare Maestri nel 1970 sul Cerro Torre. Il dubbio è che non sia mai arrivato in vetta. La prima salita non contestata è stata proprio dei Ragni, 1974.

«Maestri aveva fatto salire un trapano a compressore da 150 chili, con un argano. L’ho visto bene, perché è ancora lì, piantato sulla roccia. È il simbolo di un personaggio come Maestri, e di uno stile che oggi è molto difficile da capire: la conquista della cima, con qualunque mezzo. Ma se ti fai aiutare dalle corde fisse, dalle guide, dall’elicottero, dai trapani… Così molte montagne sono state sporcate, nel tempo».

E si possono pulire?

«Sì. Lo stiamo facendo con Massimo Faletti, nel progetto Climb&Clean. È un movimento trasversale a tutto il mondo. Lo facciamo sulle falesie, in modo da coinvolgere più gente. Sennò diventa una cosa elitaria, come è la montagna».

Come sono i giovani alpinisti?

«Più oltranzisti di me e della mia generazione millennial, che ha un sentimento di rigetto verso certe pratiche. Uno di 25 anni pensa già che non bisogna prendere gli aerei, per raggiungere un posto. Io ho il mio compromesso: la mia quota di Co2 la brucio in aereo. Del resto, le Alpi sono ormai rovinate da funivie, rifugi, elicotteri. L’Himalaya? Non è messo bene. È la montagna a portata di tutti, anche di chi non capisce niente, dove ogni mezzo è valido. In Patagonia ci vanno solo gli alpinisti, per fortuna».

Lei ci ha portato la famiglia. Le avranno dato dell’incosciente.

«Arianna è alpinista e fotografa di montagna, quindi sa. Lio lo abbiamo portato che aveva 2 anni, ci siamo accampati sulla riva di un laghetto ghiacciato, alla base dell’Aguja Guillaumet. Lui ha giocato con i sassi, io ho scalato la via Padrhijo sulla parete Ovest. Averli vicini mi è servito a superare il trauma della morte di Korra, successa proprio durante quella spedizione. Mi hanno aiutato a fare pace con me stesso».

Quando tornerà al Cerro Torre?

«Gennaio-febbraio. E penso che ci sarà anche Ida, che ha solo 5 mesi. Ma crescerà, piacerà anche a lei giocare con quei sassi».

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